s1 g10 charles

Diario S1 G10. Charles: il sogno Palermitano del picciotto del bar

c’è chi sta a dieta
e mangia solo in bianco
e c’è chi mangia pure sotto banco
Buon appetito all’italia che va
così cosa, ma intanto va
(Enrico Montesano – Buon appetito all’italiana)

“Buongiorno”
“Buongiorno a voi. Caffetteria o cappuccineria?”
“Due caffè e due bicchieri d’acqua gassata.”
“Questo caffè è per la vostra persona personalmente, per l’educazione, per la bellezza, la gioventù…grazie sempre per la vostra persona che siete”
“Scusi, posso avere un altro bicchiere d’acqua?”
“Certissimamente, all’acqueria ci sono io; fino alle quindici, per le vostre persona personalmente.”

Le mie giornate cominciano più o meno tutte così. Anche adesso, con il sole che comincia ad essere caldo, “piccante”, anzi “picante”, citando il “compagno” Acciughina, non riesco, anzi non riusciamo, a mollare il caffè caldo del bar.

Ormai è un’abitudine, tutta disoccupata e siciliana doc, con Iphep, formiamo un duo di formidabili fruitori, che mai, perderebbero l’appuntamento fisso col signor “Charles”, l’arma vincente del caffè sotto casa.

Charles, “per la vostra persona personalmente”, è uno dei baristi più “divertenti” che abbia mai incontrato. Oddio, è un tipo di compagnia, all’antica, di quelli che lavoravano da tempo indefinito, alle volte un po’ invadente, un barman alla palermitana, di quelli che conoscono a memoria l’intera clientela, senza però impararne mai il nome. Per lui, per loro, siamo tutti dei “tu”, senza sapere chi e cosa.

L’essenza siciliana fatta persona, anzi fatta “persona personalmente” e per di più “per la vostra persona”. E’ allo stesso tempo, cordiale ed “arraggiato” ma anche cortese e risentito, col sorriso sulle labbra corretto con amaro. Insomma la risultanza di ciò che la nostra cultura è diventata, una rappresentazione tragicomica perenne.

Se fossimo in una puntata del “Commissario Montalbano”, la serie tv tratta dai racconti di Andrea Camilleri, sarebbe l’agente Catarella, l’imbranato agente centralinista del commissariato di Vigata, da cui copia consapevolmente la battuta reverenziale “per la vostra persona personalmente”.

Il signor Charles è il barman di quartiere nel quadrilatero libertà, una leggenda metropolitana che ripercorre parallelamente lo sviluppo di tutte le caffetterie della zona. Fin da quando aveva 10 anni infatti, quindi una quarantina in totale, è il ragazzo dei caffè dell’isolato, lavorando negli anni, in tutte le attività che si sono succedute.

Negli anni ha scalato la vetta della gerarchia dei “picciotti ru bar”. Ora ha un bancone tutto suo, da cui comanda una macchina da 8 tazzine, due miscelatori d’acqua ed una serie infinita di frigoriferi da cui non riesce mai a tirar fuori la bibita giusta.

Charles è sempre disponibile con la clientela, ma se c’è una cosa che lo infastidisce è sicuramente quella di servire i bicchieri d’acqua. Nel rispetto del suo ruolo infatti, sente venir meno la mancanza di un “picciotto” del “picciotto”. Nel suo bar non si rispetta l’anzianità di servizio. E il signor Charles non è un picciotto qualunque! Charles è uno che si è fatto quarant’anni a servire acqua e che ancora oggi, all’apice della carriera, non riesce ad avere un addetto “all’acqueria”, come è solito chiamare il servizio.

Per capire meglio, eccovi la scala dei picciotti da bar :

  • Garzone per consegne a domicilio, “u picciuotto ri domicili” (il ragazzo per i domicili);
  • Garzone da sala, “u picciotto pi puliziare i tavulina” (il ragazzo che pulisce i tavolini e consegna il vassoio ai tavoli);
  • Ragazzo per comande, “chiddu ca pigghia l’ordinazioni” (quello che prende le ordinazioni);
  • Ragazza della cassa, ruolo esclusivamente femminile che si attribuisce a figlie, mogli e nuore, ma solo se sposate da almeno tre anni, che, per convenzione naturale, “sunnu fimmini e un sannu fare niente” e “avissiru a stare a casa”, però allo stesso tempo sono di fiducia (sono donne e non sanno fare niente e che dovrebbero stare a casa);
  • Banconista junior, “chiddu ca runa l’acqua” (quello che da l’acqua e toglie i bicchieri);
  • Banconista senior, “chiddu ca fa i cafè” (quello che fa i caffè);
  • Proprietario di torrefazione;
  • Proprietario di bar;
  • Proprietario di pizzeria/polleria bar;
  • Proprietario di due bar, pizzeria/polleria;
  • Proprietario di tre bar, due pizzerie/pollerie, moglie straniera dell’est.

Scorrendo questa piramide gerarchica ci rendiamo immediatamente che Il signor Charles è il picciotto che ce l’ha fatta. Ha conquistato il sogno palermitano! Lui ha raggiunto tutto quello che una carriera da “picciotto ru bar” poteva offrire il ruolo di “banconista senior”.

Per la verità la carriera ha un piccolo ostacolo al successo, manca ancora un “banconista junior” da comandare. Ecco perché ad ogni richiesta di un bicchiere d’acqua vi sentirete rispondere ad alta voce che: “all’acqueria ci sono io, chiaramente ‘per la vostra persona personalmente’, ma soltanto fino alle 15.00” recitato con un tono fortissimo per segnalare il disappunto alla cassiera nonché moglie del titolare.

Per Charles una piccola rivincita sindacale a cui aggiunge, con una ironia ripetitiva, lo storpiamento di tutte le parole aggiungendo il suffisso “eria”, “bibiteria, acqueria, bagneria, etc etc.

E per questa “volteria”, vi saluto a vossia.

P.s. A futura memoria
Durante la scrittura di questo pezzo è arrivata una bella notizia che voglio condividere anche con voi. Volevo fare un augurio al mio amico White, che ieri ha postato su facebook l’ecografia della compagna incinta e che al telefono mi ha poi svelato che a: “gennaio lui è andato da lei, poi a dicembre lei è venuta da lui, poi se n’è venuto lui ed è rimasta incinta lei”.
Caro amico, un tempo eravamo poeti di sventura, adesso siamo soltanto di sventura (scherzo). Ti voglio bene, mille e ancora mille auguri a te e pure a lei, che non ho mai visto, manco in foto.
Sa tiene ammucciata.

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s1g95 iphep

Diario S1 G9.5. Personaggi: Iphep

ah io sarei uno stronzo
quello che guarda troppo la televisione!
beh qualche volta lo sono stato
importante è avere in mano la situazione
non ti preoccupare
di tempo per cambiare ce n’è (Lucio Dalla – Telefonami tra vent’anni)

s1g95 iphepIphep per un lungo periodo della mia vita è stato un compagno/spalla e talvolta presente alla scrittura di alcuni dei racconti che leggete qui. Al di là del nomignolo arabegiante, di fantasia, attribuitogli per via di una passione smodata per i prodotti apple, il protagonista di questa pagina non è arabo, non ha aderito all’Isis ed è cresciuto nel quadrilatero della felicità dei palermitani: il quartiere Libertà.

Sostanzialmente è uno anziano, abitudinario e socievole ansioso, comodista, ossessivo-compulsivo, freddoloso ed apple-maniaco. Se volessi farne un quadro, lo dipingerei in una sera di inverno di quei favolosi anni ’70, disteso vestito sulla “chaise longue” leopardata, stretto nel calore di un plaid a rombi ed un capellino di lana, intento a guardare “i sopravvissuti” e giocare a tetris.

E noi, un po’ come capitava ai protagonisti di quella serie televisiva, ci possiamo definire effettivamente dei sopravvissuti: al quotidiano. Sì, perché con Iphep, oltre che la passione per la serialità televisiva, ci lega una lunga disoccupazione, cominciata nello stesso momento ed ancora in corso. Insomma, siamo praticamente amici nella disperazione.

A differenza mia però Iphep è un figlio della Palermo di via Libertà, di quelle dei salotti e dei terrazzi con una vista lunga sui tetti della città, del posteggio in “garage” e della malvasia a qualunque costo. Disabituato, in qualche modo alla “povertà”.

In realtà, siamo due amici abbastanza diversi seppur complementari. Io sono uno di quelli che vive la città “cianè”, una sorta di “striscia di Gaza” in salsa palermitana, fatta di dialetti e termini estinti. In poche parole sono uno che conserva nel proprio dna l’essenza “tascia” di Palermo. Iphep no, apparentemente si impegna, ma nel profondo resta sempre uno di via Libertà.

Il suo essere “signore col cano” non è un limite al nostro rapporto e in qualche modo, ogni tanto questa differenza mi gratifica. Capita ad esempio, che gli debba spiegare termini dialettali quali “purrito” (fradicio) o “spachiggio” (paura). Alla fine della fiera però, dietro quelle sopracciglia arruffate è un “palummo” (un puro), un genuino con lo sguardo da cattivo.

Ama il suo quartiere e non potrebbe mai vivere lontano da quello spazio di ipocrisia da cui si sente lontano e attratto allo stesso tempo. Fuori dal quartiere libertà, spaesato, andrebbe a tentoni, un po’ come quando chiedi informazioni all’estero e non c’hai piena padronanza della lingua. Gli si “drizza il pelo” al solo pensiero. Più di una volta l’ho portato in esplorazione della città ignota che tanto l’affascina e da cui sfugge.

Iphep come tutti i quasi cinquantenni è un uomo fortemente legato alla routine, di quelli che non potrebbe mai cambiare “salumaio”, “barrista” e non parliamo poi del barbiere; una filosofia di vita molto semplice; se fosse un oggetto sarebbe il “salvalavita della Beghelli” a 4 tasti: mangiare, dormire, “i-phone” e “i-mac”. Da qui il suo nomignolo di fantasia. Da poco l’ho scoperto essere fumatore ed esperto rollatore di tabacco, fatto che lo colloca ad un’era più vicina alla mia età che a quella apparente.

Ama il grigio; casa con pareti grigie, lupetto grigio, capello grigio, cielo grigio. Ha una passione smodata per il cinema coreano e giapponese. Che ci possiamo fare.

Altan, William Galt, Iphep

Se vuoi conoscerlo veramente, prendi un pomeriggio libero e fatti raccontare la trama di “Primavera, Estate, Autunno, Inverno…e ancora Primavera“, uno dei suoi film preferiti. Una pellicola di quelle che già solo leggendo il titolo prendi quattordici caffè per restare sveglio.La storia è più o meno questa: ci sono un vecchio rincoglionito ed un ragazzino “allalato” (lento) che passano le proprie giornate scrutando un lago alla ricerca di non ho capito bene cosa. Forse “Nessie”, il mostro di “Loch Ness”, ma in una foresta Tibetana. Insomma una delizia di quelle che ti lacrimano gli occhi e che dopo cinque minuti la mente si allontana al ritmo di una macarena.

Per non parlare poi di “Dolls“, altro classico giapponese, dove un uomo ed una donna, anziché rincorrersi sui tetti, come il cinema orientale ci ha insegnato, passano le giornate a guardarsi senza mai parlare. Un lungometraggio del regista Takeshi Kitano evidente amatore della moviola biscardiana. Un film il cui copione è scritto sul tovagliolino del bar, di quelli che non servono manco per asciugarti. Un applauso.

Oltre al cinema coltiva una certa sensibilità per la musica. La sua è una vera passione; giradischi anni ’70, casse anni ’70, ballo anni ’70. Ama il suono in quanto tale. Quando siamo in auto infatti, preferisco di gran lunga che mi faccia ascoltare il rombo del motore piuttosto che una delle sue playlist.

E’ un ottimo amico; simpatico con idee brillanti, forse il migliore. Dopo di me.

Insieme siamo un po’ i Totò e Peppino a Milano del nuovo millennio, solo che “noio” “vulevam lavurar”.

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Diario S1 G9. Mio Padre

Compagni, avanti! Il gran partito
noi siam dei lavorator.
Rosso un fior c’è in petto fiorito,
una fede c’è nata in cor.
Noi non siam più nell’officina,
entro terra, pei campi, in mar,
la plebe sempre all’opra china
senza ideale in cui sperar.
Su, lottiam! L’ideale
nostro alfine sarà (2 volte)
l’Internazionale
futura umanità. (Dugenter e Potier – Internazionale)

Psi, Socialisti, William GaltMio Padre è il perfetto “parrino mancato”1. Scartato per evidente mancanza di vocazione dal collegio dei monaci di Cefalù in provincia di Palermo, nei primi dieci anni di matrimonio si manifestò uomo ben 4 volte, diventando genitore per un totale di 2 maschi e 2 femmine.

Passò i primi anni della sua infanzia in un piccolo comune sulla madonie, dove apprese una buona cultura di sinistra, tramandata dal Padre, vero comunista convinto. Non ha mai perso però l’abitudine di ritenersi cattolico, di frequentare parrocchie, parroci e perpetue.

In gioventù aderiì a tutto ciò che di sinistra passava il convento; Fgci, Pci, Lotta Continua, Democrazia Proletaria fino ad arrivare alla definita consapevolezza d’essere diventato socialista.
Della sua fede craxiana riscontro ancora residuati congressuali, libri, tessere, volantini, anche se il ricordo più profondo che mi resta del periodo socialista è la fotografia di Bettino Craxi portata a casa come cimelio da un congresso romano e poi installata sul comò della camera da letto.

Restò in bella mostra sul mobile per un decennio, fissa, immobile, tra quella del matrimonio e la mia prima comunione, quando mi ritraevano biondo e con un dente solo, vestito di grigio principe di Galles, con una panza in stile “bambino Lucio” di “A me me piace a nutella”.

Penso di non avergli mai chiesto perché quella foto restò in quello spazio intimo per così tanto tempo. Un giorno lo farò, oppure magari me lo racconterà lui stesso dopo aver letto questo racconto.
miopadreSi separò poco dopo la mia nascita, dai suoi baffi alla Magnum P.I.. Scoprì che attiravano polvere che gli causava continue allergie. Fu il primo uomo “swiffer” della storia.

Da allora prese l’abitudine di radersi ogni mattina per 365 giorni all’anno. Non lo vidi mai più con un pelo sul volto. Neppure adesso, che dal quel momento sono passati oltre trent’anni e che il suo volto si è fatto rigido come il tempo sa fare.
Fin da bambino è sempre stato un Padre presente, pur non avendo mai fatto quelle cose padre-figlio che la tv ci inculcato con le sue pubblicità. Era ed è un uomo dolce, ricordo ancora le partite di calcio in corridoio quando io facevo Paolo Rossi e lui inspiegabilmente J.R. Ewing.

Non ho mai capito perché in questi giochi di famiglia a me spettasse il ruolo di un calciatore e lui un personaggio cattivo di Dallas. Forse un “cadeaux” per mia madre.

Ero già vittima della tv anni 80. Era evidente.

Non è mai stato un padre opprimente, anzi, sempre propenso alla predica ed accondiscendente fino allo sfinimento. E’ l’uomo del sì ad ogni costo, piuttosto che dirti no, si farebbe tagliare la lingua. Forse l’ultimo, vero, rimasuglio del suo periodo in collegio.

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tu quindici anni il mio passato

Diario S1 G8. Tu, quindici anni

Nu jeans e na maglietta
‘na faccia acqua e sapone
M’ha fatte nnammura’
Ma tu me daje retta
Dice ca si guagliona
E nun’ha tiene ancora
L’eta’ pe ffa’ ll’ammore (Nino D’Angelo – Tu, quindici anni)

tu quindici anni il mio passatoLa mia esistenza è stata segnata da un passaggio “involutivo” fondamentale che adesso vi racconterò.

Erano i tempi delle medie, avevo appena superato la prima con una media voti che pareva una schedina del totocalcio.

Promosso in seconda, arrivavano finalmente le vacanze.

Quei giorni li ricordo ancora come se fossero ieri. La mia giovinezza venne turbata da una crisi familiare senza precedenti che per me, ignaro ancora del potere del denaro, si paventava attraverso il trasferimento dalla scuola privata alla statale.

Mio padre fu precorritore della crisi, pur senza la pressione dell’Europa, già 20 anni fa.

Quella comunque fu una trattativa da ultimo giorno di calciomercato, di quelle veloci senza pensare. Odiavo il Gonzaga.

Ci vuoi andare in un’altra scuola? Sì.

In un’estate ero passato da una “elite” all’altra: dal “Gonzaga” alla “Gianni Celeste”.

L’ “S.M.S. Gianni Celeste” fu la mia palestra. La caserma che mi formò come “cianè”.

Iniziò così il mio essere William, William Galt.

Passai da figlio di famiglia che arrotolava gli spaghetti col cucchiaio, a canzoni che parlavano di droghe e latitanti.

Il “canazzo di bancata” s’era appena svegliato.

Un passaggio che contribuì allo sviluppo senza colpo ferire. Non riscontrai infatti particolari difficoltà esistenziali. Mi adattai come un guanto alla nuova situazione. Anzi, lo trovai estremamente stimolante, formativo.

Ringrazio ancora mio padre per quella scelta.

Alla “Gianni Celeste” la musica era caposaldo per una durevole amicizia o per scoprire di saper amare. Ai quei tempi, in quei posti, bastava la prima nota di “tu, quindici anni” per un ingravidamento di massa.  Nino D’Angelo e lo stesso Gianni Celeste, erano il primo viagra emozionale di Palermo.

Io, un po’ tonto, passai dall’immaginare una cicogna che portava i bambini alla musicassetta, tarocca, che ingravidava. Ero confuso, e appariva ancora evidente il problema di informazioni sul sesso che avevo.

Nonostante questo, lo slang, le facce e la loro musica per me non avevano più segreti. Riuscivo a mimetizzarmi, seppur nell’aspetto ricordassi un ragazzetto americano cicciottello. Sapevo intervallare i “talè” ai “minchia” come uno di loro.

Per me era motivo di soddisfazione. Ero integrato. Meno per i miei, che con la scuola Gonzaga avevano sperato in un futuro da eminenza grigia della città più che vedermi così ben celato tra le attuali tinte “celesti”.

Ti giuro amore non la tocco piú
la polverina che dicevi tu
ca me faceva tanto male e poi
senza capi m’alluntanav a te
era giá schiav e chella cosa lla
me costringeva pure a ghi a rubba
ma tu nun me lassá
cu tte non ce la fá. (Gianni Celeste – Non la tocco più)

Le giornate cambiarono di colpo.

Se fosse un film ero giunto al secondo tempo, senza la normale pausa di riposo.

Passai dalle lotte per lo scambio dei giochi Nintendo ai racconti sulle mie compagne che “trovavano” amore occasionale.

In poco tempo, mi abituai alle storie struggenti di fratelli che morivano per droga e ad altri distesi sull’asfalto per via dei motorini truccati. Ero diventato un adulto di 12 anni.

Distinguevo ormai i ghigni, che poi sono paralisi facciali, le smorfie, i sentimenti di questa Palermo a chilometri di distanza.

Conobbi persino il mio primo amore “virtuale”, ma non restai incinto.

Poi nel 1992, quei 12 anni crebbero ancora.

Toccò a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Cominciavo a capire e distinguere. Nonostante tutto, quella scuola mi insegnò tanto. Anche sul fronte antimafia.

Partecipai con tutta la “Gianni Celeste” al primo corteo post strage di Capaci e non cambiai più. Restai per sempre uno di quei bambini diventati adulti troppo presto che seppero scegliere da che parte stare.

Non la toccai mai.

Nota per i non palermitani.

“Canazzo di Bancata” è il ragazzo di strada che tende alla microcriminalità, similitudine appunto con i cani di strada che attendono il cibo appostandosi dietro i banchi dei mercati.

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Il rush finale

Diario S1 G7.5. Il rush finale

Siamo noi, siamo noi bandiera gialla
vieni qui, che qui si balla
e il tuo cuore batterà (Gianni Pettenati – Bandiera Gialla)

Il rush alla cassaVi è mai capitata una gara tra le corsie del supermercato? Sono sicuro di si.

Ecco, a me capita costantemente. Un tranquillo pomeriggio di rifornimenti, si trasforma ogni giorno di più in una competizione tra esseri umani, da cui, chiaramente, non riesco a sottrarmi.

Ma una sfida che proprio non riesco a tollerare è quella con i maleducati. E se c’è una cosa in cui i palermitani, di tutte le classi, eccedono, è proprio la maleducazione.

Senza distinzione d’ età, estrazione sociale o professione, i palermitani sulla carta di identità tra i segni particolari c’hanno proprio la scritta: “vastasi”.

Ora attenzione, non voglio fare di tutta l’erba un fascio, però sempre più spesso mi trovo in situazioni come quella che sto per raccontare.

Supermercato, laddove i peccati si mischiano con l’ego, protagonisti di storie di prevaricazione, flatulenza e sudore, appaiono ai miei occhi, i palermitani a far la spesa. Zan Zan.

E’ sabato, il solito, sto girando col carrello ancora vuoto e mi accosto ad un qualsiasi reparto a colonna. Uno dei tanti corridoi stracolmi di roba su entrambi i lati.

Non ha importanza quale, sto guardando le offerte quando, vi sarà capitato sicuramente, tre secondi dopo un/a emerito/a imbecille ti si piazza esattamente davanti, proprio come se ti avesse scavalcato ad una fila, impedendoti la visuale in favore della sua.

Ovviamente se ne frega della tua presenza, sei assolutamente invisibile alle sua spalle, figuriamoci agli occhi. E poi se tra te e lo scaffale hai lasciato 50 cmq, i tuoi acquisti non hanno priorità, i suoi sì.

Ci prova un evidente gusto nello starti davanti, tanto da prendersi tempo, il tuo tempo, a rovistare, palpare e leggere qualsiasi prodotto. Non sia mai più che altro, deluderti togliendo dall’esposizione l’ultima confezione di quella marca che a te piace e che stavi proprio per inserire nel carrello prima che ti superasse.

L’attesa, dice un famoso spot, è essa stessa il piacere. Ecco infatti che finito di attendere stai per riavvicinarti, stavolta più serratamente, allo scaffale per il tuo di piacere. Ma nello stesso istante, un nuovo imbecille, è già pronto a farsi avanti.

Dovete sapere infatti che la storia può ripetersi svariate volte nello stesso spicchio d’area espositiva, come se quel punto esatto del supermercato fosse fornito di un magnete in grado di attrarre qualsiasi scemo di quel sabato pomeriggio.

Mannaggia a me. Devo prendere l’abitudine a far la spesa un altro giorno.

Ma ormai sono lì, che devo fare? Continuiamo.

Sono adesso al reparto ortofrutta. La sfida si fa più complessa. Il “nemico”,  è campione mondiale di palpeggiamento e “tuppuliata ‘o mulune”. Il tutto, manco a parlarne, senza il guanto e perché no, con qualche colpo di tosse al momento giusto.

Ti sta proprio affianco, incollato, rovista le ceste come se fosse un gatto alla ricerca di qualcosa dentro ad un cassonetto, ogni tanto palpa, ogni tanto “tuppolia”. Ti osserva, come se volesse accertarsi che tutto quello che ti piace, adesso, stia soltanto nel suo carrello.

Ci siamo. Finita la caccia all’ultimo chicco, scatta la simultanea necessità della bilancia segna prezzo. L’imbecille anche lì deve superarti.

Ti affronta alla curva delle melanzane, ti salta e arriva sul posto. Ma la fretta, cattiva amica di guerra, ti fa dimenticare i numeri dei prodotti che hai scelto d’acquistare. Confuso dunque, un po’ incazzato, mai quanto me che lo sto ad aspettare, lascia i prodotti sul piatto e comodamente torna a prendere altra roba per tornare poi stracarico di codici e sacchi.

Finalmente dopo 15 errori di codice, 26 sacchetti incollati come una maglia nei pomeriggi di agosto, un mango schiattato per terra è il mio turno.

Lui sembra aspettarmi. Che c’avrà da guardare?

Ho capito. Siamo al rush finale.

La batteria casse di un qualsiasi supermercato il sabato pomeriggio ha qualcosa che ricorda quelle atmosfere da casello per il ponte di ferragosto. Si profila una lunga attesa fatta di gente che non ricorda il pin del bancomat, che dimentica qualcosa, di casse che magicamente si guastano, di cassiere che rincorrono saluti, di signore che contano spiccioli con misurata attenzione come se fossero gocce di “novalgina”.

L’imbecille, manco a dirlo, dopo aver deviato il suo tragitto dal tuo, mentre stai per incanalarti al varco, taglia trasversalmente tutte le corsie e ti si piazza davanti. E’ l’ Alain Prost della corsia casse.

Lui ha un carrello colmo che pare il “101” alle sette del mattino. A fatica distingui la merce accatastata. Io, come al solito, ho già tutto in fila, ordinato per caldo, freddo, frigo, “cammarinu”.

Siamo entrambi stremati, per motivi diversi.

Ad un tratto però la svolta. Intravedo del movimento nel retro cassa affianco. Una voce nel vuoto annuncia l’apertura di una nuova cassa. Accolgo il messaggio come un segno del destino e mi fiondo. Stavolta l’imbecille è livido di rabbia, grondante di sudore, in fila dopo l’ennesima coppia di anziani. Io invece primo. Ho già scaricato parte della merce sul tappeto.

Ho vinto.

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Borabonno

Diario S1 G4.5. Personaggi: Borabonno

La storia è acida, quando la senti fai aaahhh
Preso male come Lucio Dalla, regionale via da Senigallia
Non vedevo l’ora di andare via
E ora non vedo l’ora di ritornare a casa
Apro il cancello ma la porta è diversa
E c’è un altro cognome sul campanello. (Fabri Fibra – Vip in trip)

BorabonnoBorabonno è l’amico di tutti. Uno di quelli con cui fai a fatica a discutere per litigare. Buono, di quel buono che alle volte non ti spieghi. Tipo il parmigiano.

Discreto, grazia anche ad una memoria a breve termine che te ne fa apprezzare la riservatezza, apprezza anche qualsiasi cosa tu cucini.

Insomma, di bocca buona e “panza china”.

E’ un vero nerd, di quelli che scrivono codice pure quando pensano.

Non come me che fingo per darmi un tono nella società.

Vicio Borabonno fa tutto quello che un nerd fa per essere tale; colleziona strane carte da gioco, scrive in php, usa soltanto dispositivi android, formatta il suo windows ogni 15 giorni, suda ed ha il petto peloso.

Da un po’ di mesi ha pure conosciuto la parola compagno, non nel senso comunista del termine, ma perché “accasato” con Marianna , che fa di tutto per farcelo sapere. Vicio infatti è anche l’unico nerd “pleibboi” che abbia finora conosciuto.

Vicio è l’uomo delle app che tutto il mondo ci invidia, non perché le programma, ma perché le scova. Ha portato nella mia vita “2048”, il famoso gioco russo che ha spopolato nei primi mesi del 2014 e poi quella “antizanzare” di cui ho già scritto, ma anche  “pedometer”, l’applicazione che conta i passi, che ho comprato pur camminando soltanto in auto.

Borabonno è l’uomo delle sfide; su “Foursquare” ce le diamo sempre di santa ragione. L’ultima è stata per contenderci il ruolo di sindaco presso “fontanella nel corso” di un paesello delle madonie, e che ovviamente ho vinto.

Vicio però è anche l’unico appassionato di serie che le conosce tutte per sentito dire ed infatti non ne ha mai visto un episodio. Tranne “24”, l’unica serie che anch’io conosco solo per sentito dire e di cui dico sempre che è bella.

Borabonno dunque, è un uomo di razza nerd completo, che ama musica assolutamente sconosciuta i cui artisti hanno meno fans della pagina Facebook di Gasparri. Anche senza ricorrere alla censura.

Ci incontrammo per caso a lavoro. Fummo colleghi, restammo amici.

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Marianna Ucria

Diario S1 G4.75. Personaggi: Marianna

Aggiungi un posto a tavola
che c’è un amico in più
se sposti un po’ la seggiola
stai comodo anche tu,
gli amici a questo servono
a stare in compagnia,
sorridi al nuovo ospite
non farlo andare via
dividi il companatico
raddoppia l’allegria. (Johnny Dorelli – Aggiungi un Posto a Tavola)

Marianna UcriaMarianna, conosciuta anche come Marianna Ucria, discende direttamente dall’ultimo ramo degli arabi bianchi di Sicilia, quelli della provincia di Agrigento.

Pigiama, sigaretta, insulto, un carattere mediorientale in un corpo dalla pelle bianchissima e trasparente, quasi quanto il latte senza lattosio.

E’ un mix di simpatia ed antipatia, come un biscotto “ringo” però pubblicizzato male (la scena delle mani che si danno il cinque quanto è patetica?).

Ha una scala di “pesantezza” tutta sua, anzi di regime familiare. In alcune giornate può raggiungere il livello 5: “omicidio volontario”.

Fidanzata, anzi compagna, ci tiene a dirlo, di Borabonno, è una amica da lunghe chiacchierate senza senso, di quelle che spesso ispirano inconsapevolmente questo diario.

Ama cucinare, specialmente gli spaghetti, anzi i “rustichelli” della “Tomasello”, che di solito scola al terzo minuto di cottura, quando hanno appena raggiunto la consistenza dell’alluminio e non ti resta che giocarci a shangai.

Il suo piatto forte è senza dubbio la cheesecake al limone. Senza limone. Ma anche il ragù senza ragù o la pasta al forno senza passaggio forno. Anche se, a dir la verità, la mia preferita resta sempre la aglio, olio e peperoncino, senza aglio e peperoncino.

Love.

Ha un grande sogno nel cassetto; diventare una “gattara” di professione, ispirandosi a quella dei Simpsons. Ci sta lavorando con impegno, ha già due mici e per ora sta seguendo un corso di insulti incomprensibili e perfezionando il lancio del gatto.

Marianna William GaltNel frattempo le sue giornate a casa scorrono tra una telefonata con la madre ed una con la sorella, accendendo la macchinetta per l’ennesimo caffè che farà da traino per una nuova sigaretta.

Marianna è anche lei infatti disoccupata e come me, riempie le sue giornate di pensieri che la demotivano.

Momentaneamente però, per impegnare il tempo, ha deciso di provare con la carriera da studente. Devo dire che le riesce veramente bene.

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Sabato del carrello

Diario S1 G7. Il Sabato del carrello

Canzone folk! Eh eh!
Canzone densa di cultura
che se non altro ti fa scoprire il piacere di riflettere sulle cose semplici
sulla natura… Eh eh!
C’era una vacca che faceva la cacca…
(Pippo Franco – La Vacca)

E se Dio fosse nato nel 2014?

“…E il settimo giorno non si fermò a riposare. Persino Dio di questi tempi avrebbe avuto difficoltà a trovare lavoro, guai metterlo a rischio per una pausa…”

Passata la fase biblica, è arrivato il sabato. Per me potrebbe essere soltanto il settimo giorno di pubblicazione, per voi un giorno da passare al mare, e invece no.

Sabato del carrelloCome a tutti accade di sabato, pure a me tocca la missione “cammarinu vacanti”.

Ecco allora che, arruolato, vengo spedito all’acquisto di ogni sorta di genere alimentare e non.

Fare la spesa è una normalità che a Palermo, come tante altre cose, può essere paragonata ad un pomeriggio di tensione e bombe nella Bagdad degli anni ’80.

La gente vaga, confusa, come sotto l’effetto di duecento allucinogeni, alla ricerca spasmodica di alimenti che finiranno appunto “‘nne cammarina”.

Apro una parentesi. E’ bene chiarire che a Palermo la dispensa e lo spogliatoio vengano chiamati ambedue “cammarinu/o/a”, a seconda se singolare o plurale (camerini in un negozio). Quindi, per distinguerli, è necessario comprendere il contesto di cui si parla.

Quello di cui parlo dunque, è l’ultima stanza della casa; uno spazio angusto, poco luminoso, caldo, a volte umido, adibito appunto a dispensa, scarpiera, accumulo casuale di “neglie”, scope, bastoni, mattoni per eventuali riparazioni, etc. Le “neglie” sono le cianfrusaglie. Chiusa la parentesi.

Torniamo ai fatti.

E’ sabato e come al solito mi trovo in uno dei supermercati della zona. Sto facendo la spesa, anonimo e discreto, seguendo le stesse regole di un agente segreto in missione, mimetizzandomi. Cercando una volta di fuggire dagli sguardi delle vecchine in cerca di una mano, un’altra dagli annoiati in cerca di qualcuno con cui parlare del clima o di altri uomini in cerca di solidarietà.

Avendo poi la sfortuna di essere alto, ogni volta scoperto, passo la metà del tempo ad occuparmi di quelli che non arrivano al secondo scaffale. E non sarebbe un problema se tra questi non ci fosse pure quello/a che non ha ancora chiaro cosa comprare e devo fargli da apprendista e consigliere per dieci minuti, leggendogli pure tutta la fila dei prodotti, le relative etichette e se capita, fornendogli dettagliatamente una ricetta.

Quelli che odio di più però sono gli indecisi che debbono pure commentare.

Una volta una signora, di quelle che già lo sai che stai per finire nei guai, mi chiese la solita cortesia. Ogni prodotto che le prendevo, sempre dallo scaffale più alto della fila, doveva prima farmi leggere l’intera etichetta e poi commentarla con sdegno: “Nooooo. U saccarosio mi fa male”. “Noooo c’è u sale ru Perù”. “Noooo. C’è l’olio di palma!”

“Signora: ma a mia chi minni futti!!!” 

Comunque, se dovessi un giorno reincarnarmi vorrei nascere basso. Ah, pure in un mondo senza sabati.

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Diario S1 G6. Muffa 21. Ci dobbiamo contare

Diario S1 G6. Muffa 21. Ci dobbiamo contare

In politica come al gioco, c’è sempre qualcuno che si vuole contare.Al al 21esimo “tocco”, muffa, non succedeva generalmente un cazzo, però formalmente si era perdenti. Appunto

One, two, Freddy’s coming for you.
Three, four, Better lock your door
Five, six, grab a crucifix.
Seven, eight, Gonna stay up late.
Nine, ten, Never sleep again….
(dal Film A Nightmare on Elm Street – One, Two, Freddy’s Coming For You)

muffa21Minchia picciotti, sono incazzato. Ma proprio di un incazzato che più incazzato non si può.

Ricorderete tutti che da bambini facevamo un gioco in cui ci si rincorreva come dei pazzi e poi a turno, uno dei partecipanti, veniva colpito per primo dalla “muffa”: una pacca sulla spalla che avviava ufficialmente la partita.

Toccando la spalla ad uno dei partecipanti, in genere il bambino “pacchione” del gruppo, si passava il turno ed il gioco continuava fino ad arrivare alla pacca 21, cioè al 21esimo passaggio della muffa.

Certe volte era talmente divertente che ci si giocava pure in tre ed il bambino “pacchione” veniva toccato 12 volte su 21. Ad ogni modo, al 21esimo “tocco” non succedeva generalmente un cazzo, però formalmente si era perdenti. Comunque era divertente ed imparavamo a contare. Almeno fino a 21.

Fatta questa piccola “amarcord-premessa”, è onesto che vi informi che, se è pur vero che non sono iscritto ad alcun partito politico, nutro costantemente simpatie che coltivo mettendo a disposizione le mie competenze professionali durante i periodi elettorali.

D’altronde, da disoccupato, posso impegnare il mio tempo come mi pare e non devo rendere conto a nessuno.  E’ altresì corretto specificare che in genere non ci guadagno mai un cazzo. Anzi, di solito mi restano multe da pagare e per 30 giorni il pasto più sano che faccio è la krapfen con la crema per colazione.

Sincerità per sincerità, vi confesso che le campagne elettorali mi piacciono veramente tanto. Il fatto stesso di partecipare ad una competizione, anche se indirettamente, mi fa respirare l’aria della sfida, cosa che mi provoca qualche brivido di piacere. Un modo come un altro per sentirmi vivo e partecipe del cambiamento della realtà in cui vivo.

Il lato negativo di tutto questo sta nelle persone che ruotano attorno alla politica. In tutti questi anni di volontariato assoluto, ho conosciuto le più grandi teste di cazzo della mia vita. Se è vero quello che pensiamo dei politici in generale, vi assicuro che è molto peggio il sottobosco di muffe, funghi e melma che della politica si nutre nell’anonimato.

Ci sono tutte le tipologie di specie inumana che possiate immaginare. Ma i peggiori, e lo dico con tantissima amarezza in corpo, si annidano direttamente presso gli “staff” “onorevoli”. E’ proprio li che sono venuto a contatto con le peggiori persone. Incroci batteriologici talmente riusciti male da non essere assimilabili ad un codice genetico classificato.

Ecco. L’effetto peggiore che la politica fa alle persone è il passaggio alla muffa. Ad ogni tocco sulla spalla un galoppino marcisce.

Forse per cambiare le cose bisognerebbe partire proprio da li, evitare che nel proprio sottobosco si formino le peggiori forme di muffa. E magari un giorno torneremo a contarci.

Nota di servizio: 

“Pacchione” sta per bambino ciccione.

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Diario. Giorno 5.5. Personaggi. Emmea: la signora col cano. La social friends

Well you only need the light when it’s burning low
Only miss the sun when it starts to snow
Only know you love her when you let her go (Passenger – Let Her Go)

signora col cano

Ogni buon nerd che si rispetti deve annoverare tra i suoi contatti una innumerevole quantità di social friends. I social friends generalmente restano tali per l’eternità, sono l’upgrade dei vecchi amici di penna. “Persone” il cui volto per decenni potrebbe essere un avatar e nel migliore dei casi una voce a metà tra Dart Fener e Luciana Littizzetto bambina arrapata. Di loro puoi sapere tutto o niente. Hanno una vita “sociale” che potrebbe non essere reale, anzi quasi un consiglio per l’uso. Alla fine però ci sono sempre, sono parte integrante delle tue giornate, anzi dei tuoi scroll.

Ci si conosce per caso, certe volte per un commento nei post di amici comuni oppure per un mi piace trasversale, altre inveceper semplice curiosità. In genere ci si scontra su polemiche di qualsiasi tipo oppure ci si ritrova taggati in foto di gattini in pose idiote.

C’è da dire che ritengo la capacità di relazionarsi per qualsiasi minchiata, la vera “grande rivoluzione” introdotta dai social network. Ormai non ci si può incontrare come si faceva una volta, abbiamo trovato un metodo alternativo. Sui social si possono incontrare persone che non amano parlare soltanto del clima o del calcio. Sono ascensori quotidiani di grattacieli newyorkesi, tutti stanno dentro e nessuno sa a quale fermata gli altri debbano scendere. Sono volti 80×80, molte volte a mezzobusto o come dicevo prima, illustrazioni fantasiose.

emmea la signora col cano - social friendsNel mare di link, cosce, “minne” al vento e bocche seducenti, capita però che ti ritrovi a parlare con persone che, quantomeno sul web, riescono ad essere interessanti e socialmente piacevoli. Tra queste ho incontrato Emmea.

Emmea è una donna, dovrebbe avere più o meno la mia età, dichiara d’essere sposata ed ama musica alla quale potrei mettere “mi piace” soltanto dopo aver bevuto il tredicesimo crodino. Io la chiamo “la signora col cano”. Ora dovreste sapere che il termine “signora col cano” è una delle cose che mi fa ridere di più quando devo raccontare le donne che abitano il quartiere libertà di Palermo.

Le “signore col cano” sono le classiche donne della famosa “palarmo bane”. Vi pregherei di non ritenere un errore i virgolettati. Trattasi di trascrizioni di pronuncia. Se lo fa wikipedia, lo posso fare pure io.

Generalmente sono donne con un range di età Lolita/Gina Lollobrigida, dai capelli dalle più improbabili colorazioni, vestono come teenager e chiaramente ogni tanto sfoggiano i loro microcani arraggiati. Non hanno autovetture, si muovono direttamente con autoarticolati. Su di loro però torneremo prossimamente, le ho introdotte nel discorso esclusivamente per farle un dispetto. Non le piace questo nomignolo quindi è giusto che lo diffonda.

La Emmea che conoscerete è la classica persona con la quale parlare di tutto. Puoi arrampicarti sulle nuvole come due comunisti in libera uscita o improvvisare improbabili discussioni in slang “cianè” usuale nella Palermo “alfabeta”.

Emmea è estremamente simpatica, affettuosa e diciamolo pure, su facebook, quando mette una fotografia, per contare i “mi piace” ci vogliono i numerini del supermercato. Ultimamente ha avuto un po’ di “attasso”, ma non si abbatte. Ovviamente, manco a dirlo, è disoccupata di lungo corso, anche se ama definirsi a “mugghieri ru Sinnacu”, visto che da una mano nel giornale di famiglia.

Piccole note di servizio

Per i non addetti ai lavori: Per “minne” si intendono i seni delle donne. I “Cianè” sono le persone di dubbio gusto. Vestono in modo “originale”, poco propense all’utilizzo dell’italiano, scendono con le tappine ed il pigiama a fare la spesa e per ricordarsi i nomi di tutti i figli usano un registro all’ingresso. La Palermo “alfabeta” è la città abitata dai “cianè”. Le “tappine” sono le ciabatte. “Attasso” invece è la sfortuna. “A mugghieri ru Sinnacu”, la moglie del Sindaco.

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