Il ritorno delle elettroinutilità

Diario S5 G14. Il ritorno delle elettroinutilità

Li to labbra fatturati figghia mia su du cirasi du cirasi ‘ncilippati ca l’uguale nun ci nè
Li to labbra fatturati figghia mia su du cirasi du cirasi ‘ncilippati ca l’uguale nun ci nè…nun ci nè… nun ci nè! (Tinturia – Cirasaru)

Il ritorno delle elettroinutilitàNel post 6 della quarta stagione “Elettroinutilità”, ho raccontato di quanto mia madre fosse “vittima” delle pubblicità ed in particolare di quelle in onda su Rete 4 negli anni ’80 e ’90.

In realtà, ognuno di noi è succube della sindrome da acquisto compulsivo; c’è chi compra farfalle in edicola, chi borse o scarpe, nella mia famiglia invece va forte l’elettrodomestico, ma inutile.

Ad esempio qualche anno fa comprai un vaporetto della “Polti”, di quelli piccoli, più o meno grande quanto un ferro da stiro.

Aveva una vaschetta dell’acqua minuscola, tipo due bicchieri, però per andare in temperatura ci metteva più o meno lo stesso tempo di un intervallo di “Canale 5”.

Non c’erano indicatori che facessero presagire l’avvenuto raggiungimento del calore; te n’accorgevi perché cominciava a perdere dal beccuccio.

A quel punto iniziavi ad usarlo e funzionava, anche se la metà dell’acqua la perdeva per strada.

Dopo appena un paio di minuti infatti, s’era già esaurita la carica e toccava ricominciare da capo. Praticamente una lavata di veranda mi “custava 400 euro ri luci e 500litra r’acqua”.

Ma “vineva bona”.

Lo sostituii presto con i panni in microfibra.

Qualche tempo dopo pensai fosse arrivato il momento della scopa a batteria. Prima acquistandone una di fascia economica, credo il tarocco della “Vileda”, poi all’ufficiale, che riusciva anche nell’impresa di ricaricarsi.

VirobiPoco dopo passai al “simil” robot aspirapolvere, sempre della “Vileda”, il “Virobi” (25 euro), che in teoria doveva pulire “da solo” l’intero spazio di destinazione e che nella realtà restava incastrato in un angolo della stanza limandomi il parquet.

Al terzo “Eliporto” decisi di richiuderlo per sempre in una scatola.

Per un periodo mi stavano pure per convincere nell’acquistare il più famoso “i-robot”, la nota aspirapolvere a disco, che fa la stessa cosa di quella da 25 euro, ma che ha il suo punto di forza nel prezzo: cinquecentoeuro.

Ci provarono con: “si ricarica tornando alla base in autonomia!”

Pensai, conoscendo le mie abitudini, che avrei sempre e comunque scollegato il caricatore. Dunque ogni volta che avrei voluto usarlo si sarebbe dovuta attendere la carica.

In poche parole “fazzu prima ca scupa ri du euro”.

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Gorgoglianze

Diario S5 G13. Gorgoglianze a te e famiglia

Sarà un po’ lungo, stai cosi lontano;
mi godo il viaggio, sai che guido piano;
adesso guarda dalla tua finestra non ci credi ?
Sono qua (Fabio Concato – E’ festa)

GorgoglianzeFacebook è la prima prima fonte certa per scoprire facilmente se qualcuno è morto. È un bollettino aggiornatissimo su defunti, cause e persino sull’effettiva influenza del caro estinto.

In sostanza, oltre agli aggiornamenti sul defunto o più del giorno, locali che siano o meglio ancora se vip, è possibile infatti misurare il grado di “affetto” suscitato sulle persone o l’effettiva popolarità di cui si godeva in vita.

Per esempio, quando è morto mio Zio la sua popolarità era cinque su dieci sulla scala locale, 2 su quella familiare e zero sulla Vip.

Quando è morto Frizzi invece era palese il 10 su scala Vip, il 10 sul piano locale ed il 9 sulla familiare.

Alla morte della Principessa Leila di Star Wars ci fu anche il 10 sul piano internazionale poi 9 sulla Vip, il 6 su scala locale ed un misero 1 in quella familiare.

Quando è morto Paolo Villaggio eravamo a 9 sulla Vip, 5 in locale e 5 su familiare. Invece quando morì Fantozzi fu 10 su tutte le scale.

Insomma Facebook, che ne voglia l’aggiornamento sulla normativa della privacy, è uno strumento utile per raccogliere dati, anche se sei già morto.

Ecco perché quando muore qualcuno, una volta che lo si è scoperto sui social, ci si va a scrivere sulla bacheca. “Mi dispiace che ai morto, eri bravo e salutavi ogni mattina sul tuo profilo”.

Il motivo non è ancora stato compreso. Immagino ci si aspetti che il morto batta un colpo o un tasto. Chi lo sa. Di sicuro però lo sanno i parenti, oltre a Facebook, che si ritrovano per giorni a compiere il “dovere” di commentare sulla bacheca del proprio caro le “gorgoglianze”, come sono soliti fare e purtroppo scrivere, con forte sentimento, gli amici del web.

Sappiate però, nel caso io muoia prima di Facebook, di evitarmelo. E se proprio vi dovesse scappare, sappiate che verrò ad interrompere tutti i vostri sogni sessuali, trasformandoli in un film di Emma Dante coi sottotitoli in polacco.

Rip.

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Erotico mentire

Diario S5 G12. Erotico mentire

Tra le tue mani scoppia il fuoco che mi brucerà
Ed io non voglio più salvarmi da questa verità
C’è una luce che mi invade non posso più dormire
Con le tue pagine nascoste lo vorrei gridare (Gianna Nannini – Bello e impossibile)

Nell’era dell’erotico mentire di internet, ci sono tanti modi per fare sesso. Soprattutto platonico.

I social sono la rappresentazione visiva di ciò che scrittori e poeti del passato declinavano in versi ed opere struggenti. Sono desideri espressi, che non sfuggono ad osservatori attenti ed inclini al peccato. Il prurito dell’amore infatti, escoria l’interno e l’esterno delle persone, fino a renderle incapaci di nascondere il desiderio della grattata.

“Io verrò ogni volta che vorrai. Sarò sensibile ad ogni tuo richiamo, anzi tocco. E poi faremo a gara coi tocchi, a toccarci”. 

Non sono versi di un poeta di passaggio una sera alla “Vucciria”,  sono ipotetica gesta da “innamorato sociale”. Versi composti come un richiamo da “animale” in calore che tenta di coprire le sue tracce ad altri predatori, quelli della notizia. Uomini e donne, che avvertono e godono di un altro prurito: il pettegolezzo.

Personalmente sono per il “movimento due di Pippe”, che non è una struttura femminista pro Civati e neppure uno strumento di natura populista, è solo un consiglio pro masturbazione per questi. Oppure un messaggio di sprono al coraggio di amarsi liberamente, come una sega davanti ad un film di Pierino sperando che non entri tua madre.

Prendetela come vi pare.Erotico mentire

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7x7=42

Diario S5 G11. 7×7=42

Hey Joe, I said where you goin’ with that gun in your hand, oh
I’m goin’ down to shoot my old lady
You know I caught her messin’ ‘round with another man
Yeah, I’m goin’ down to shoot my old lady
You know I caught her messin’ ‘round with another man
Huh! and that ain’t cool (Willy DeVille – Hey! Joe)

7×7=42. Non ci vogliono grandi conoscenze di matematica per una semplice moltiplicazione ed i relativi danni che una scoperta scientifica come quella che sto per raccontare possano causare.

7x7=42Gli scienziati della Nasa infatti, hanno scoperto 7 pianeti simili alla terra (qui la notizia del 2017), di cui 3 certamente “abitabili” e non rivelano alla comunità il danno potenziale di potersi ritrovare sul groppone il peso di ulteriori 42 miliardi di coglioni.

La scienza è così: prendere o lasciare. Coglioni o non coglioni, loro debbono accertarsi che possano esistere altre specie di imbecilli che rovinino ecosistemi ma anche semplici giornate di riposo.

Un po’ come quelli che si affidano agli investigatori privati per appurare cose che basterebbe affacciarsi alla finestra 5 minuti prima del rientro del partner, per sapere che sta scendendo dall’auto dell’amante.

Ma siamo così. Talmente presi dalla materia da non renderci conto della realtà; a forza di guardare il buco in punta al cannocchiale, ci perdiamo il culo che li circonda.

Come quelli che creano gruppi su whatsapp a cui però non partecipa nessuno, anche perché nessuno ci vorrebbe stare in un cazzo di gruppo che già dalle sette di mattina di una giornata festiva pullula di banalità.

Però ci sono ancora “scienziati”, virgolettati, che necessitano di approfondire la ricerca, al fine, evidentemente, di farsi mandare a fanculo.

Anche perché la scienza è una materia esatta! Ragazzi non si scherza. Come del resto i miei vaffanculo ogni volta che sento squillare il cellulare per ritrovarmi una immagine di fiori raccattata sul web o peggio ancora, una foto di Palmiro Togliatti per ricordarmi una conquista della sinistra.

Buon Primo Maggio

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il circolo babbiun

Diario S5 G10. Il circolo babbioni

Io in paese ci ho vissuto già qualche mese
se di notte fai un passo con la lingua
che è un coltello ti tagliano gli abiti addosso
e se parli a una ragazza che è già stata fidanzata
loro ti mettono due timbri: ruffiano e prostituta
e se qualcuno non difende i suoi interessi con le unghie e con i denti
è degradato ad ultimo dei fessi per non dire degli impotenti. (Lucio Battisti – Le allettanti promesse)

il circolo babbioniL’ho sempre pensato e lo voglio per una volta scrivere: il problema dell’arte e della cultura sono gli artisti e i colti.

Esiste un gruppo di palermitani noti e non, che si estende fino alla remota provincia, di cui vorrei tanto fare i nomi ma che non posso citare per ovvie ragioni, che da un decennio imperversa tra i contatti dei visibili di questa città, proponendosi quale “vero e forte contributo” alla cultura.

Una sorta di circolo dei “babbioni” dove, attenzione, il termine “babbioni” è usato insolitamente rispetto alla tradizionale accezione concessa ad anziani che perdono il lume della ragione per l’avanzare dell’età.

Sono invece una sorta di “collettiva di artisti” che ha quale comune denominatore, il fatto di essersi autoproclamati tali.

Insomma un gruppo di pavoni, un po’ matti, ma di quel matto che non li rende geniali, soltanto scemi.

Sono più o meno visibili scrivevo prima. Diciamo che ogni tanto vengono anche raccontati dai quotidiani poiché infestano mail, social e cellulari di chiunque, in particolare dei giornalisti del settore “cultura” coi loro eventi. Sono procacciatori di talenti, nuovi “babbioni” ed amano concentrarsi sulla banalità dei pensieri, i loro.

Poeti, scrittori, musicisti, attori e registi teatrali ed alcuni casi tutte queste cose insieme. Ecco, la follia che li rende scemi.

Passano da uno scantinato all’altro, da un bar dello sport ad una pizzeria dove tutto sta a cinque euro. Si regalano pergamene che chiamano premi, intitolate alle personalità più disparate o quando in forma finanziata, ad iniziative che a citarle ci vorrebbe un premio.

Stanno tutti stretti, sgomitano sui podi improvvisati, si complimentano e si odiano come dei competitori veri. Si scambiano like e raccomandazioni, abbracci da far invidia alla Mulino Bianco e prose da far impallidire una classe di prima elementare. Concordano serate piene di parenti che, annoiati, applaudono “al proprio figlio” come alle recite di natale.

Insomma sono questi, più o meno, i “babbioni” che affollano le nostre bacheche di foto senza pubblico e di autori che si celebrano poggiando toppe e gomiti su tavoli spizzicati e di plastica.

Ed io voglio ringraziarli, per una volta, per avermi regalato giornate di “allegria” con versi, volti e foto, di cui sparlare.

Grazie.

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Piacere, per piacersi

Diario S5 G9. Piacere, per piacersi

Vivo perduta nel mare (della mia fantasia)
Ed ogni notte un dolore (che col sole va via)
Io lo so,è una vita che questa mia vita
Va avanti così (Irene Grandi – In vacanza da una vita)

Un autore per piacere, deve ritrovarsi sempre a scrivere dei propri cazzi. Non importa se reali, gonfiati o neppure vissuti, l’importante è rendersi sempre protagonista di quel racconto. Piacere, per piacersi.

Un po’ come quando incontri quell’amico della comitiva che c’ha sempre i cazzi della sua famiglia da raccontare, ma di sè, mai nulla di interessante.

Ecco, questa è il compromesso quotidiano da “raccontatore” seriale, esistere attraverso i racconti degli altri.

In sintesi, vivere la vita come un floppy disk da 1,44mb, ma se lo inserisci al contrario, poi, non si legge una minchia. Ecco, due facce, che a differenza di un vinile, hanno un solo verso, un solo prospetto.

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Il dubbio post mortem

Diario S5 G8. Il dubbio post mortem

Un giorno capiremo chi siamo senza dire niente
E sembrerà normale
Immaginare che il mondo scelga di girare
Attorno a un altro sole
È una casa senza le pareti
Da costruire nel tempo, costruire dal niente
Come un fiore fino alle radici
È il mio regalo per te da dissetare e crescere (Annalisa – Il mondo prima di te)

Il dubbio post mortemQuando muore qualcuno, i vivi che restano, si addolorano. A prescindere. Ma restano sempre dei dubbi, post mortem.

Ho capito che nella vita esistono sostanzialmente due tipi di morti: quello che era bravo/a o la bonarma, bonarmuzza ( bonanima).

Per spiegarvi meglio, quando “murio me zio”, era “bonarma”, Frizzi invece era “bravo”.

La differenza sta tutta nel concetto che la bonarma o bonarmuzza può essere anche un clamoroso figlio di puttana in vita, ma l’anima, comunque, è a marchio Dio, dunque, una volta raggiunta l’aldilà, è in salvo.

Una buona anima, appunto.

Il vantaggio di essere dei figli di puttana sta tutto lì; una volta morti si sta come sul “101” a gennaio senza biglietto: abbonati tutti i “peccati” e belli “stritti”. E allora uno pensa: ma picchì devo essere “bravo”?

La risposta non sono in grado di darla, di sicuro a volte sono” bravo” ed altre “bonarmuzza”.

Lascio però questo diario che raccoglie i miei pensieri e che un giorno, toccando ferro ma non alluminio ca un sierbi, potrà esservi d’aiuto per declinarmi da morto.

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Frizzi e la prigioniera delle emozioni invisibili

Diario. S5 G7. Frizzi e la prigioniera delle emozioni invisibili

Se vuoi toccare sulla fronte il tempo che passa volando
in un marzo di polvere di fuoco
e come il nonno di oggi sia stato il ragazzo di ieri
Se vuoi ascoltare non solo per gioco il passo di mille pensieri
tu chiedi chi erano i Beatles, chiedi chi erano i Beatles… (Stadio – Chiedi chi erano i Beatles)

Frizzi e la prigioniera delle emozioni invisibiliChissà cosa direbbe oggi mia Nonna. Da quando s’era separato da Rita, era partita una fatwa verso la sua tv, un’offesa alla famiglia che non riusciva a tollerare, come già accadde tempo addietro e che vi raccontai di Romina e Al Bano.

Già. E chissà cosa penserebbe dello stesso Frizzi oggi che il suo primogenito e i suoi primi due nipoti, sono tutti separati e con una terza erede su cui piove una scomunica per scisma da eccesso di fede (non scherzo).

Lo avrebbe rivalutato? Non lo sapremo mai.

Mia Nonna, una donna che aveva vissuto in funzione del matrimonio, passava le sue giornate sotto al calendario di Frate Indovino intenta a soffrire della triste giovialità della “vita in diretta”, programma di Rai Uno, incredibilmente ancora in onda e con ascolti sempre stabili, che racconta quotidianamente le tragedie di questo paese, facendo vivere gli anziani d’Italia in costante stato d’ansia e terrore (poi però ci chiediamo perché in un paese di vecchi, Salvini convince n.d.r.).

Mia Nonna, immobile sulla poltrona, prigioniera di emozioni invisibili, che non aveva vinto il sorriso, sempre incazzata, fuori, mai dentro, era una di loro.

Felice ad ogni mio passo, ad ogni mio abbraccio, fiera di me, per un inspiegabile e irrazionale motivo. Era appunto mia Nonna.

Soffocata, nei sui ultimi anni, da quella scomparsa improvvisa che la divideva per sempre dal Nonno, soffriva i divorzi dei” Vip” e per quella televisione che proponeva ogni giorno quei volti. I suoi giorni, fatti di pomeriggi tra la bottiglietta di Lourdes in vetrina e la rivista che raccontava gli scomparsi del paese natio.

Mia Nonna, che non ho mai capito neppure se fosse credente.

E poi Fabrizio Frizzi (che rideva sempre).

Negli anni ’90 era il “conduttore a tutto”, da Miss Italia alla linea “731 Acquasanta-Vergine Maria”, entrato nelle nostre case principalmente grazie a “Scommettiamo che?” ne è uscito con “l’Eredità”, come un parente da proficuo racconto nei bar. Uno zio d’america ignoto e vicino. Lo si capisce anche dai commenti di queste ore, che ne esaltano gentilezza e cordialità con dispiaciuta sincerità.

Mi capitò di incontrarlo per caso, in una Lampedusa del primo decennio degli anni 2000, fu molto gentile e scambiammo due chiacchiere appunto cordiali. Ci lasciammo con la classica foto di rito e non lo rividi mai più. Neanche in tv, i suoi show mi annoiavano parecchio.
E niente. Non ho altro da aggiungere.
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un anno in più

Diario S5 G6. Un anno in più

da oggi vita cambierò
sul pianoforte
soltanto swing io suonerò
oh mamma mamma
le note m’han stregato il cuor
son felice sol così
quando canto notte e dì
do re mi fa sol la si
ho voglia di studiar (R. Arbore – Mamma mi piace il ritmo)

28 febbraio 2018. Un anno in più.

Finalmente è finito, forse, spero, l’incubo che ha accompagnato questo mio 37° anno di vita. Orribile, sotto tutti o quasi i punti di vista. Un anno di solitudine complessiva, di sconfitte, di cadute che causavano altre cadute. Di scale mobili nel solo verso della discesa.
Non un attimo di piena convinzione d’esistenza.

Forse allora è finito, spero, quest’anno da inutile corpo in balia degli accadimenti.

Non mi resta che attendere e capire. Capire se sia veramente il cambio del numero che si accompagna al 3 ormai a pochi passi dal 4, il vero cambiamento.

Nel frattempo immutato nell’aspetto, nell’animo e nella mente, copro di niente questo giorno di glorie.

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Cari Compagni, care Compagne

Diario S5 G5. Cari Compagni, care Compagne

You take someones heart and you kick it around
Keep on picking it up
So you can watch it come down
I don’t know what I am suppose to do
Why I wait for you to make up your mind
Could you please be so kind
When you know what to do I’ll be in the next room
But if you make it to late I may be in the next day (Hmm) (George Michael – Fantasy)

Cari Compagni, care Compagne,

vorrei cominciare con un richiamo d’attenzione questa lettera, che scrivo dal profondo del cuore. Quello che ancora batte dietro alla nostalgia di un atmosfera di sinistra, la stessa che ci ostiniamo a chiamare “quella vera”.

Diciamocelo francamente, siamo orfani di tutto; di politiche, di dibattiti, di programmi e perché no, anche di quella terminologia che ci rendeva gruppo, anzi, compagni.

Diario 5 G5. Cari Compagni, care CompagneMa una cosa non è necessaria a quel clima; la sensazione di proporci stereotipati. Legati ad una serie di “concetti chiave”, di forte impatto visivo, di riconoscimento quasi.  Elementi che, oltre a non farci guadagnare un centesimo di voto, pure dal punto di vista della percezione collettiva, non conquistano centimetri di pubblico.

Sempre francamente, ammettiamolo, almeno tra noi, che l’uomo “De Michelis”, sudaticcio, affaticato dal peso e dall’età, non tira più. Ma già dai tempi del Psi placcato oro. Così come non affascina più la donna col pantalone di velluto e le infradito a novembre.

L’immagine del compagno con la coppola che nasconde una fronte spaziosa che termina però su delle basette incolte intrecciate alla rinfusa con la corona discendente che fa più peluria che capelli, possiamo evitarcela. E non perché  io voglia propormi quale uomo immagine della sinistra moderna, ma giusto perché non voglio che si rida più di voi, di noi.

Così come non vorrei più che alle nostre riunioni siano presenti e soprattutto che non prendano più la parola, soltanto i soliti 4 della compagnia di amici del liceo; l’artista sfigato, il sindacalista emarginato, l’ambientalista squattrinato e la madre modello, ora avvocato, ma con la borsetta “Prada”.

Cari Compagni, care CompagneInsomma, è venuto il momento di evolverci. A partire da questi piccoli aspetti che possono sembrare di folklore, quasi necessari, per proporci agli elettori o come li chiamiamo noi: “la nostra gente”.

La nostra gente infatti, è la stessa degli altri; C’ha le utilitarie ma anche dei Suv iperuranici. La bicicletta certamente, ma pure quella elettrica. Guarda la tv impegnata ma il sabato sera capita che sta sul divano con Maria De Filippi. Insomma, lo sapete meglio di me: siamo di sinistra, non attori del teatro di strada.

Ecco, smettiamola di apparire dei “bohemien” del pensiero all’interno delle nostre città! Siamo dei “ma anche” (quando lo scrivo mi eccito ancora, grazie Walter n.d.r.). Di sinistra sì, sicuramente anzi, inghiottiti però dalla contemporaneità. Come poi è giusto che sia.

E quindi se facciamo una festa, non c’è bisogno del tavernello, della salsiccia o di parlare al microfono dopo 5 birre per poi dirci che siamo pochi buoni e intellettualmente onesti.

L’ essere stereotipati non ci qualifica quale onesti e di sinistra. Ci rende soltanto marginali e decontestualizzati.

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