Diario S6 G4. L’ attesa è finita

Diario S6 G4. L’ attesa è finita

Ti sento in giro ma dove sei.
Con tutte quelle essenze che ti dai.
Non so chi sei non sudi mai sei sempre.
Più lontano (Gianna Nannini – Profumo)

Come tutti, vi sarà capitato sicuramente di ritrovarvi in un ambulatorio d’ospedale, oppure, all’interno di sala d’ attesa di un qualsiasi medico di base.

Ovviamente, è capitato anche a me!

Un modo che ho trovato per sfuggire alla noia e per sconfiggere questo rapporto fatto di puro odio, è stato quello di farmi delle idee o meglio, formulare una teoria generale, sulla costituzione di questi ambienti. 

Da tempo, sospetto che dietro a tutto questo conformismo dell’orrore, ci siano spietati architetti che applicano un piano studiato attentamente nei dettagli per fornire alla gente il luogo che si aspetta.

Non saprei spiegare in altro modo, il motivo per cui, una sala d’attesa, debba apparire uno squallido spazio del dolore in attesa di ulteriore dolore.

Non si può fare a meno di notare difatti, che quell’arredo e di conseguenza le scelte a corredo, cioè il mobilio, non siano il frutto di un lavoro certosino di una mente perversa, convinta di trasferire la sofferenza, dalle persone, all’ambiente.

Partiamo dalle pareti; dipinte di un bianco già sporcato…eh sì, perché quella non può essere una semplice tonalità sporcata dal tempo ma l’evidente mano di un artista imbianchino, sono il primo pugno sganciato dal sistema sanitario sul paziente.

E poi, non si spiegherebbe il fatto che, fin dal primo giorno, di un qualsiasi primo giorno di apertura, siano già di quel colore innaturale: più vicino al piscio che al bianco.

Restando sull’analisi dei muri, non possiamo far finta di non vedere i graffiti a rilievo, opera di pregio dovuta alle spalliere delle sedie che magistralmente vengono ricoperti da pannelli trasparenti di plexiglass ma solo dopo il danno.

Evidentemente, su segnalazione di grandi pensatori, il plexiglass ha lo scopo, come in un museo, di conservare l’arte nel tempo. Non si spiega in altro modo il fatto che l’applicazione di salvaguardia venga installata solo dopo che il muro si sia rovinato e comunque senza ripristinare il danno. Quindi, appare evidente che l’obiettivo sia proprio quello di creare un decoro artigianale, resistente e visibile, da mostrare con orgoglio ai pazienti affezionati. 

E se di arte si tratta, allora, apprezzerete anche le pedate lasciate sui muri che stanno proprio subito sotto ai murali coperti di plexiglass; questi ultimi, equivalgono alle impronte lasciate sui marciapiedi stellati di Hollywood con lo scopo di consegnare al tempo, le firme dei più celebri pazienti meno pazienti.

Tra questi, i più odiati, sono quelli come me, che non lasciano le mance alle segreterie e che pagano questo sgarro, venendo scavalcati da tutti di larga manica.

Sicuramente voi starete obiettando qualcosa, lo so. Ad esempio, che la sala d’attesa del vostro ospedale non è di quel bianco sporco, anzi, è di un celestino tendente al verde, forse al marrone. Anche se, inutile che me lo facciate sapere, tutto il resto sarà praticamente uguale.

Una delle cose che mi colpisce sempre, sono quei meravigliosi tavolini da salotto, che poco centrano con l’arredo, su cui poggiano riviste consumate, sgualcite, che raccontano le inutili e meravigliose gesta dei Vip.

Cose tipo: “la Canalis ci spiega come si prepara un arrosto di pollo” o ” svelata l’ultima amante di Briatore: ancora deve nascere”!

Un’altra delle cose che mi causano orrore, sono quei bruttissimi distributori di merendine e bevande al gusto di caffè, con l’immancabile tappeto di caffè versato per terra, sui cui si assembrano con fiducia, i pazienti più avventurosi.

Essi infatti, non preoccupati dalla possibilità di sperimentare nuove malattie sulla propria pelle, non si lasciano impressionare, a differenza mia, da quei bicchieri lasciati all’interno dell’erogatore su cui ristagna l’ultimo cappuccino non servito della settimana ma di non si sa quale anno.

Una volta ambientati, vi sarà già arrivato al cervello l’odore d’urina, un puzzo tremendo che satura l’aria; non importa in quale città, ospedale o medico siate, la puzza di piscio, ci sarà sempre e si attaccherà ai vestiti, alla pelle, alle narici, come il profumo di una amata con cui avete tradito.

Stravaccati sulle immancabili sedute di plastica, organizzate a tre a tre tipo cinema, con la differenza che l’attore triste sei sempre e soltanto tu che tieni in mano una ampolla di pipì che sembri uscito da Starbucks, ti chiedi se quella puzza di piscio è la tua oppure la vecchia che ti sta di fianco a cosce aperte manco fosse Sharon Stone o, ancor peggio, se proviene dal distributore di caffè.

Accanto a te e tutto intorno a te, altra gente spaurita ti fa pensare che non sei l’unico a vivere la drammatica situazione, con una differenza però; tu sei l’unico che evita il dialogo con altri di loro.

Loro infatti, più esperti e professionali, vivono quello spazio con fare da “maître” di sala, raccontandosi aneddoti che ti spingono a tuffarti nella lettura dell’ultima avventura sessuale della Vanoni (Ou! Sono riviste davvero antiche eh).

Nel frattempo, le sedute a forma di patatina “crock”, cigolano, ballano, facendoti temere una rottura improvvisa, cosa che ti porterà a lasciare nuovi segni sui muri, facendoti finalmente comprendere come siano finite lì quelle scarpate. E così infatti, che ci si tiene in equilibrio, poggiando saldamente i piedi sul muro, sperando che quella sedia non si rompa, facendoti ruzzolare per la stanza.

E mentre sei lì, aggrappato alla speranza e col tuo bicchiere di piscio in equilibrio, sarà sicuramente entrata una ragazza carina che ti farà tremare al pensiero di cadere, lavarti nell’urina, rovinando ancor di più l’atmosfera.

Seduto da un tempo indefinito, sospeso per non crollare, sarai colpito dai crampi; l’acido lattico tornerà a scorrere facendoti rivivere la gioventù, quella in cui facevi il panchinaro a calcio non entrando mai in campo.

La sala d’attesa è ormai una fermata della metro, piena all’inverosimile e a questo punto ti convincerai del genio arredatore. Infatti, oltre al numero inefficiente di sedute, anche l’areazione della stanza contribuirà a quella sensazione di perdita dei sensi che ti colpisce.

Dopo un pomeriggio, potrai raccontare con cognizione di causa, un’esperienza pari a quella dei tuoi amici che ti ammorbano coi racconti dei fetori inalati presso le concerie del nord africa.

Intanto però, in tutto questo caos, comincerai a provare invidia per quelle vecchie signore che cavalcano la situazione manco fossero ad una cena dei Lions. A regnare in questo salotto però, sono i loro fiati, che farebbero orrore persino ai cercatori d’oro nel Gange.

Tentando di sopravvivere, i tuoi occhi e i tuoi sensi, cercheranno una fuga, è in questo momento che ti accorgerai dei meravigliosi complementi accessori della stanza: locandine stropicciate e quadri recuperati da un rigattiere che ha appena svuotato la casa di un morto.

Tra un quadro e l’altro, noterai quelle strisce di scotch con sotto ancora incollati i pezzi di un qualcosa, lasciati lì, a decorare di brutto l’ultimo angolo caduto dal bello.

Come ad un veglione di capodanno, tutto dev’essere brutto ma a tema.

Brutto, come il fatto che sospetto da sempre che quei vecchi, seduti tutti attorno, che si chiamano per nome, non siano altro che l’invenzione di un architetto bizzarro.

Finalmente, quando ormai avrai assunto la chimica della stanza, da una scrivania color ciliegio, una voce annoiata intonerà il tuo cognome: “Signor Galt, è il suo turno”.

È arrivato il momento di entrare.

Una lacrima riga il viso, un conato sale allo stomaco: è l’ultimo sospiro all’aglio della tua vicina ancora in attesa.

Adieu. Mi dichiaro guarito.

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