Diario S1 G9.5. Personaggi: Iphep

Diario S1 G9.5. Personaggi: Iphep

ah io sarei uno stronzo
quello che guarda troppo la televisione!
beh qualche volta lo sono stato
importante è avere in mano la situazione
non ti preoccupare
di tempo per cambiare ce n’è (Lucio Dalla – Telefonami tra vent’anni)

s1g95 iphepIphep per un lungo periodo della mia vita è stato un compagno/spalla e talvolta presente alla scrittura di alcuni dei racconti che leggete qui. Al di là del nomignolo arabegiante, di fantasia, attribuitogli per via di una passione smodata per i prodotti apple, il protagonista di questa pagina non è arabo, non ha aderito all’Isis ed è cresciuto nel quadrilatero della felicità dei palermitani: il quartiere Libertà.

Sostanzialmente è uno anziano, abitudinario e socievole ansioso, comodista, ossessivo-compulsivo, freddoloso ed apple-maniaco. Se volessi farne un quadro, lo dipingerei in una sera di inverno di quei favolosi anni ’70, disteso vestito sulla “chaise longue” leopardata, stretto nel calore di un plaid a rombi ed un capellino di lana, intento a guardare “i sopravvissuti” e giocare a tetris.

E noi, un po’ come capitava ai protagonisti di quella serie televisiva, ci possiamo definire effettivamente dei sopravvissuti: al quotidiano. Sì, perché con Iphep, oltre che la passione per la serialità televisiva, ci lega una lunga disoccupazione, cominciata nello stesso momento ed ancora in corso. Insomma, siamo praticamente amici nella disperazione.

A differenza mia però Iphep è un figlio della Palermo di via Libertà, di quelle dei salotti e dei terrazzi con una vista lunga sui tetti della città, del posteggio in “garage” e della malvasia a qualunque costo. Disabituato, in qualche modo alla “povertà”.

In realtà, siamo due amici abbastanza diversi seppur complementari. Io sono uno di quelli che vive la città “cianè”, una sorta di “striscia di Gaza” in salsa palermitana, fatta di dialetti e termini estinti. In poche parole sono uno che conserva nel proprio dna l’essenza “tascia” di Palermo. Iphep no, apparentemente si impegna, ma nel profondo resta sempre uno di via Libertà.

Il suo essere “signore col cano” non è un limite al nostro rapporto e in qualche modo, ogni tanto questa differenza mi gratifica. Capita ad esempio, che gli debba spiegare termini dialettali quali “purrito” (fradicio) o “spachiggio” (paura). Alla fine della fiera però, dietro quelle sopracciglia arruffate è un “palummo” (un puro), un genuino con lo sguardo da cattivo.

Ama il suo quartiere e non potrebbe mai vivere lontano da quello spazio di ipocrisia da cui si sente lontano e attratto allo stesso tempo. Fuori dal quartiere libertà, spaesato, andrebbe a tentoni, un po’ come quando chiedi informazioni all’estero e non c’hai piena padronanza della lingua. Gli si “drizza il pelo” al solo pensiero. Più di una volta l’ho portato in esplorazione della città ignota che tanto l’affascina e da cui sfugge.

Iphep come tutti i quasi cinquantenni è un uomo fortemente legato alla routine, di quelli che non potrebbe mai cambiare “salumaio”, “barrista” e non parliamo poi del barbiere; una filosofia di vita molto semplice; se fosse un oggetto sarebbe il “salvalavita della Beghelli” a 4 tasti: mangiare, dormire, “i-phone” e “i-mac”. Da qui il suo nomignolo di fantasia. Da poco l’ho scoperto essere fumatore ed esperto rollatore di tabacco, fatto che lo colloca ad un’era più vicina alla mia età che a quella apparente.

Ama il grigio; casa con pareti grigie, lupetto grigio, capello grigio, cielo grigio. Ha una passione smodata per il cinema coreano e giapponese. Che ci possiamo fare.

Altan, William Galt, Iphep

Se vuoi conoscerlo veramente, prendi un pomeriggio libero e fatti raccontare la trama di “Primavera, Estate, Autunno, Inverno…e ancora Primavera“, uno dei suoi film preferiti. Una pellicola di quelle che già solo leggendo il titolo prendi quattordici caffè per restare sveglio.La storia è più o meno questa: ci sono un vecchio rincoglionito ed un ragazzino “allalato” (lento) che passano le proprie giornate scrutando un lago alla ricerca di non ho capito bene cosa. Forse “Nessie”, il mostro di “Loch Ness”, ma in una foresta Tibetana. Insomma una delizia di quelle che ti lacrimano gli occhi e che dopo cinque minuti la mente si allontana al ritmo di una macarena.

Per non parlare poi di “Dolls“, altro classico giapponese, dove un uomo ed una donna, anziché rincorrersi sui tetti, come il cinema orientale ci ha insegnato, passano le giornate a guardarsi senza mai parlare. Un lungometraggio del regista Takeshi Kitano evidente amatore della moviola biscardiana. Un film il cui copione è scritto sul tovagliolino del bar, di quelli che non servono manco per asciugarti. Un applauso.

Oltre al cinema coltiva una certa sensibilità per la musica. La sua è una vera passione; giradischi anni ’70, casse anni ’70, ballo anni ’70. Ama il suono in quanto tale. Quando siamo in auto infatti, preferisco di gran lunga che mi faccia ascoltare il rombo del motore piuttosto che una delle sue playlist.

E’ un ottimo amico; simpatico con idee brillanti, forse il migliore. Dopo di me.

Insieme siamo un po’ i Totò e Peppino a Milano del nuovo millennio, solo che “noio” “vulevam lavurar”.

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