Diario S5 g22. Il dialetto a scuola

Diario S5 g22. Il dialetto a scuola

Noi ci siamo conosciuti tempo fa a baddarò
si sfilava portafogli sutta l’arco i cutò,
ma una sera di settembre
per fatal combinazion
n’arristaru a tutti rui
e ni purtaru a l’ucciardon
che erano belli le tempi passati, le tavolate le belle mangiate
quando le cristiane caminavano a piari ora invece in palermu
semu chini i carabinieri. (Alamia e Sperandeo – Noi ci siamo conosciuti)

 

Da settembre 2018, per volere della Regione Siciliana (qui un sondaggio proposto dal quotidiano ilsicilia.it), nelle scuole siciliane il nostro dialetto si studierà un’ora a settimana. Si da ampio risalto sui media e sui gruppi “sicilianisti” entusiasti.

A tal proposito vorrei esprimere un pensiero, che, come al solito, non ha alcuna pretesa.

Facendo soprattuto leva su un inciso: parliamo di lingua o di tradizione, folklore?

Il dubbio nasce dal termine dialetto, che fa si che confonda tutto e alla fine si camuffi la nostra lingua, con la diffusione di un prodotto derivato, il folk dei carretti e delle sue sonate.

Detto questo, se invece vogliamo discutere sul piano strettamente sociologico, sulla nostra tradizione, sul nostro modo di essere, ho le idee molto chiare.

Il dialetto e la sicilianità sono due espressioni della nostra cultura che non si possono mantenere vive con la scuola e peggio ancora con lo studio.

Nessuno mai, potrà insegnare il valore di un gesto attribuito ad una parola o la sua retorica contraddittoria.

La sicilianità si vive, si comprende e la sua “lingua” ne è conseguenza.

Non è possibile assaporare qualcosa che non si prova, qualcosa che non si respira, qualcosa che non si partecipa, qualcosa che non si capisce. “Non – si – può!”

Se state cercando di spacciare questo per un prodotto scolastico, ed è quello che in qualche modo respiro nelle discussioni, allora siete fuori strada.

Tramandarne la tradizione è un compito che spetta alle famiglie. Se la smettessimo di ghettizzare, stereotipare e fingere di essere qualcosa che non siamo, forse, questa cultura non farebbe fatica a sopravvivere.

Il dialetto siciliano ha un valore solo insieme alla sicilianità. Non ci sentiamo mica inglesi per il solo fatto di saperne tradurre la lingua!

Siamo espressioni, volti e facce; non solo parole il cui significato resta una sterile e vuota traduzione da conoscere. Non siamo termini. Siamo appunto una cultura, una lingua madre, fatta di pensieri e di radicamento.

Del significato della parola “buatta” possiamo farne anche a meno, lo impareremo con l’esperienza. Non ci riusciremo a tramandare senza comprenderne il senso. Non sapremo mai cos’è una “buatta” senza mai riempirne una.

In poche parole, bisogna vivere.

E per vivere è necessario che la gente si mischi, che stia per strada, a tramandarsi la miscellanea che siamo e per modificarla ancora. La cultura si trasmette coi pensieri e resta viva se lo sono anche le persone. I modi di dire, modi di fare, si acquisiscono senza lo scimmiottamento vuoto di una lezione da apprendere.

A creare confusione ci basta già la televisione.

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Se questa è arte

Diario S5 G21. Se questa è arte

Canzone trovala se puoi
Dille che l’amo e se lo vuoi
Và per le strade tra la gente
Diglielo veramente
Non può restare indifferente
E se rimani indifferente non è lei (Lucio Dalla – Canzone)

Se questa è arteDa un paio di anni, in alcuni ambienti di Palermo, non si è fatto altro che parlare del premio “Capitale della Cultura” e successivamente, in un ambiente ancor più ristretto, della biennale di arte moderna “Manifesta 12”.

E’ una fibrillazione giustificabile, per carità, per prestigio e in alcuni casi per soldi e visibilità. Sicuramente un’occasione utile per far parlare di Palermo e dei palermitani. In realtà, basta spostarsi un po’ dagli ambienti dell’accademia d’arte o dai salotti della politica, per comprendere che i messaggi promossi dal mondo della cultura attraverso la politica, non arrivano praticamente a nessuno.

E’ infatti improbabile che vi troviate in mezzo ad una conversazione in cui uscirà fuori qualcosa di inerente ad una iniziativa in “cartello”.

Volendo riflettere, ci sono aspetti che anticipano la ristrettezza dell’evento per due semplici ragioni: sono uno che si informa, ma non so praticamente nulla di ciò che accadrà. E poi, ciò che riesco a racimolare, sono dei comunicati stampa che magnificano l’azione della politica sempre più visibile rispetto all’evento stesso.

Che poi sia chiaro, io non ce l’ho con gli artisti. E’ pure vero che a volte non lo sono neanche. Alcuni di loro però si assumono l’onere di compiacere, sottrarsi e scomparire dietro l’ego della politica sperando di “vendersi”, promuoversi o semplicemente attendendo di un favore. Spesso tutto questo accade persino a proprie spese. Alla fine si immolano per eventi marginali e mal pubblicizzati, da cui non ricavano la soddisfazione che in tanti magari meritano.

Credo che nessun artista infatti voglia presenziare ad iniziative in cui si vendono esclusivamente i promotori. Inaugurazioni, feste, anzi kermesse, dove si parla di tutto tranne che dell’evento che si propone. Si magnifica chi organizza, chi paga e chi offre gli spazi. Se poi ad organizzare è un comune allora si ringraziano dall’amministrativo al portantino, tutti ma proprio tutti, ci si parla addosso per 50 minuti, strappandosi il microfono di mano per dire esprimere principalmente gratitudine per tutti, tranne per gli artisti e le opere che presentano.

Una mortificazione per chi assiste e per chi si propone.

E se questa è l’arte…allora mettetela da parte.

Non vi merita.

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Diario S5 G20. La nascita di Liberi e uguali (1a puntata)

chi non la canta subito
in un momento, alè, diventa brutto!
e invece: quelli belli come noi
(che sono tanti!)
a cantarla tutto il giorno vanno avanti! (A. e E. Kessler – Quelli belli come noi)

Grasso Civati Fratoianni SperanzaNella storia di un individuo con degli interessi, prima o poi, capita di imbattersi in un “progetto politico”.

Il mio, “mannaggiaamme”, si chiama “Liberi e Uguali” ; un cartello elettorale, nato dall’unione degli scissionisti del Partito Democratico post Renziano e con una parte della Sinistra post scissioni della sinistra.

“Leaders” del raggruppamento sono i segretari dei partiti, Roberto Speranza per Articolo – 1, Nicola Fratoianni per Sinistra Italia e Giuseppe Civati per Possibile e con loro, gli ultimi due Presidenti di Camera e Senato, Laura Boldrini e Pietro Grasso.

Un movimento in polemica su tutto, fin dalla prima apparizione pubblica congiunta: l’Assemblea di Roma del 3 dicembre 2017 che in una prima comunicazione sarebbe dovuta essere il 4. Tanto per non creare confusione tra le persone.

Liberi e Uguali

Alla kermesse c’erano i soliti: D’Alema, Bersani, Bassolino, Craxi e tanti altri ancora.

Uomini e donne, in maggioranza i primi, da sempre considerati i grandi nemici della sinistra italiana e della sua unità.

A guidare il consesso: Pietro Grasso, “lider maximo”, scelto segretamente dai Tre, tra le mura romane, “seduto”, divertito, allegro, come un nonno ad una festa di ragazzini in discoteca.

E poi c’erano i delegati, la maggior parte in fila fuori o peggio ancora strattonati dalle guardie ai cancelli. Anziani, giovani, disabili, arrivati a Roma per la rivoluzione, a proprie spese, ad una settimana dall’avvio delle feste di Natale. Con i costi per il viaggio lievitati per ovvie ragioni che non sto qui a sottolineare.

Entusiasti, venuti nella Capitale da tutta Italia per godere della nascita di una lista unitaria in vista del voto e chissà per quanto altro tempo ancora. Eravamo a Roma per votare nome, logo, festeggiare e siamo finiti per litigare con la sicurezza, come ad un qualsiasi concerto dei ’99 Posse.

Mentre la maggioranza stava fuori, a pochi gradi sopra lo zero, cominciavano a girare le prime indiscrezioni sul nome e logo. Da whatsapp ci arrivavano cerchi rosa con scritte improponibili rosse, alcuni, forse, quasi peggiori dell’immagine che poi venne depositata per le liste.

Intanto nessuno sapeva cosa stesse succedendo dentro, fino a quando riuscimmo a conquistare il monitor che stava subito dietro l’entrata principale dell’Atlantico live.

Stipati come un bus indiano nell’ora di punta, stavamo lì, tentando d’entrare, litigando con le guardie che ci respingevano paventando problemi di sicurezza per il Presidente del Senato, Pietro Grasso. L’uomo che volevamo ascoltare a nostre spese e con una delega al collo.

Finita la kermesse, andammo tutti via. Chi deluso, chi felice. Io incazzato per il trattamento ricevuto.

Le belle speranze hanno anche degli intoppi per carità. Lì per lì si pensava ad uno dei tanti, “i soliti di organizzazione della sinistra”. Per me un segnale chiaro di come sarebbe andata a finire dopo e ancor dopo marzo.

Liberi e UgualiAdesso toccava ai giornali; gli unici fino a quel momento, ad informarci su cosa stava accadendo al partito che avevamo deciso di sostenere e alcuni anche finanziare.

Dopo Roma, la prima contestazione della “gente” fu: siete un movimento di sinistra e femminista ma per rappresentarlo ci sono esclusivamente 4 uomini.

Alcuni lo avevano previsto con largo anticipo, tra questi Pippo Civati che, come al solito, verrà ignorato dagli amici.

Tra i denti si sarebbe subito voluto rispondere: “ma no! C’è Laura Boldrini!!!”

Non si poteva fare.

La Presidente della Camera infatti ( mi rifiuto di scriverlo al femminile), era ancora impegnata sul voto della finanziaria in Parlamento.

Non sarebbe stato opportuno che si dichiarasse pubblicamente legata ad un nuovo soggetto che da lì a poco avrebbe sfidato tutti gli altri.

Continua…

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mentici a zeta

Diario S5 G19. Mentici a zeta!

Hanno ucciso l’uomo ragno, chi sia stato non si sa
Forse quelli della mala, forse la pubblicità
Hanno ucciso l’uomo ragno, non si sa neanche perché
Avrà fatto qualche sgarro a qualche industria di caffè (883 – Hanno ucciso l’uomo ragno)

Mentici a zeta!Quando scrivi, è normale ricevere foto, notizie e tanto altro materiale da fonti anonime.

Questa foto mi è arrivata qualche tempo fa, credo ormai cinque anni. E’ una copia dello scontrino appartenente alla caffetteria che sta all’interno della Presidenza della Regione.

Pare che all’inizio della loro attività chi si occupò di programmare il sistema operativo della cassa del bar non sapesse che il Palazzo si chiamasse D’Orleans e non D’Orleanz con la zeta finale.

Seguii questa vicenda con uno scambio di messaggi e mi confermarono che qualche settimana dopo si accorsero dell’errore e rimediarono. Non ne parlai più, c’erano tante cose in ballo allora e altro di cui scrivere.

mentici a zetaErano infatti i giorni dell’insediamento di Rosario Crocetta, simbolo ormai, ahimè, di un quinquennio sfasciato e di politiche inerti. Eravamo tutti impegnati a raccontarne ogni singolo momento e non c’era tempo per soffermarsi.

Ma come sapete sono uno che si fissa coi dettagli e quell’errore, assai banale, mi restò sempre nella memoria. Ripensandoci oggi, fu una prova, anzi un segnale, su cui sorvolai, di ciò che sarebbe accaduto nei giorni a venire.

Mi sono chiesto tante volte se fosse stato giusto pubblicarla, se tenerla nel libro privato dei ricordi. Mi sono chiesto se fosse stato utile al dibattito. E’ un errore grossolano e probabilmente, soltanto di battitura degli addetti alla configurazione della cassa.

Ma quello è pur sempre il Palazzo di governo di questa Regione e la famiglia D’Orleans non è proprio l’ultima delle nobili di Sicilia.

Forse, già allora se ne sarebbe potuto ragionare. Rimedio oggi, mostrandola come una chicca simpaticissima da  bar, tutta da gustare.

Un ci fu niente!

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Pigghia i sarbiette

Diario S5 G18. Pigghia i sarbiette

Risonanze nere senza ipocrisia
Andare un po’ pi? su
Vieni, vieni con me
E vieni, vieni con me
Alelai alelai alelai
Vieni appresso a me (Tullio De Piscopo – Andamento Lento)

aggiungi-un-post-a-tavolaOk
Calma, calma, calma.

Facciamo una sera a cena fuori, magari il 16 agosto, un post festivo, che poi viene pure di martedì. Andiamo in un paese della provincia di Palermo, che stiamo tranquilli.

Eh. Certo.
Prenoti, non si sa mai, magari restare senza tavolo e aspettare le ore fuori.

Arrivi e ti ritrovi assegnato al tavolo che sta proprio vicino ad un “congresso” aperto a minori di anni 10 accompagnati dai genitori.

Chiaramente taci e ti accomodi.
Che ci puoi fare? Che ci possono fare?

I bimbi ti squadrano dal primo momento con fare curioso, sdegnato è il volto degli altri. Sei uno straniero in terra loro.
Evita cenni. Sei di passaggio per una pizza.

“Plin plin plin, plin plin plan” una musichetta mina il tuo cervello. E’ il gioco dei pesci, che non vedevo sulla tavola di un ristorante da almeno vent’anni. Una coppia di piccoli terroristi alle tue spalle da oltre venti minuti tenta di prendere i pesciolini magnetici.

Noncuranti del nulla, urlano di gioia ad ogni fortunato aggancio, ad ogni liscio, ad ogni cambio di umore. I genitori li ignorano; parlano di calcio, sparlano parenti, mentre tu tenti di scorgere uno sguardo e segnalare il disagio.

Niente. Ti ignorano.
Sei sempre lo straniero a casa loro.

Cominciano ad arrivare il loro antipasti e niente, stavolta urlano tutti.
Nemmeno i clacson della gente che tenta un parcheggio riesce a coprire il martellamento di quella canzoncina, lasciata intanto come sottofondo tra una patatina e una “cazzilla” congelata.

Gli altri non esistono. E’ la regola. Sei sempre uno straniero a casa loro.
Un merdosissimo 16 agosto a pochi gomiti dal mio.

Si fuma. Ma nessuno fuma, soltanto loro.
Genitori che ignorano i figli. Vuoi che se ne fottano di te?
Straniero che porti denaro nelle casse di un paese sperduto dell’entroterra!
Ma chi buole???

Comincio ad osservarli con tono di sfida. Ma niente. Non esisto. Gestiscono la cena con una mano soltanto, l’altra è impegnata perennemente con la sigaretta.

Accendino, sigaretta, posacenere, patatina, morso di pizza. Wurstel che rotola per terra, funghetto spiaccicato sotto al piatto, “boffa” nel cozzo del figlio maschio, “boffa” alla figlia femmina che si lamenta del fratello che le fotte le olivette dalla pizza.
Un rituale infernale. 

Hanno ordinato una decina di familiari per 6 persone e 6 bambini.

La tavolata è allegra.
La loro.
Avete presente quell’inquietante divertimento da documentario “real time” sui “Gipsy” rumeni d’america?
Ecco. Quello.

Risate grasse, donne grasse, uomini grassi, bambini grassi, insomma tutto unto intorno a quella tavola di denti che si sforzano di sorridere alle tristi ed antiquate battute che interrompono una cena tutta a bocca aperta.
“AH AH AH AH AH, mi fa muoriri Fulè!!”
“Fulè”, alias Fuleppo, Filippo, dev’essere quello che alla fine pagherà la cena. Non trovo altri motivi per cui si possa ridere ad una delle sue battute.

Ad un tratto le risate si interrompono. C’è agitazione. Fuleppo si zittisce. Tutti si zittiscono. Vedo la moglie mettersi in piedi, prende un bambino dalle gambe, lo solleva a testa in giù e si porta il sedere sul naso: “Sì cacone!!!!” esclama fiera.

Una puzza improvvisamente supera qualsiasi altro profumo in sala. Persino quello alle rose di Carini di Rosalia, la madre dei bimbi che giocano coi pesci, che da tutta la sera mi toglie il respiro.

“Pigghia i sarbiette!” urla Gennifer con la G, la puerpera del bimbo-tonno che ha appena digerito le cazzille congelate della settimana scorsa.
Non ci sono altre ragioni per cui quella cacca possa fare questa puzza infernale.

Intanto chiedo il conto.
Non ce la facevo sul serio più. Sono ormai in macchina.
Un tempo si diceva: a tavola è “trazzera”. Da stasera pure fasciatoio.

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Diario S5 G17. 'U Lupunaru e Lupunari

Diario S5 G17. ‘U Lupunaru

Come un branco di lupi
che scende dagli altipiani ululando
o uno sciame di api
accanite divoratrici di petali odoranti
precipitano roteando come massi da
altissimi monti in rovina. (Franco Battiato – Inneres Auge)

Esiste un’Italia fatta di leggende e miti che si tramandano di Madre/Padre in figlio/a/* (l’asterisco accontenta tutti). Storie che vengono condivise con amici fino a diventare verità e in alcuni casi prime pagine di giornale.

A proposito di giornali che riportano notizie che sembrano leggende, questa foto è di qualche anno fa (2007), ma lo conservavo con cura aspettando un giorno che venisse preso il lupo.

“Ululati e lamenti notturni la psicosi del lupo in corso Calatafimi”.

Titolava così la prima pagina de “La Repubblica” ed. di Palermo di quei giorni.

Titoli e giornaliA distanza di 11 anni non ancora saputo se sto lupo l’hanno poi trovato, ma è giusto dedicargli qualche minuto per inserirlo in un contesto, quello delle leggende di Palermo raccontate appunto da mia madre.

” ‘U Lupunaro “, meglio conosciuto come “lupo mannaro”, creatura della mitologia e del folklore detto anche “Licantropo”, cioè un essere umano affetto da licantropia, che è una condizione clinica conosciuta e che rientra tra le psicopatie.

Per farla breve, “‘u Lupunaro” in realtà potrebbe esistere per via di una malattia che farebbe credere agli uomini di essersi trasformati in animali o meglio in uomini-animali.

Ma si sa, per alcuni la scienza e le sue scoperte non hanno alcun valore, neppure davanti all’evidenza, dunque per mia madre ,”‘u lupunaro” di via Cataldo Parisio,  è esistito e ne porta ancora il ricordo che più o meno è il seguente.

“‘U lupunaro”, uomo di buona famiglia, venne inspiegabilmente morso da un altro “Lupunaro”. Tornato a casa come se nulla fosse, alla prima luna piena prese le sembianze da uomo-lupo, aggredendo i familiari inerti.

Successivamente, ad ogni episodio di “luponaggine”, essendo comunque lui una brava persona, si sarebbe fatto rinchiudere, per sua volontà, in una delle stanze della casa, legato ad un letto con delle stretti corde. Ma una delle sere riesce a liberarsi, fuggendo(!?!) e terrorizzando l’intero isolato con ululati e grida.

Il quartiere a quel punto, si sarebbe accollato il tutto come se niente fosse. Nelle notti di luna piena infatti, nessuno sarebbe uscito di casa fino alla morte naturale del Lupo-Mannaro che, sappiatelo nel caso in cui dovesse capitarvi, inspiegabilmente odia gli incroci e può andare solo avanti, tipo i video games ad 8 bit degli anni ’80.

Accadeva così, secondo mia madre che ovviamente ancora ci crede, nel quadrivia che incrocia via Malaspina con via Cataldo Parisio.

Riflettendoci oggi quindi, grazie ad un problema di viabilità urbana, ” ‘U Lupunaru” della via Cataldo Parisio non sarebbe mai sconfinato in altri quartieri, rendendoli immuni alla violenza.

Ovviamente chiedo a voi di informarmi di eventuali altri “luponari” con lo stesso problema con la viabilità.

Io ho fatto una ricerca tra i mei amici, diversi confermano il racconto, ambientato però nelle loro città. Nessuno di questi però è a conoscenza del “lupunaro zero”, quello da cui tutto è partito.

Provate a chiedere in famiglia, almeno uno di loro avrà avuto contatto con un lupo mannaro.

A voi la linea!

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Esegesi di un aperitivo

Diario S5 G16. Esegesi di un aperitivo

A guardare nei ricordi
sembra ancora ieri
che salivo su una sedia
per guardare i treni
da dietro alla finestra
un cortile grande, un bambino,
un bambino. (Francesco De Gregori – Il 56)

In qualunque parte del mondo da oltre cinquant’anni, l’aperitivo è entrato a far parte della routine dell’essere umano. Non è fondamentale, sia chiaro, però è quell’aspetto della giornata che ti consente di staccare da qualsiasi altro pensiero, in attesa della cena. Che poi per me, è il vero pensiero dopo il pranzo.

Esegesi di un aperitivoPensate che ci sono “tracce” di un antesignano aperitivo già nella Grecia di Ippocrate (V secolo a.C.) e che ufficialmente a Torino 200 anni fa nasceva il vermouth, che dell’aperitivo ne è simbolo assoluto; Per vive in città inoltre fa sorridere immaginare luoghi dove una normale richiesta di relax diventi un “incubo”.

E invece no! C’è poco da ridere!

Sarà poi che sono particolarmente fissato con il tema, che è anche paradossale visto che il 90% delle cose che si bevono durante un aperitivo, manco le bevo (ne parlai nel post “Anonima Analcolica“), ma resto sempre sconvolto quando non si riesce a superare la soglia della “normalità”.

Che cos’è per me la normalità: un tavolo, pulito, due o più sedie per un massimo di quattro, qualcosa per “spizzuliare” che non siano per forza patatine e noccioline “maniate”, una musica di sottofondo (non troppo assordante quindi), qualcosa da bere che non per forza alcolica o soltanto birra ed infine una/o picciotta/o educato che prendano le ordinazioni.

Mi pare di non chiedere troppo.

Eppure, ancora, in diverse parti del globo (scherzo) ed in particolare in Sicilia (vero), il concetto non è chiaro. Per capirci, ho scritto una breve esegesi di un aperitivo siciliano (può essere di riferimento anche solo di un territorio):

Stagione estiva dall’anno 2000 fino ad arrivare ad oggi.

Apertura stagione (aprile):
– Bruschette 2 gusti, Olivette, salatini, patatine (pugno);
A giugno:
– Olivette, salatini, Patatine;
A Luglio:
– Salatini, Patatine;
Ad Agosto:
– Patatine (gommose)
A Settembre:
– Accattati i patatine;
Ad Ottobre;
– Puortati puru a seggia ra casa.

Fine delle trasmissioni.

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Maichilieddu

Diario S5 G15. Maichilieddu ‘u mmiricanu

E se vi siete detti
non sta succedendo niente,
le fabbriche riapriranno,
arresteranno qualche studente
convinti che fosse un gioco
a cui avremmo giocato poco
provate pure a credevi assolti
siete lo stesso coinvolti. (Fabrizio De Andrè – Canzone del Maggio)

La storia che sto per raccontare è un dramma che si consuma ancora oggi, per cui, per ovvi motivi, darò dettagli leggermente modificati per permettere al nostro protagonista il giusto rispetto della privacy, anzi della “praivaci”, visto che di un “americano” si parlerà.

MaichiliedduMaichilieddu “‘u mmiricanu” è lo zio che tutti abbiamo avuto. Emigrato con la famiglia alla fine degli anni cinquanta, ha vissuto negli Stati Uniti. Una volta “arricchito” e poi tornato nella terra natia per godersi la pensione.

La sua Sicilia.

Maichilieddu è un uomo interessato alla cultura, alle madonne e nel tempo libero si dedica alla diffusione di notizie tramite Facebook. E’ un anziano mite, talmente mite, da far annoiare persino i Santi che condivide.

Fa il siciliano “de-migrato”, di ritorno;  condivide foto di compaesani che coltivano pomodori negli Stati Uniti, foto di frutta al mercato del Canada ed immagini Sacre immancabilmente insanguinate. Poi ancora scampagnate, foto di gruppo, foto tutti appoggiati gli uni agli altri, anziani con la coppola, anziani che stanno seduti, anziani che dormono da seduti e anziani che mangiano brodini intervallando le gesta con un alzata di calice di plastica al grido: “alla salute!”

Insomma, una vita da settantenne sul web.

Ma “Uncle Maichi” è anche autore di libri da emigrato. Quelli “gli italiani della miniera” o “Italiani che munnano cotone”. Cose così.

Questo semplicemente per dire che lo zio, non è solo un “mmiricano” qualunque, ma è uno “studiato”, cioè uno di quelli che ha fatto le scuole e che gode di una reputazione privilegiata, di quelle “un uomo buono”.

Ma gli uomini buoni e col computer, hanno anche dei segreti. Ne parlai sul mio diario tanto tempo fa, durante la prima stagione col post “quando non c’è la moglie“.

Maichi non so se possa effettivamente essere un frequentatore di siti da sesso indifferenziato, non lo conosco personalmente, anzi tendo a credere che non lo sia per ragioni devote. Di sicuro però, ha un personal computer con Windows, probabilmente con versione ’95, con 12 antivirus installati che sprecano le proprie energie a combattersi, lasciando libero il campo a malware di qualsiasi specie.

Questo ai tempi di Facebook significa necessariamente due cose: sei vittima certa di pishing (ti rubano i dati) e poi ti inondano il pc di file che contengono codice malevolo.

Tra questi, i pc dei settantenni sono notoriamente colpiti da un particolare virus che assume l’identità del malcapitato e condivide sulla bacheca personale, ma anche via messaggio alla lista dei contatti, link che rimandano a filmati porno e che una volta aperti infestano il pc di altri settantenni.

In sostanza i settantenni sul web e non solo loro, vivono una pandemia informatica inarrestabile. La voglia di curiosare e leggere tutti i messaggi che ricevono, li rende i migliori divulgatori di malware del pianeta. Virus che ogni tanto si pensano estinti ma che ritornano attivi a distanza di decenni, grazie anche alla sopravvivenza di Pc e sistemi operativi obsoleti.

E’ infatti da almeno 15 anni che tali codici infestano i pc di tutto il mondo, ma nonostante tutte le informazioni, c’è sempre qualcuno che ci casca. Un po’ come le mail col Principe nigeriano che vuole donarvi l’eredità. In pratica sono come quei tizi che nei film apocalittici prendono il batterio killer ed immancabilmente te li ritrovi in ascensore prima di prendere un aereo.

Lo zio Maichi, che è anche uno di quelli che pigia la tastiera coi soli indici, come ai tempi della “lettera 22”, è uno di loro. Un anziano “acculturato” che risponde a qualsiasi messaggio ricevuto e che immancabilmente, apre qualsiasi allegato, pensando di non potersi perdere un solo contenuto del web che lo possa riguardare.

Cominciò così l’infestazione che ha contaminato il suo privato, ma pubblico, di navigatore fatto di pomodori, zolfo e coppole di anziani che sanno di naftalina.

“Ti denuncio!” “Molestatore!” “Ma come ti sei permesso!!!” “Se lo viene a sapere mio marito ti scassa la faccia!!” Sono solo una piccola parte dei contenuti privati che il povero “Uncle Maichi” ripubblica sulla propria bacheca, sperando di poter ripulire la sua immagine da bravo emigrato, ormai compromessa da quei link inviati ai più intimi amici.

Un inferno sceso sulla sua postazione, che ne ha rovinato l’ esistenza da anziano, marito, scrittore e persino americano, fino a fargli più volte scrivere che fosse arrivato il momento di suicidare il profilo. Un atto disperato, annunciato e mai compiuto. Tipico atteggiamento da siciliano; annunciare la morte fin dai trent’anni, pensando di procurarvi un rimorso di coscienza ed un anticipo di rimpianto per qualcosa che ancora non avete commesso ma che vi rende automaticamente colpevoli.

“Ho deciso, oggi lo cancello”, un messaggio in terza persona, come a dire: “io non c’entro è lui che fa tutto da solo”. Io anzi sono bravo e lo elimino per sempre.

“Muto!” “Sto traditore che infanga il buon nome mio con tutti voi!”

Una lotta tra il buono e cattivo Maichi; come se il virus si fosse impossessato dell’identità reale da bravo emigrato che torna in Sicilia per regalare dollari e bustine di zucchero ai parenti, per mutarlo in un crudele predatore sessuale di anziani.

Lo Zio Maichilieddu, quello che una volta morto tutti diremo era “un bravo cristianu”, si è ormai trasformato, come tanti che hanno un computer, in un minchione. Uno di quelli che ha sempre riconosciuto come tali e da cui prendere le distanze.

Lo zio però non ci sta.

E adesso, venuta a mancare la fiducia, Maichi l’offeso, è pronto ad accusare. Come un qualsiasi “pentito”. Ma del web.

Siete tutti colpevoli. Tutti.

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Il ritorno delle elettroinutilità

Diario S5 G14. Il ritorno delle elettroinutilità

Li to labbra fatturati figghia mia su du cirasi du cirasi ‘ncilippati ca l’uguale nun ci nè
Li to labbra fatturati figghia mia su du cirasi du cirasi ‘ncilippati ca l’uguale nun ci nè…nun ci nè… nun ci nè! (Tinturia – Cirasaru)

Il ritorno delle elettroinutilitàNel post 6 della quarta stagione “Elettroinutilità”, ho raccontato di quanto mia madre fosse “vittima” delle pubblicità ed in particolare di quelle in onda su Rete 4 negli anni ’80 e ’90.

In realtà, ognuno di noi è succube della sindrome da acquisto compulsivo; c’è chi compra farfalle in edicola, chi borse o scarpe, nella mia famiglia invece va forte l’elettrodomestico, ma inutile.

Ad esempio qualche anno fa comprai un vaporetto della “Polti”, di quelli piccoli, più o meno grande quanto un ferro da stiro.

Aveva una vaschetta dell’acqua minuscola, tipo due bicchieri, però per andare in temperatura ci metteva più o meno lo stesso tempo di un intervallo di “Canale 5”.

Non c’erano indicatori che facessero presagire l’avvenuto raggiungimento del calore; te n’accorgevi perché cominciava a perdere dal beccuccio.

A quel punto iniziavi ad usarlo e funzionava, anche se la metà dell’acqua la perdeva per strada.

Dopo appena un paio di minuti infatti, s’era già esaurita la carica e toccava ricominciare da capo. Praticamente una lavata di veranda mi “custava 400 euro ri luci e 500litra r’acqua”.

Ma “vineva bona”.

Lo sostituii presto con i panni in microfibra.

Qualche tempo dopo pensai fosse arrivato il momento della scopa a batteria. Prima acquistandone una di fascia economica, credo il tarocco della “Vileda”, poi all’ufficiale, che riusciva anche nell’impresa di ricaricarsi.

VirobiPoco dopo passai al “simil” robot aspirapolvere, sempre della “Vileda”, il “Virobi” (25 euro), che in teoria doveva pulire “da solo” l’intero spazio di destinazione e che nella realtà restava incastrato in un angolo della stanza limandomi il parquet.

Al terzo “Eliporto” decisi di richiuderlo per sempre in una scatola.

Per un periodo mi stavano pure per convincere nell’acquistare il più famoso “i-robot”, la nota aspirapolvere a disco, che fa la stessa cosa di quella da 25 euro, ma che ha il suo punto di forza nel prezzo: cinquecentoeuro.

Ci provarono con: “si ricarica tornando alla base in autonomia!”

Pensai, conoscendo le mie abitudini, che avrei sempre e comunque scollegato il caricatore. Dunque ogni volta che avrei voluto usarlo si sarebbe dovuta attendere la carica.

In poche parole “fazzu prima ca scupa ri du euro”.

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Gorgoglianze

Diario S5 G13. Gorgoglianze a te e famiglia

Sarà un po’ lungo, stai cosi lontano;
mi godo il viaggio, sai che guido piano;
adesso guarda dalla tua finestra non ci credi ?
Sono qua (Fabio Concato – E’ festa)

GorgoglianzeFacebook è la prima prima fonte certa per scoprire facilmente se qualcuno è morto. È un bollettino aggiornatissimo su defunti, cause e persino sull’effettiva influenza del caro estinto.

In sostanza, oltre agli aggiornamenti sul defunto o più del giorno, locali che siano o meglio ancora se vip, è possibile infatti misurare il grado di “affetto” suscitato sulle persone o l’effettiva popolarità di cui si godeva in vita.

Per esempio, quando è morto mio Zio la sua popolarità era cinque su dieci sulla scala locale, 2 su quella familiare e zero sulla Vip.

Quando è morto Frizzi invece era palese il 10 su scala Vip, il 10 sul piano locale ed il 9 sulla familiare.

Alla morte della Principessa Leila di Star Wars ci fu anche il 10 sul piano internazionale poi 9 sulla Vip, il 6 su scala locale ed un misero 1 in quella familiare.

Quando è morto Paolo Villaggio eravamo a 9 sulla Vip, 5 in locale e 5 su familiare. Invece quando morì Fantozzi fu 10 su tutte le scale.

Insomma Facebook, che ne voglia l’aggiornamento sulla normativa della privacy, è uno strumento utile per raccogliere dati, anche se sei già morto.

Ecco perché quando muore qualcuno, una volta che lo si è scoperto sui social, ci si va a scrivere sulla bacheca. “Mi dispiace che ai morto, eri bravo e salutavi ogni mattina sul tuo profilo”.

Il motivo non è ancora stato compreso. Immagino ci si aspetti che il morto batta un colpo o un tasto. Chi lo sa. Di sicuro però lo sanno i parenti, oltre a Facebook, che si ritrovano per giorni a compiere il “dovere” di commentare sulla bacheca del proprio caro le “gorgoglianze”, come sono soliti fare e purtroppo scrivere, con forte sentimento, gli amici del web.

Sappiate però, nel caso io muoia prima di Facebook, di evitarmelo. E se proprio vi dovesse scappare, sappiate che verrò ad interrompere tutti i vostri sogni sessuali, trasformandoli in un film di Emma Dante coi sottotitoli in polacco.

Rip.

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