Giornate senza senso, come un mare senza vento, come perle di collane di tristezza…

le porte dell’estate dall’ inverno son bagnate: fugge un cane come la tua giovinezza.

(Francesco Guccini – Un altro giorno è andato)

Totò Riina - ingresso nel 1993

Questa storia comincia e finisce nell’ormai lontano 1993. Sono i giorni dei nuovi Vespri siciliani dove lo Stato, in risposta alle due grandi stragi di mafia dell’anno precedente, invia in Sicilia 8mila soldati, principalmente a Palermo, a presidiare le strade.

Un palliativo che servì a rassicurare, a far sentire protetta la popolazione, la città. Dicono.

La stessa che in quegli anni si diceva abbandonata dallo stato e contemporaneamente lamentava i suoni delle sirene delle auto di scorta e che ai posti di blocco preferiva e preferisce ancora, una capsula di cianuro.

Ma Palermo e i palermitani sono sempre stati così, quel 1993 non faceva eccezione alcuna. Eravamo troppo impegnati con le nostre vite, seppur ancora profondamente scossi da quei boati che capovolsero la nostra idea di “guerra fredda”.

Anche io, volessi sigillare i miei anni dentro quell’anno, avrei un unico solo aggettivo, immobile, inerte, colpito senza difesa alcuna.

Palermo era una città di pietra, dove persino l’aria faceva fatica a passare.
Una cappa di calore che rifletteva di giallo sulla città. Persino l’asfalto, se osservavi con attenzione, era giallo. Tutto era giallo. Le auto, i palazzi, i semafori e persino le persone.

Era come se la sabbia del deserto avesse seppellito la città e dopo la tormenta le persone tentassero di muoversi con l’impotenza data dalla polvere ancora addosso.

Io ero giovane, immaturo e capitava persino d’essere allegro, perso nell’individuare la figurina che completasse l’ultima raccolta della panini. Nella mia testa non mettevo a fuoco quello che però attentamente osservavo.

Memorizzavo tutto, senza chiaramente mai approfondire. Facevo tante domande, forse troppe e assorbivo tutto come una spugna, aspettando il giorno in cui sarei stato pronto a rielaborare.

È sempre stata così la mia mente, supera tutto con velocità, per poi impantanarsi anni dopo in analisi del momento passato. Insomma, come un partito di sinistra logoro dall’interno su questioni che sfuggono.

Non sono mai stato interessato a discutere l’istante e anche allora, non perché mio padre non fosse esauriente nelle argomentazioni, non lo facevo. Semplicemente mi “siddiava”. Ero curioso, ma non volevo parlarne.

1993 ingressoAnche quel 1993 dunque, stava riempendo l’archivio dei pensieri futuri, senza intaccare la mia totale imbecillità da tredicenne.

La vita scorreva come sempre, tra impegni di famiglia e crisi familiari che si risolvevano sempre con degli inutili acquisti. E poi c’erano le feste.

Le feste della mia gioventù si svolgevano sempre a casa nostra che era grande al punto che avevamo un “salone” capiente abbastanza da poter contenere al suo interno tutti gli immobili dei parenti che frequentavamo. Non eravamo ricchi, solo più fortunati in quel momento.

Gli ospiti come dicevo erano quasi sempre parenti o amici/parenti, di quelli che ci si frequenta da una vita senza un perché, al punto d’essere ormai familiari acquisiti. Ad una di queste strisce interminabili di pranzi e cene, partecipò anche un certo Angelo, almeno così si faceva chiamare.

Un uomo “tutto d’ingresso”, nel senso che stava sempre davanti alla porta di casa, da cui costantemente entrava ed usciva senza un motivo argomentatile. Spariva per decine di minuti, poi rientrava e tornava a partecipare alla nostra noiosa celebrazione. Era simpatico, schivo e con un accento che ricordava vagamente il pugliese di Bari, città a cui aveva associato quella “strana” identità.

A 13 anni infatti se ti presentano qualcuno ti accontenti di poche informazioni: un nome, un corpo e una città di provenienza. I più smaliziati avanzavano la pretesa di conoscerne la professione, poi null’altro che non fosse utile ad una casuale frequentazione.

E poi eravamo pur sempre a Palermo dove le domande debbono essere sempre una meno delle risposte. Ci educavano così a quel tempo.

Angelo comunque ci venne presentato come il fidanzato di una delle figlie dell’amica di mia madre che stava quasi sempre con noi e poi era talmente di famiglia che se l’incontravi in casa lo salutavi affettuosamente, a differenza di altri che passavano inosservati, tipo mia sorella.

Passate le feste natalizie del 1992 però, di Angelo non se ne seppe più nulla, neppure di quel presunto pre-matrimonio che da noi è il fidanzamento con frequentazione in casa, anche in casa di altri. Ma intanto il 1993 era arrivato e come regalo ci portava in dono l’arresto di Totò Riina, il capo dei capi di “cosa loro”. Arrestato e immortalato per l’ultima volta libero con quell’aspetto tipico di chi si è appena alzato dal letto mentre gli urlano contro qualcosa che non capiscono. Un po’ come Totò Schillaci ai mondiali di qualche anno prima, con gli occhi sgranati e quei capelli scompigliati tipici di chi si è appena alzato senza pettinarsi.

Per cui la scomparsa di quel ragazzo passò quasi inosservata come può passare inosservata qualsiasi micro notizia dietro ad un evento di tale portata. A Palermo infatti si viveva come si vive un’inaspettata nuova festa infrasettimanale a lavoro. Una strana euforia temporanea per poi ritornare alla routine.

Io invece ogni tanto mi chiedevo che fine avesse fatto il quasi marito che visse casa nostra giusto il tempo di gustarsi il menù di mia madre tra un Natale e Santo Stefano che non sarebbe stato diverso da altri se non fosse stato per quel suo fare sospetto.

Provai pure a cercare notizie dai miei, ma nessuno mi seppe dire qualcosa, neppure la sua ex che nel frattempo era passata dal panettone al pandoro come se nulla fosse successo. Sembrava infatti che fossi l’unico ad essere interessato a saperne qualcosa, agli altri invece era passato di mente come passa di mente il testo di una canzone di Cesare Cremonini.

Come dicevo però, sono uno di quelli che rielabora quando meno se l’aspetta ed è capitato quindi che mi tornasse in mente anche la storia interrotta di Angelo da Bari con cui divisi il divano una notte di Natale del ’92. Non so perché, però quel ricordo rimasto a metà, riemergeva per annegare di nuovo poco dopo.

Ma una sera di queste, guardando la televisione come rare volte mi capita, passavano lentamente le interviste ad alcuni protagonisti di quel 1993 a Palermo. Erano volti segnati dal giallo di quei giorni, fino a quando in uno di loro notai, nonostante fosse invecchiato ed ingrassato, una familiarità che mi faceva tornare alla memoria proprio a quell’Angelo marito scampato.

Fu allora che capii dov’era finito, dov’erano finite le domande senza risposte, dov’era s’era inabissato quel pensiero. Lo avevo capito allora e mi fu tutto chiaro venticinque anni dopo. Tutti quei misteri, quello sparire, quell’atteggiamento marziale, erano finalmente palesi i motivi di quei decenni di silenzio.

Angelo era uno di loro, uno di quei signori armati di mitra che ci fecero festeggiare la fine di una guerra di ricotta e vergogna, non un semplice mangiatore a sbafo del periodo di Natale.

Ad Angelo allora voglio dire adesso grazie, grazie per averci dato un 1993 da ricordare, grazie nonostante tu sia sparito come quei carciofi in pastella che mia madre è solita preparare la sera del cenone.

Grazie.

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