Diario S6 G2. Il militante

Diario S6 G2. Il militante

Forte la mano teneva il volante
forte il motore cantava
non lo sapevi che se era la morte
quel giorno che ti aspettava
quel giorno che ti aspettava
non lo sapevi ma cosa hai provato
quando la strada

(Canzone per un’amicaNomadi)

Con scarsissimi risultati ho provato anch’io a fare la vita da militante politico, sono transitato in diverse formazioni, aree, circostanze, comunità, circoli e sagre fino a qualche anno fa. Ci ho provato veramente, almeno fino a quando non mi sono reso conto che “il partito” è diventata la soluzione universale alla legge Basaglia, occupando di fatto il ruolo di “casa” dei matti.

Tutti matti, ma di quella pazzia che a dire il vero si avvicina di più alla stupidità e senza grandi differenze, una sorta di livella alla Totò.

Ho visto di tutto in questi anni, dal tipo operativo e cioè un tizio che in camper girava l’Italia offrendo grigliate ad ogni manifestazione, al nostalgico anziano bardato di medaglie di quelle ti regalavano alle premiazioni delle scuole fino ad arrivare al poeta pergamenato, che pur di trovare uno spazio con un principio di pubblico con numero superiore a tre, era disposto a tesserarsi pure con la setta di Manson.

Perché poi, se ci pensate, la militanza è soprattutto questo: esibizione. Forse addirittura oltre allo spettacolo non si partecipa per nessun altro motivo. Un po’ come quegli stand up americani in cui comici squattrinati si esibiscono principalmente ad un pubblico fatto di altri comici che stanno in attesa di salire sul palco.

Il militante

Ho visto gente preparasi ad un dibattito manco fosse a due centimetri dalla nomina a Presidente della Repubblica, quando invece stava per esporre il suo punto di vista sul dado nella caponata. Certo, è anche vero che l’unica preparazione di questi novelli masanielli sta tutta nell’esposizione più che nei contenuti, però cazzo, perché? Capisco tutto, ma non avere neppure idea che il saluto rosso è quello col pugno sinistro, no! Questo non l’accetto.

Ad un certo punto mi sono reso conto che la nuova base militante potrebbe arrivare a convincersi tranquillamente che il Milite Ignoto potesse essere un tesserato di cui non si rivela l’identità.

Ve lo giuro, è quasi successo. D’altronde, la mia ultima militanza, partecipava unita all’idea che il mercato di Ballarò si trovasse in estrema periferia della città di Palermo!

Consolidato dunque il principio cardine di questa militanza e cioè l’ascolto di sé stessa, nonché lo sproloquio della tanto abusata parola base, di questa esperienza vorrei raccontare la storia di uno che voleva diventare un leader.

Quella del militante dovete sapere, è più che altro un’atmosfera, la “militanza” è un momento lontano dalla vita reale, in cui ci si convince di poter avere un ruolo del mondo. Lo spazio di militanza è un luogo dove “Gli Intillimani” sono ancora un gruppo di successo, il sudore un valore, la parola compagno un lasciapassare.

Bozzofan è uno di questi. Da tempo alla ricerca di un ruolo, uno qualsiasi,  meglio ancora se all’interno del partito e con un chiaro obiettivo: spodestare la “vecchia” classe dirigente. Ah, ovviamente la stessa che appoggiava un secondo prima e che si vantava d’aver spodestato la vecchia classe dirigente che a sua volta era stata protagonista di un altro spodestamento. Insomma a farla breve questa è una classica storia di “podere” e cioè di braccia rubate all’agricoltura.

Urbano Bozzofan è probabilmente l’ultimo uomo di sinistra sulla terra (questa affermazione chiaramente non è mia n.d.r.), capace di rinnovarsi fino al punto da dichiarare la musica di Ghali la nuova avanguardia della musica rossa, da tenere la foto di Myss Keta sul comodino e pubblicare quotidianamente una citazione presa direttamente dall’ultima collezione Pertini tratta da www.pensierieaforismiperdisadattati.it.

Ma Bozzofan aveva anche dei difetti; era l’uomo che voleva reinventare la Sinistra Europea senza però avere il coraggio di dirlo alla madre, convinta sessantottina con il Suv, ma della Dacia, con tanti amici di nome Manfredi e con uno status sociale che sta alla rivoluzione come la candeggina ai colorati.

Eppure avrei ceduto volentieri il partito a Bozzofan e con esso forse anche la parola sinistra e i suoi derivati. Speravo infatti, che uno come Urbano riuscisse a prendersi il partito fino a farlo scomparire per sempre. Nessuno lo avrebbe fermato, neppure davanti all’ipotesi di trasformarlo in un nuovo Tempio del popolo.

Attenzione, sto parlando del modello di partito che propongono della visione del mondo che c’hanno a dover scomparire per l’eternità.

In ogni caso, la scalata di Bozzofan comunque non è andata a buon fine. Non sono serviti le dirette su facebook, i suoi cinque ascoltatori, le citazioni, le letture di Osho, la satira di Marione, le vignette di Vauro, i vernissage della madre. Niente, tutto inutile, persino le parole di Gio Evan non sono bastate. Al “non congresso” ma “stato generale” Urbano è stato sconfitto persino da sé stesso con percentuali da minoranza in minoranza.

Bozzofan ha lasciato il partito ed io con lui. Per fortuna però sono arrivate “le sardine” e si è riaccesa la speranza, per lui. L’ho visto in tv riorganizzarsi, mettere in forza una nuova squadra, anzi un banco per restare a tema. Di nuovo in campo e poi è arrivato il corona virus.

Ora io non vorrei puntare il dito, ma non è che sei tu a portare sfiga?

Boh. In ogni caso, le sardine e aggiungerei per fortuna, sono già scomparse e con loro anche il nostro. Ma sono certo che saprà e sapranno reincarnarsi per tornare a cantare ancora canzone per un’amica (dei Nomadi) in piazza.

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