Diario S6 G7. Panda amore mio

Diario S6 G7. Panda amore mio

On a summer day in the month of May
A burly bum came a hiking

Down a shady lane through the sugar cane
He was looking for his liking

(Burl Ives – Big Rock Candy Mountain)

Vi svelo un segreto: ho una cotta, anzi, un vero e proprio trasporto, per la Fiat Panda.

Attenzione, non tutte le Panda, ma un solo e unico modello, quello che spopolò prima della rivoluzione di plastica. Fatta di ferro, polistirolo e cartone, quell’auto piccola, comoda e a forma di scarpa da cantiere, rivoluzionò il traffico dei comuni montani.

Non sto di certo raccontando qualcosa di incredibilmente insolito e unico, eppure, sento il bisogno di raccontarvi questa passione che mi rincorre fin dall’adolescenza.

La Panda di Giorgetto Giugiaro infatti, è un amore per tanti; sui social e sul web centinaia di gruppi la celebrano e, anch’io, nel mio piccolo, ne sono innamorato.

Io e la Panda, abbiamo la stessa età; concepiti negli anni ’70 e venuti al mondo nel 1980, ci caratterizza un’estetica discutibile, una presunta robustezza e la capacità di contenere cose, grazie ai plurimi vani porta oggetti.

Caratterizzata, nelle prime versioni, dalle colorazioni bianco, rosso pompeiano, beige pantaloncino da vecchio e celestino cesso di paese, sembrava pensata per un pubblico di pensionati dal sandalo canestrino, eppure, ancora oggi, la superutilitaria della Fiat, è un capolavoro indiscusso amato dai giovani (e dai, facciamo finta che io lo sia!)

Famosa per la meccanica rubacchiata alla playmobil, questa vettura, è la passione dei meccanici, capaci di riparla ad occhi chiusi con il solo ausilio di un coltello a punta tonda, due strisce di scotch, un pane fatto in casa, un filo di olio di oliva e tre pomodorini (le ultime tre opzioni sono solo il pasto di un qualsiasi meccanico al lavoro su una Panda).

Instabile, rumorosa e senza alcun accessorio, è l’ideale per i lunghi viaggi in rettilineo. Nelle curve invece, è consigliabile una approfondita analisi del rapporto peso/passeggeri per trovarne il giusto bilanciamento.

Spesso accessoriata con copri sedile in paglia e palline di legno, una radio da salone da barba e una coppia di casse recuperate da un vecchio stereo, la Panda, era l’unica auto in commercio con un suo personalissimo microclima.

In inverno: freddo fuori e freddissimo dentro. Le lamiere dell’auto infatti, in particolare i copri ruota posteriori, fungevano anche da poggia braccia per i passeggeri che, nei mesi di gennaio e febbraio, venivano equipaggiati con plaid di flanella.

Grazie alla Panda, ho sperimentato tutte le forme di influenza conosciute.

In estate invece, meglio non usarla; con due fili di rame ci illuminavi una fattoria.

La regina dei paesi con meno di duemila abitanti, nella sua versione 4×4, unico caso in cui la matematica non è una scienza, la Panda, è una vettura ricercatissima, in particolare appunto, nella versione verde petrolio, rialzata e fornita di fantastici para schizzi che tanto fanno impazzire gli uomini della provincia remota.

Con quel rombo, spesso scambiato per un asciugacapelli, è una macchina perfetta, senza inutili orpelli, esclusi quelli che caratterizzano il guidatore. Su tutti, il cuscino per le emorroidi seguito a ruota dal cappello di vimini abbandonato sul lunotto, il cane ciondolante, il copri volante in finta radica e, per gli uomini sposati, la mantellina di lana di riserva per gli spostamenti con la moglie.

Riverenti, i sopravvissuti a quelle sedute sottili, ricoperte in tessuto pelle repellente, ai vetri che non si disappannavano mai, i possessori di una Panda li riconosci subito: sono quelli piegati ad elle a mo’ di perenne inchino alla giapponese.

Nonostante questi piccolissimi difetti dovuti all’economicità dei materiali e alla progettazione, la Panda, resta l’auto che sogno.

E un giorno forse, l’acquisterò.

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