Duccio beep beep

Diario S5 g29. Duccio beep beep

E bomba o non bomba noi arriveremo a Roma (a Roma), malgrado voi.
La gente ci amava e questo è l’importante
regalammo cioccolata e sigarette vere
bevemmo poi del vino rosso nelle mani unite
e finalmente ci fecero cantare. (Antonello Venditti – Bomba o non bomba)

Duccio beep beep

Questa è la storia di “Duccio Beep Beep”, altro mio collega, questa volta del periodo “autista” a Palermo. Duccio è un uomo Pio, ma proprio Pio, di quegli uomini a metà tra la santità e il passito detto anche spuma, di quelli color vinaccia per passione.

Alto, corporatura da palermitano medio con la tradizionale pancia perfettamente circolare su un corpo ingrassato a zuccheri e malti, testa circolare che un tempo ospitava una capigliatura rossiccia di cui ormai restavano tracce sulle tempie, come un rudere in collina.

Beep Bepp era un picciotto bravo, di quelli che si scusano quando avviano una frase, “scusate, posso parlare?” oppure usando l’intramontabile “chiedo scusi”.

Insomma avrete già capito che il collega Duccio è un palermitano di quelli doc, dop, Dik Dik e Nico dei Gabbiani.

Soprannominato Beep Beep per via del lavoro, era sempre il primo a partire ma anche l’ultimo ad arrivare. Non per pigrizia, anzi, era pronto già all’alba, semplicemente non aveva cognizione della città e dunque ogni viaggio era un’esplorazione che partiva dall’onnipresente “tuttocittà” fino poi alla destinazione.

Era nato e cresciuto alla stazione centrale. Non s’era mai mosso dal suo quartiere, persino in viaggio di nozze non s’era allontanato da via Mendola. Non sapevamo nemmeno quale altro lavoro facesse prima di questo e sinceramente, era già fenomenale così per sapere altro. Una volta però andò anche a Roma.

Duccio era un vero driver, di quelli duri, come Robert De Niro ma con meno specchi, anche un po’ balbuziente, anzi “chieccu” come diciamo noi, per questo il beep beep ripetuto due volte.

Beep beep era il classico “patri i famigghia” di quelli “la famiglia prima di tutto” che sarebbero un manifesto naturale per una campagna elettorale di Giorgia Meloni se solo avessero una ideologia e non un viscerale odio dichiarato per il preservativo. “Un ci sientu prio e custa assai”.

Con questo suo “odio” però Duccio doveva fare i conti. Specialmente a fine mese. Era infatti il vice capofamiglia di una comitiva matriarcale, al cui comando appunto c’era la propria madre che con loro conviveva o per meglio dire, li ospitava e che, insieme alla moglie, componeva un nucleo familiare spropositato il quale aveva come nocciolo, un numero indefinito di figli.

Nonostante questo, se già non bastasse il fatto che fosse un disoccupato cronico e che il nostro lavoro avesse una durata temporale sempre assai breve, l’unica costante della sua vita era fare figli o meglio, la preoccupazione successiva, ogni nove mesi, sfornato l’ultimo, “cavuru cavuru” pargolo, di un nuovo figlio che lo rendeva uno zombie nei mesi successivi.

E in quei tre anni, dato anche il supporto economico del lavoro (ricordiamolo temporaneo), quell’incubo, si ripetè in modo continuo. Personalmente penso di aver partecipato ad almeno tre regali di nascita.

Ma se c’era una cosa che apprezzavo di lui era il sistema con cui organizzava i nomi dei figli e cioè, adempiuti i consueti “obblighi del rispetto”, si passò all’ordine alfabetico: Domenico, Emanuela, Filippa, Grimalda etc etc… Un modo geniale per non confondersi durante l’appello del mattino. Perché Duccio, dovete sapere, era anche uno di quelli che si confondono sempre. Per qualsiasi cosa. Un uomo di quelli confusi che balbetta come quando sei chiamato a rispondere ad una interrogazione che non hai preparato.

Per svolgere il nostro impegnativo lavoro, a fronte di un rimborso spese extra, utilizzavamo le auto personali per cui era scontato che ognuno di noi mettesse sul campo il rottame peggiore. Tranne noi due, io avevo appena acquistato la mia Toyota Corolla mentre Beep Beep un’autovettura non ce l’aveva mai avuta.

Un lavoro di questo tipo poi rende l’auto qualcosa a metà tra un letamaio e un carro bestiame. Gli ospiti sudano, puzzano, scorreggiano silenziosamente e poi fanno cadere sulla tappezzeria di tutto. Ti rompono le maniglie, le leve dei finestrini e a quei tempi c’era pure meno sensibilità verso i non fumatori e dunque cicche, cenere e quant’altro.

E se ogni giorno maledivo d’aver comprato un’auto nuova, Duccio, messo peggio, organizzava la giornata con mezzi di fortuna; auto in prestito nei primi mesi e poi via via con rottami comprati a poche lire da amici “fidati di me”, che poi puntualmente si guastavano in servizio e che gli costavano in carro attrezzi, manutenzione oltre che in bestemmie da parte degli utenti.

Peugeot 305 di Duccio

Poi, un giorno, arrivò la vettura perfetta. Comprata con i risparmi dei primi 10 stipendi, la Peugeot 305 station wagon, era l’auto dei sogni, utile sia a lavoro che per la famiglia.

La 305 era la 305 che tutti conosciamo; di quelle color coca cola che non riesci a distinguere quando finisce il colore e inizia la ruggine, coi sedili che ormai sono solo molle e gommapiuma, l’autoradio a cassette ed un solo altoparlante.

Ecco, se Duccio fosse vissuto in Texas sarebbe stato il proprietario di una “rat rod”, ma a Palermo la poesia è limitata, per cui era soltanto il guidatore di una “machina ri marocchini ca fanno ‘u mercatino a Bonagia”.

Il mito di Beep Beep però ha una vera e sola ragione: viale Regione Siciliana! Anzi, viale “Geggione Siciliana”, com’era solito chiamarla e che per Duccio risultava essere come le stelle degli antichi navigatori. Il collega infatti, come abbiamo già detto, assolutamente ignaro della città, qualsiasi servizio dovesse compiere aveva un’unica e sola via per arrivare: viale Geggione.

Quel viale, che attraversa la città e che collega l’entrata con l’uscita di e da Palermo rappresentava la sua unica certezza stradale. Insieme all’immancabile “tuttocittà” del’85, era l’unico mezzo che possedeva per orientarsi. Non aveva importanza dove si trovasse o cosa dovesse fare, l’unico modo per arrivarci era prendere viale “Geggione”. Fosse anche il giro di Palazzo, la strada giusta era quella.

Più in là conobbe il ponte di piazza “XXIII Vittime”, il porto fino anche il foro italico (via Crispi) riuscendo via via ad arrivare sempre con più puntualità e sempre più sudato agli appuntamenti.

Poi ci licenziarono e tutto finì per com’era iniziato; disoccupati.

“Io ca machina spasciata e iddu chinu ri pinsieri però ora puru ca machina ri campare”.

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logo A.S.P.S.A.

Diario S5 g28. L’A.S.P.S.A.

La regola dell’amico non sbaglia mai
Se sei amico di una donna
Non ci combinerai mai niente
Mai “non vorrai
Rovinare un così bel rapporto” (883 – La regola dell’amico)

A parlarne adesso l’associazione “single per scelta altrui” (A.S.P.S.A.),  potrebbe apparire banale, superata e persino una caricatura creata ad hoc per la scrittura di un racconto. Ma tra la fine degli anni novanta e l’inizio del duemila, esistemmo davvero.

Essere single era il requisito necessario per farne parte. Membro onorario se non avevi mai avuto uno scambio di alcun genere fino a 30 anni, nel direttivo se confessavi almeno un paio di approcci respinti in malo modo.  Alla base comunque dovevi certificare l’incapacità d’attrarre le donne. E se non l’avete ancora capito, era una associazione per “schetti granni e picciuttieddi”.

Tra noi, non aver baciato una donna era la norma e questo, in un mondo di “machisti” c’avvelenava le serate. “No, scusa hai capito male” era il mood della vita a cui appartenevamo e al quale ormai eravamo devoti.

“No scusa, per me sei solo un amico” era il nostro motto. E infatti nel gruppo c’erano solo maschi. Più amici di così?

Eravamo brutti è un dato oggettivo e forse messi tutti insieme, in comitiva, spaventavamo eventuali possibili amori.

Non c’erano social, non c’erano smartphone, non c’erano app. La socializzazione avveniva ancora incontrandosi e noi, che le uniche donne che frequentavamo erano le mamme, pur sforzandoci, ci limitavamo a dei “ciao” che non andavano oltre alla risposta.

In gruppo, anzi branco, dovevamo far proprio paura. Come quei lupi affamati però impauriti, che se la coda ce l’hanno tra le gambe, allora si stanno pure cagando sotto. Eravamo spaesati che alla ricerca di un “cibo” che ci faceva seguire tracce che si perdevano nei centri abitati.

logo A.S.P.S.A.C’era scarsezza, frustrazione, depressione. Alcuni di noi non avevano raggiunto i 18 anni d’età, altri li superavano da un pezzo. Nella lista ci si stava per voglia o per scherno, ma in ogni caso senza altra scelta.

Annotavamo segretamente, scherzosamente, i componenti del consesso, sperando, ridendo, di uscirne al più presto.

Sdrammatizzavamo. In questo c’era saggezza e la solita ironia che comunque ci contraddistingueva.

Poi un giorno notammo un evento: ogni qualvolta qualcuno diveniva il primo della lista, poco dopo, si fidanzava. Passarono i mesi e passo dopo passo, nell’ordine preciso, uscimmo uno ad uno da quell’elenco.

E se con orgoglio rivendicai il diritto di eliminarmi per primo, fu così che passo passo si eliminò il direttivo.

Fu uno scherzo, un modo per sdrammatizzare. Ma di quei giorni non dimenticherò mai il senso d’appartenenza e quel qualcosa che unisce le persone nel momento del bisogno.

Di figa.

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Il Dott.- Ing. Ciccio Pollletti

Diario S5 G27. Il Dott.- Ing. Ciccio Polletti

Gastone,
ho le donne a profusione
e ne faccio collezione,
Gastone,
Gastone.
Sono sempre ricercato
per le filme più bislacche,
perché sono ben calzato,
perché porto bene il fracche.
Con la riga al pantalone
Gastone,
Gastone.
Tante mi ripeton: sei elegante! (Ettore Petrolini – Gastone)

Il Dott.- Ing. Ciccio PolllettiIl Dott. Ing. Ciccio Polletti fa parte di quel blocco di ferro delle amicizie che ha superato i due decenni d’esistenza e che compose per un quinquennio il consiglio direttivo dell’esclusivo “club dei single per scelta altrui” di cui facevo parte.

Ciccio o come lo chiamavano tutti Dott.-Ing. Ciccio Polletti, è un uomo di mezza età, lo è da almeno vent’anni.

E’ figlio di un palermitano ed una slava, single per scelta altrui, laureato nonché dottore di ricerca in ingegneria chimica,  da oltre quindici anni risiede nello stato di Catania ove lavora, mangia, gioca a calcetto e si occupa di politica, teatro, aiuole e nel tempo libero cantieri.

Ciccio Polletti, è sempre stato un tipo normale, di quei normali che ti fanno apparire bizzarro anche quando la cosa più estrosa che tu abbia mai fatto sia stata mischiare ketchup e maionese pensando d’aver creato la salsa rosa.

Oltremodo gli conferiva un certo perché l’abbigliamento, argomento per cui nutriva, per sua stessa ammissione, lo stesso interesse che si può trovare nel ricevere alle nove del mattino di una domenica di agosto un plotone di testimoni di Geova alla porta.

Ci raccontò così il suo rituale di vestizione che prevedeva il metodo della roulette russa e cioè sperando nel caso. La prima cosa che usciva dai cassetti veniva indossata, procedendo con ordine, maglia, calzoni, calzini, calzature e adducendo alla vista degli altri, danni irreparabili.

Quando uscivamo sembrava combaciare con le facciate di un cubo di Rubik ancora scomposto; abbinava improponibili lupetti gialli sopra pantaloni beige, che nascondevano immancabili calzettoni di spugna bianchi che finivano la corsa sotto a mocassini di pelle nera. E pensare che in quelle serate speravamo in un abbordo.

Diventammo amici nel lontano 1997, quando, appena arrivato all’Istituto, un suo collega di servizio civile, Galino Savicevic, con cui eravamo già amici, ci presentò formalmente: “piacere William“. “Uhm salve, Dott.- Ing. Ciccio Pollletti” e mi tese la mano.

Pochi minuti dopo quella veloce e fredda presentazione entrò nella stanza del responsabile del servizio, mio padre, fatto che mi indusse a pensare che quell’ingegnere attempato fosse un nuovo dipendente dell’ente, piuttosto che un giovane volontario del servizio civile.

Pensai di aver capito male ma non badai troppo alla cosa.

Qualche giorno dopo però, Ciccio, si unì alla comitiva, cioè quella formata da me e Galino, quella sera priva di White“, per una pizza.

Apro una parentesi. Sia Galino che il Dott.-Ing. erano accomunati dal mostrare un’età apparente superiore a quella che in realtà possedevano ed io, che c’avevo dieci anni di meno, sembravo il figlio di due attempati quarantenni disinibiti che componevano il quadro di una primordiale famiglia gender nella retrograda Palermo degli anni 2000. Chiudo la parentesi.

Quest’aspetto da uomo compiuto però me li rendeva assai simpatici e diversamente dagli altri amici che frequentavo, tipo “White” o “Acquadimare“, si mostravano anche decisamente maturi nel carattere.

Questa, pur sembrando una storia gay, giuro vuole essere soltanto la premessa del racconto di una lunga amicizia fra maschi “alfa e beta”.

I maschi alfa e beta si distinguono dai maschi solo alfa principalmente per un aspetto: “non c’hanno fascino, ma tanta ironia a compensare”.
E, da buoni “alfa e beta”, da non confondere con “analfa e beta”, eravamo esattamente brutti e simpatici. Specialmente in gruppo.

Ed era in gruppo che davamo il meglio di noi, come quando una sera, in cerca dell’autovettura parcheggiata tra i vicoli della libertà, che a quei tempi era un po’ diversa da oggi, una trans, vedendoci soli, in cinque, tutti uomini, tra le vie del peccato, si incuriosì provocandoci con fare ammiccante: ” mmmh (di gusto), ma dove sono i maschi a Palermo???”

Ciccio Polletti, che ci distanziava di qualche passo per osservare una vetrina, prontamente rispose: “uhm (intercalare ricorrente) e lo chiedi giusto a noi?”

Ecco, l’alfa e beta ch’era in noi e che in questo racconto si palesava nel Dott.- Ing. , grande leader della nostra comitiva dalla mascolinità non apparente; l’ uomo calmo e serafico che d’un colpo era in grado di spiazzare una trans che all’ ironia (le battutacce), era sicuramente abituata più di noi.

L’irriverenza del Dott.-Ing. negli anni a seguire divenne una costante; era divertente e del gruppo fu un elemento centrale. I suoi “uhm” alternati agli “e infatti” scandivano le nostre serate di chiacchiere al chiarore di luna e di sudore da sedili di eco pelle.

Erano anni di favolosa astinenza da donne e quel mix di amicizia bizzarra, colmava quei vuoti che tanto ci facevano penare. E anche qui, pur apparendo un racconto molto gay, nessuno di noi lo era.

Ma quella comitiva, per com’era messa, riusciva ad attirare solo moscerini, per via delle maglie gialle di Ciccio, venditori di rose, per il fatto che spesso uscissimo in coppie di uomini e quando andava bene, gli insulti dei trans.

Almeno loro ci notavano.

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Diario S5 g26. Immaturo al punto che

Diario S5 g26. Immaturo al punto che

Vengo dalla campagna
cresciuto al mare
alla mano come il tuo palmare
pronti via
si va per mare e monti via
Monti via
linguaggio ultraviolento
in tv come un ultraviolento
cade giù tutto
come un terremoto (Fabri Fibra – Pronti, partenza, via!)

Diario S5 g26. Immaturo al punto cheQuando penso al mio passato, le prime immagini che riaffiorano sono tutte legate a grandi figure di merda.

Penso alle tante volte in cui credevo d’essere diventato adulto e invece, con rammarico, inesorabilmente, finivo nello sconforto d’essere ancora un immaturo.

Per fortuna alcune di queste storie possono essere raccontate ed il tempo ne ha appiattito l’imbarazzo.

Un su tutte accadde intorno ai miei 20 anni. A quell’epoca avevo già cominciato a lavorare e lo facevo più o meno seriamente.

Impegnavo la gioventù con un lavoro a tempo pieno che mi sottraeva dalla spensieratezza che quell’età necessitava. Me ne rendevo conto e ci soffrivo. Mi riprendevo nei giorni in cui incassavo lo stipendio e compravo inutili oggetti che riempivano la mia stanza. Due settimane dopo tornava lo sconforto.

Alcuni dei miei amici, ex compagni di scuola, si divertivano, uscivano e si godevano le vacanze universitarie, io, per evitarmi lo studio, m’ero chiuso all’interno della mia Toyota Corolla e ogni giorno, dalle 7 alle 21 scorrazzavo per le vie della città con un carico di utenti

Passavo ore ad aspettare ed accompagnare. Chi faceva la spesa, chi andava ad un corso, chi semplicemente mi portava nei bar per un gelato. Non era un lavoro di grande impegno mentale, metteva però a dura prova il fisico e le chiappe. Stare seduto è logorante, farlo nel traffico di Palermo pure, ma ancor di più quei 40° gradi all’ombra li sentivi intenti a cuocerti pure l’anima.

Qualcuno di loro provava ad empatizzare, mi raccontavano qualsiasi cosa, entravo nelle loro vite, nei loro bisogni, nelle loro difficoltà come una lama calda nel burro, si aprivano senza sforzi, anche senza che ne fossi sinceramente interessato, anzi, mi sentivo più il burro che la lama. Mi squagliavo al sole, loro si arroventavano spettegolando le loro vite.

Tutto questo era il lavoro dell’autista, il mio lavoro, che doveva pure convivere con i miei 19 anni, giornate fatte di notti assurde che si chiudevano all’alba e che si riaprivano alle 7. Ormai ero una automa. La mattina ero degli utenti, la sera degli amici. “Macinato” come diciamo noi. Ero totalmente macinato da questa vita da non avere più argini utili a rigenerarmi.

Anche quel giorno avevo dormito si e no un paio d’ore. Accompagnavo una classe mista di adulti e ragazzi ad un corso professionale, quelli da 800 ore che tanto venivano promossi nella Sicilia di Cuffaro.

Li avevo lasciati alle tre del pomeriggio e mi toccava riprenderli verso le 19. Arrivai a scuola mezz’oretta prima del solito, ero stanco, le ultime ore le avevo passate a fare la spesa con una arzilla signora che amava farsi leggere qualsiasi cosa fosse esposta.

A stento mi reggevo in piedi, per cui aggirandomi per i locali trovai una delle aule vuote. Non mi parve vero, spensi le luci e mi distesi sui banchi.

Mi risvegliai col cellulare che squillava all’impazzata e con le luci esterne che s’erano accese. Stordito risposi, era uno dei docenti del corso che mi cercava. Pensavano mi fossi dimenticato l’impegno. Ero invece a pochi metri da loro, indolenzito per la posizione non proprio comoda e con la barba umida di saliva.

Mi alzai di botto fingendo al telefono, com’ero solito fare, d’essere in ritardo. Ma la fortuna, quando menti, non t’è mai amica. Mi diedi una sistemata veloce e provai ad uscire di soppiatto.

“Clonk clonk” tuonava la porta. Scoprii subito d’essere stato chiuso dentro. Mi avevano sigillato nella scuola e non c’erano altre vie di fuga.

Addio. Era la fine. Come facevo ad uscire da lì?

Non mi restò che confessare facendomi salvare dal capo.

E’ un’altra figura di merda era andata.

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Tu, pigghiati na seeggia e assettati

Diario S5 g25. Tu pigghiati na seggia e assettati

Mi bruci per ciò che predico, è una fine che non mi merito
Mandi in cenere la verità perché sono il tuo sogno eretico
Io sono il tuo sogno eretico
Io sono il tuo sogno eretico
Io sono il tuo sogno eretico
ammettilo sono il tuo sogno eretico
Lo accendiamo?
(Caparezza – Sono il tuo sogno eretico)

Tempo fa, per via di una ristrutturazione, mi recai nella vecchia casa dei nonni in paese. Era dal 2007, anno in cui morì la Nonna, che nessuno si occupava dell’immobile.

Tra una vasca ormai a pezzi, piastrelle che ad ogni chiusura di porta crollavano ed un tetto che su alcuni punti faceva filtrare il sole, decidemmo fosse venuto il momento d’intervenire.

E sti cazzi, penserete voi. Ma sapete quanto costa un intervento di ristrutturazione in un piccolo paese sperduto dell’entroterra siciliano? Ecco, appunto. Intanto vai a trovarlo un muratore disposto a collaborare, poi, qualora ti andasse bene, provate anche a contrattare il prezzo con qualcuno che sa di sapere d’essere l’unico di disponibile.

Risolto questo primo passaggio, due anni dopo l’accordo, riusciamo a riavere l’immobile. Ristrutturato ma allo stesso tempo sporco come una casa sepolta dalle ceneri del vesuvio.

Vi risparmio, per brevità, il racconto delle operazioni di pulizia che mi sobbarcai.

Qualcosa che quel giorno però mi colpi molto. Finite le faccende, mi soffermai sulla camera da letto dei nonni. Presi una sedia, com’ero solito fare da bambino e mi sedetti rivolto al letto.

Affiorarono con affetto quei pomeriggi dell’ infanzia, passati ascoltando mio nonno, seduto sul letto, appoggiato dolcemente al cuscino, sorridente, con la sua canotta a righe e i mutandoni, preso dai ricordi dei suoi anni passati tra Roma e la germania.

Non c’erano estati che mio nonno non mi raccontasse con entusiasmo le storie da giovane partigiano dopo un impiego per un Ministero al fianco del Duce.

Allora però non facevo molto caso al contorno, mi perdevo nella dolcezza delle parole e sulle sue guance che sapevano di buono. Il “paco rabanne” mi restava per ore sul volto, mentre nella mia mente mi sentivo felice.

Quel pomeriggio, dopo vent’anni e più dall’ultimo racconto, mi concentrai su un nuovo dettaglio che m’era sfuggito e che adesso perseguitava i miei pensieri.

Che cacchio ci facevano tutte quelle sedie nella camera da letto??

Tu, pigghiati na seeggia e assettatiNon riuscivo a spiegarmi la sproporzione tra l’ampiezza della camera e la quantità di sedie che vi si trovavano. C’erano 10 sedie, la stessa quantità di sedute sparse per il resto dell’immobile su tre livelli, cucina compresa.

Così cominciai ad indagare la memoria. Effettivamente me li ricordo quei momenti, alle volte non ero il solo ad ascoltare il resoconto del quartino di vino e del carciofo. Quella camera era l’arena di casa, mio nonno l’attore.

“Tu pigghiati na seggia e assettati.”

Alle volte c’erano i cugini, i loro genitori, la nonna, le zie e persino qualche passante occasionale.

Vent’anni dopo, quelle sedie, stavano ancora lì. Come forse c’erano già negli anni ’50, quando i nonni si insediarono nella proprietà. Erano le stesse sedie attorno a cui la famiglia si riuniva e tra un savoiardo ed un caffè si tramandavano storie.

Ed io ero lì, seduto ancora, pensavo a quanto fortunato fossi stato nell’aver colto inconsapevolmente quei ricordi. Memorizzavo quelle volontà che il nonno, mi insegnò ad apprezzare. Quel metodo di racconto che adesso, con nuove modalità, ripeto solitario attraverso il mio diario.

Ci sono voluti due decenni per comprendere quanto preziose furono quelle estati.

Ed oggi, questa è la mia arena, ed io l’attore.

Ci rivediamo tra vent’anni.

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investigatope

Diario S5 g24. L’ Investigatope di famiglia

Ma come si annidano i serpenti,
occhio attento a dove vai,
ho mille ragioni per gridare,
non dimenticarlo mai (M. Masini e U. Tozzi – Come si fa?)

investigatopePremessa. Fa parte del quotidiano di tutti, sentire un amico o un’amica esporre con spregio i dettagli della fine di una storia d’amore.

Gli ex, non sempre per fortuna, diventano “capro espiatorio” della propria esistenza. Sono specchio del proprio fallimento, ma anche lato b della propria coscienza.

Assistere, anche in forma assai passiva, a storie di delusione, amarezza misto risentimento che ci circondano, è un’attività da cui è difficile esimersi.

Fa parte della vita.

Ognuno di noi, se non noi stessi, spero di no, siamo stati partecipi del disconoscimento di relazioni che non sempre sono state brevi.

Tante volte avrei voluto fermare i miei interlocutori, indurli a comprendere la necessità di ultimare quelle conversazioni in cui con molto leggerezza si devasta l’immagine che si trasmette di sé, del proprio passato e del futuro che verrà.

“A me, esattamente, che me ne fotte?” Avrei voluto gridargli nella testa, come anche “Se sei stato con lui/lei, un po’ demente, alla fine lo eri pure tu!”

La premessa un po’ lunga di questo racconto è perché sto per introdurvi in una storia di famiglia, di quelle che si raccontano tra amici, perché risultano talmente incredibili, da non poter restare confinate alla propria memoria.

Il primo punto che vorrei mettere nero su bianco è questo: mio padre ha pochi parenti, mia madre un’infinità. Di alcuni di essi non sono in grado di riconoscere prole e affini.
In mezzo, ci sono vicende di amanti, figli che non conoscono padri, padri che non conoscono figli, mogli che conoscono tanti padri e così via.

Tra queste, ce n’è una che m’è rimasta impressa.

Mia madre, sempre pronta a raccogliere e far da megafono alle storie di famiglia, in una sera d’estate, le stesse in cui divideva le vacanze con i parenti, ci raccontò di una nostra cugina, “Penelopa”, devastata dalla fuga del marito.

La lasciava “sola” e con due figli per seguire la propria omosessualità.

A me la cosa parve immediatamente strana. Conoscevo “Luisandro”, era un bel ragazzo, di media statura, che mai, almeno ai miei occhi, era parso effeminato, gaio o come si dice da noi “abbuccatu”.

Era un uomo tranquillo, frequentava assiduamente lo stadio, sfoggiava un pizzetto da maschio, di quelli scomposti, seppur abbinato sempre ad un abbigliamento da rappresentante, che sappiamo non lasci molti spazi all’espressione dell’io.

Insomma non aveva alcun tratto distintivo evidente che facesse pensare ad una vita sessuale che non fosse quella che conoscevamo.

Da quella estate però, per tutta la famiglia e per i conoscenti, Luisandro, dopo il racconto di Penelopa, era divenuto un “mostro”, un padre assente e dai gusti sessuali dubbi. Che poi, se proprio vogliamo dirla tutta, è più difficile sposare una come mia cugina che vivere da gay a Palermo.

Ma comunque. Seppur l’esotica cugina fosse giovane e avvenente, nonché madre dei suoi figli, uscì da quella casa per sempre.

Fu come non fu, per anni la storia di Luisandro e Penelopa, portò ad allusioni di qualsiasi specie, di ricerche infruttuose, di curiosità e indicibili commenti da taverna.

Passarono gli anni. Lei rinasceva tra discoteche e locali alla mode, faceva la cosiddetta “bella vita”. Lui invece un fantasma dalla vita banale e ripetitiva. Ogni tanto arrivavano notizie di amori non verificabili e di crociere del sesso.

Ma niente. Come sempre la cosa mi turbava o divertiva più di tanto.

Poi un giorno, preso dalla curiosità, dopo anni di indifferenza e qualche battuta tra fratelli, mi misi sulle di Luisandro tracce grazie a Facebook.

Fu allora che scoprii che nel profilo c’era un elemento che cozzava fortemente con l’immagine che la famiglia aveva trasmesso a noi tutti.

Stavo sulla sua bacheca, non eravamo amici, dunque in evidenza leggevo le informazioni personali. D’un tratto l’occhio cadde sulla voce professione: “Investigatope”.

Arrivò immediatamente la rivelazione: non era gay. Era semplicemente un uomo come tanti che s’era stancato della moglie, che prontamente l’aveva diffamato.

Luisandro adesso convive con una donna e sta per diventare ancora padre. E mi sta pure più simpatico.

Se lo amate, dite amen e condividete.

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La playlist del nuovo giorno

Diario S5 g23. La playlist del nuovo giorno

e non é non é da me
come mi vuoi come mi stai facendo vivere la vita
che non é la vita mia
felice solo quando sto con le mie dita e con la mia fantasia (Syria – Se t’amo o no)

La playlist del nuovo giornoOggi più che mai mi rendo conto che viviamo il mondo come se fosse una playlist del giorno. Salviamo i pezzi migliori per arrivare velocemente a ciò che ci piace.

Non ci soffermiamo quasi mai ad ascoltare l’intero disco, non entriamo nei dettagli, nelle storie, nei ‘concept’ definitivi che completano una raccolta di eventi.
Molte volte ad interessarci è soltanto un singolo frammento di una infinita collezione di parole.

Sorvoliamo. Su troppe cose.

Ci giriamo nel letto, voltiamo le spalle, dimentichiamo di rispondere ad un messaggio, saltiamo le prefazioni dei libri, le cronologie, vogliamo il dunque, senza mai interessarci realmente al durante.
Ci perdiamo gli aggiornamenti ad ogni nuovo salvataggio, e mai torniamo indietro per capire cosa ci siamo persi.
Siamo persi.

La realtà è soltanto questa.

“Semu pessi” come direbbero a Catania. Nei tempi, nei modi e persino nei consigli. Avviamo la playlist che riteniamo opportuna e ci sentiamo apposto. Sereni con la coscienza, con la vita e con chi ci sta accanto.

Liberi.

Forse anche per questo ogni pagina di questo diario si accompagna con una canzone; lo riassume e lo sintetizza, al suo estremo.

Sono le note che collegano ogni parola ad una storia. Per me, che dai dettagli sviluppo un racconto, l’essenziale.
Amo annotare, concentrarmi e sforzare il mio cervello nel superare il suo limite di conformità.
D’altronde anche a me ogni tanto fa comodo avviare una semplice playlist.

È chiaro.

Metto però impegno nel seguire i fili di ciò che mi circonda; li seguo, li sbroglio e se proprio non ci riesco, li annoto in ordine sparso.

Non vorrei un giorno pentirmi per aver sorvolato.

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Diario S5 g22. Il dialetto a scuola

Noi ci siamo conosciuti tempo fa a baddarò
si sfilava portafogli sutta l’arco i cutò,
ma una sera di settembre
per fatal combinazion
n’arristaru a tutti rui
e ni purtaru a l’ucciardon
che erano belli le tempi passati, le tavolate le belle mangiate
quando le cristiane caminavano a piari ora invece in palermu
semu chini i carabinieri. (Alamia e Sperandeo – Noi ci siamo conosciuti)

Da settembre 2018, per volere della Regione Siciliana (qui un sondaggio proposto dal quotidiano ilsicilia.it), nelle scuole siciliane il nostro dialetto si studierà un’ora a settimana. Si da ampio risalto sui media e sui gruppi “sicilianisti” entusiasti.

A tal proposito vorrei esprimere un pensiero, che, come al solito, non ha alcuna pretesa.

Facendo soprattutto leva su un inciso: parliamo di lingua o di tradizione, folklore?

Il dubbio nasce dal termine dialetto, che fa si che confonda tutto e alla fine si camuffi la nostra lingua, con la diffusione di un prodotto derivato, il folk dei carretti e delle sue sonate.

Detto questo, se invece vogliamo discutere sul piano strettamente sociologico, sulla nostra tradizione, sul nostro modo di essere, ho le idee molto chiare.

Il dialetto e la sicilianità sono due espressioni della nostra cultura che non si possono mantenere vive con la scuola e peggio ancora con lo studio.

Nessuno mai, potrà insegnare il valore di un gesto attribuito ad una parola o la sua retorica contraddittoria.

La sicilianità si vive, si comprende e la sua “lingua” ne è conseguenza.

Non è possibile assaporare qualcosa che non si prova, qualcosa che non si respira, qualcosa che non si partecipa, qualcosa che non si capisce. “Non – si – può!”

Se state cercando di spacciare questo per un prodotto scolastico, ed è quello che in qualche modo respiro nelle discussioni, allora siete fuori strada.

Tramandarne la tradizione è un compito che spetta alle famiglie. Se la smettessimo di ghettizzare, stereotipare e fingere di essere qualcosa che non siamo, forse, questa cultura non farebbe fatica a sopravvivere.

Il dialetto siciliano ha un valore solo insieme alla sicilianità. Non ci sentiamo mica inglesi per il solo fatto di saperne tradurre la lingua!

Siamo espressioni, volti e facce; non solo parole il cui significato resta una sterile e vuota traduzione da conoscere. Non siamo termini. Siamo appunto una cultura, una lingua madre, fatta di pensieri e di radicamento.

Del significato della parola “buatta” possiamo farne anche a meno, lo impareremo con l’esperienza. Non ci riusciremo a tramandare senza comprenderne il senso. Non sapremo mai cos’è una “buatta” senza mai riempirne una.

In poche parole, bisogna vivere.

E per vivere è necessario che la gente si mischi, che stia per strada, a tramandarsi la miscellanea che siamo e per modificarla ancora. La cultura si trasmette coi pensieri e resta viva se lo sono anche le persone. I modi di dire, modi di fare, si acquisiscono senza lo scimmiottamento vuoto di una lezione da apprendere.

A creare confusione ci basta già la televisione.

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Se questa è arte

Diario S5 G21. Se questa è arte

Canzone trovala se puoi
Dille che l’amo e se lo vuoi
Và per le strade tra la gente
Diglielo veramente
Non può restare indifferente
E se rimani indifferente non è lei (Lucio Dalla – Canzone)

Se questa è arteDa un paio di anni, in alcuni ambienti di Palermo, non si è fatto altro che parlare del premio “Capitale della Cultura” e successivamente, in un ambiente ancor più ristretto, della biennale di arte moderna “Manifesta 12”.

E’ una fibrillazione giustificabile, per carità, per prestigio e in alcuni casi per soldi e visibilità. Sicuramente un’occasione utile per far parlare di Palermo e dei palermitani. In realtà, basta spostarsi un po’ dagli ambienti dell’accademia d’arte o dai salotti della politica, per comprendere che i messaggi promossi dal mondo della cultura attraverso la politica, non arrivano praticamente a nessuno.

E’ infatti improbabile che vi troviate in mezzo ad una conversazione in cui uscirà fuori qualcosa di inerente ad una iniziativa in “cartello”.

Volendo riflettere, ci sono aspetti che anticipano la ristrettezza dell’evento per due semplici ragioni: sono uno che si informa, ma non so praticamente nulla di ciò che accadrà. E poi, ciò che riesco a racimolare, sono dei comunicati stampa che magnificano l’azione della politica sempre più visibile rispetto all’evento stesso.

Che poi sia chiaro, io non ce l’ho con gli artisti. E’ pure vero che a volte non lo sono neanche. Alcuni di loro però si assumono l’onere di compiacere, sottrarsi e scomparire dietro l’ego della politica sperando di “vendersi”, promuoversi o semplicemente attendendo di un favore. Spesso tutto questo accade persino a proprie spese. Alla fine si immolano per eventi marginali e mal pubblicizzati, da cui non ricavano la soddisfazione che in tanti magari meritano.

Credo che nessun artista infatti voglia presenziare ad iniziative in cui si vendono esclusivamente i promotori. Inaugurazioni, feste, anzi kermesse, dove si parla di tutto tranne che dell’evento che si propone. Si magnifica chi organizza, chi paga e chi offre gli spazi. Se poi ad organizzare è un comune allora si ringraziano dall’amministrativo al portantino, tutti ma proprio tutti, ci si parla addosso per 50 minuti, strappandosi il microfono di mano per dire esprimere principalmente gratitudine per tutti, tranne per gli artisti e le opere che presentano.

Una mortificazione per chi assiste e per chi si propone.

E se questa è l’arte…allora mettetela da parte.

Non vi merita.

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Diario S5 G20. La nascita di Liberi e uguali (1a puntata)

chi non la canta subito
in un momento, alè, diventa brutto!
e invece: quelli belli come noi
(che sono tanti!)
a cantarla tutto il giorno vanno avanti! (A. e E. Kessler – Quelli belli come noi)

Grasso Civati Fratoianni SperanzaNella storia di un individuo con degli interessi, prima o poi, capita di imbattersi in un “progetto politico”.

Il mio, “mannaggiaamme”, si chiama “Liberi e Uguali” ; un cartello elettorale, nato dall’unione degli scissionisti del Partito Democratico post Renziano e con una parte della Sinistra post scissioni della sinistra.

“Leaders” del raggruppamento sono i segretari dei partiti, Roberto Speranza per Articolo – 1, Nicola Fratoianni per Sinistra Italia e Giuseppe Civati per Possibile e con loro, gli ultimi due Presidenti di Camera e Senato, Laura Boldrini e Pietro Grasso.

Un movimento in polemica su tutto, fin dalla prima apparizione pubblica congiunta: l’Assemblea di Roma del 3 dicembre 2017 che in una prima comunicazione sarebbe dovuta essere il 4. Tanto per non creare confusione tra le persone.

Liberi e Uguali

Alla kermesse c’erano i soliti: D’Alema, Bersani, Bassolino, Craxi e tanti altri ancora.

Uomini e donne, in maggioranza i primi, da sempre considerati i grandi nemici della sinistra italiana e della sua unità.

A guidare il consesso: Pietro Grasso, “lider maximo”, scelto segretamente dai Tre, tra le mura romane, “seduto”, divertito, allegro, come un nonno ad una festa di ragazzini in discoteca.

E poi c’erano i delegati, la maggior parte in fila fuori o peggio ancora strattonati dalle guardie ai cancelli. Anziani, giovani, disabili, arrivati a Roma per la rivoluzione, a proprie spese, ad una settimana dall’avvio delle feste di Natale. Con i costi per il viaggio lievitati per ovvie ragioni che non sto qui a sottolineare.

Entusiasti, venuti nella Capitale da tutta Italia per godere della nascita di una lista unitaria in vista del voto e chissà per quanto altro tempo ancora. Eravamo a Roma per votare nome, logo, festeggiare e siamo finiti per litigare con la sicurezza, come ad un qualsiasi concerto dei ’99 Posse.

Mentre la maggioranza stava fuori, a pochi gradi sopra lo zero, cominciavano a girare le prime indiscrezioni sul nome e logo. Da whatsapp ci arrivavano cerchi rosa con scritte improponibili rosse, alcuni, forse, quasi peggiori dell’immagine che poi venne depositata per le liste.

Intanto nessuno sapeva cosa stesse succedendo dentro, fino a quando riuscimmo a conquistare il monitor che stava subito dietro l’entrata principale dell’Atlantico live.

Stipati come un bus indiano nell’ora di punta, stavamo lì, tentando d’entrare, litigando con le guardie che ci respingevano paventando problemi di sicurezza per il Presidente del Senato, Pietro Grasso. L’uomo che volevamo ascoltare a nostre spese e con una delega al collo.

Finita la kermesse, andammo tutti via. Chi deluso, chi felice. Io incazzato per il trattamento ricevuto.

Le belle speranze hanno anche degli intoppi per carità. Lì per lì si pensava ad uno dei tanti, “i soliti di organizzazione della sinistra”. Per me un segnale chiaro di come sarebbe andata a finire dopo e ancor dopo marzo.

Liberi e UgualiAdesso toccava ai giornali; gli unici fino a quel momento, ad informarci su cosa stava accadendo al partito che avevamo deciso di sostenere e alcuni anche finanziare.

Dopo Roma, la prima contestazione della “gente” fu: siete un movimento di sinistra e femminista ma per rappresentarlo ci sono esclusivamente 4 uomini.

Alcuni lo avevano previsto con largo anticipo, tra questi Pippo Civati che, come al solito, verrà ignorato dagli amici.

Tra i denti si sarebbe subito voluto rispondere: “ma no! C’è Laura Boldrini!!!”

Non si poteva fare.

La Presidente della Camera infatti ( mi rifiuto di scriverlo al femminile), era ancora impegnata sul voto della finanziaria in Parlamento.

Non sarebbe stato opportuno che si dichiarasse pubblicamente legata ad un nuovo soggetto che da lì a poco avrebbe sfidato tutti gli altri.

Continua…

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