Quando io passavo
da via Resuttana
vedevo tua sorella
che sbucciava una banana
La teneva stretta in mano
a ‘mmia mi parse un poco strano
e notavo sempre più
che ci rava muzzecun… (Alamia e Sperandeo – Una storia osè)

i giorni dell'auchan

Quella degli anni ’90 è un’ immagine di Palermo che difficilmente cancellerò dalla memoria; la città cominciò a mutare nell’aspetto e persino nelle abitudini. Meno nell’animo.  

E non saranno le bombe delle stragi, i mondiali, gli Schillaci e neppure Alamia e Sperandeo, no, non per le ragioni che tutti conoscete, Palermo degli anni novanta la troverò nella memoria per le grandi sudate di cui erano capaci le persone.   

Le ho tutte in testa quelle facce grondanti di sudore, impegnate a combattere la propria battaglia per l’acquisto di un lettore vhs dal marchio ignoto. Intente a scavare, rovistare e buttare per aria vestiti, affannata tra gli scaffali, pronte a litigare ad ogni respiro espulso male in coda alle casse di un supermercato.  

Insomma a Palermo, dopo le temibile guerra del golfo, era arrivata l’era della convenienza, i giorni dell’Auchan, il primo centro commerciale di grandi dimensioni che si insediò nell’area commerciale e di vendita che prima fu di “Città Mercato”.  

Odio “Auchan” e prima ancora odiavo “Città mercato”. Ma ancor di più odiavo quel punto preciso nella cartina della città ed i suoi negozi.  

I centri commerciali di via Ugo la Malfa rappresentavano e lo sono purtroppo ancora, la cristallizzazione dello stato di povertà culturale di Palermo. Non parlo di denaro, quello, non si sa come, i miei concittadini lo trovano sempre, insieme al degrado.  

I centri commerciali ti trascinano di getto nella sala d’attesa di un pronto soccorso ad agosto. Piena, fetida, l’aria satura di quel sentore di pesce che causa conati di vomito. Tutta l’area puzza di pesce marcio, persino il parcheggio puzza di marcio. Le persone marciscono senza rendersene conto, mischiandosi in un fetore da discarica.  

Venduto a centomila lire, duecento in meno, rispetto ai concorrenti di mercato, Max Living e Migliore, il videoregistratore vhs Amstrad, era divenuto il sogno di ogni palermitano che si “rispetti”.  

Uomini in particolare. Passavano le giornate dispersi, alienati, confusi, tra le bancarelle dei nigeriani a Mondello o per le vie di ballarò nell’intento d’acquistare, laddove non c’erano figli pratici nell’arte della clonazione, film ripresi da una telecamera nascosta nei cinema.  

Poi, la sera, sarebbero stati riprodotti tra le mura della propria camera da letto rococò, di quelle col tv “Mivar” di ultima generazione, con due prese “scart”, appoggiato nel “comò”, sopra il centrino “ra nannò” e regolato sempre rigorosamente al massimo del volume possibile.  

I palermitani necessitavano di film con la stessa tensione emotiva dei giorni della prima guerra del golfo, ne avevano bisogno, come quel cibo a lunga conservazione che riposava nei grandi sgabuzzini di casa. Anch’io perciò mi arruolai per quella guerra del bisogno da soddisfare. Senza però mai strafare nel combattere.  

Quello spazio di non so quanti “milametriquadri” mi lasciava una sensazione di disagio che ancora oggi non riesco a superare. Ricordo ancora quella cappa oleosa che rendeva l’aria irrespirabile, e poi l’odore, anzi, il tanfo. Al sol pensiero mi tornano in bocca suscitandomi emozioni non troppo dissimili dalla nausea.  

Non era chiaramente colpa dell’azienda francese, anzi, devo riconoscergli d’aver portato la concorrenza in città, ed un primo abbozzo di globalizzazione, ma in breve tempo, via Ugo la Malfa, s’era trasformata inspiegabilmente in una sorta di “banelieu” francese a Palermo, di cui, ancora oggi, possiamo riscontrarne traccia, seppur ormai divenuta una nuova colonia della Cina.  

“Auchan” e i suoi dintorni in poco tempo diventarono una piazza di terrore e confine, dove si allenavano criminali e pseudo tali, mostrando un concentrato di violenza e squallore di una città che stava aprendo le periferie alla grande distribuzione e alla bruttezza.

Un luogo che riusciva ad attrarre tutti i “tasci” della provincia (intesa Palermo e provincia) che svuotavano le proprie riserve di denaro in acquisti di indubbia convenienza e lo trasformavano allo stesso tempo nel più grande luna park per i criminali in erba.  

“Auchan” infatti era divenuto il punto di incontro di tutti i disadattati che andavano lì per vari motivi; da rubare, sperando di non essere beccati a conquistatori infaticabili. Una piazza per abbordare, rubare e fuori anche spacciare. Un camping del disagio; potevi realizzare qualsiasi sogno da emarginato. Vivere come in una puntata della serie tv “Shameless” senza muoverti dalla città.  

Nel mio quartiere, nelle scuole, i compagni più smaliziati tenevano dei veri e propri corsi di taccheggio. Ci illustravano le varie tecniche e contromisure per rubare in sicurezza. Ma c’erano anche signore che a guardarle non lo dires… vabbè niente. Si capiva perfettamente cosa ci andassero a fare da quelle parti.  

Tra queste ricordo bene la tecnica dei “semi onesti”, con lo scambio etichette di prodotti cari con il prezzo di altri meno costosi e benissimo quella “a grappolo” che consisteva nell’arrivare in gruppo, creare confusione in un determinato punto del negozio fino a quando uno del gruppo fuggiva lentamente e indisturbato col malloppo mentre il resto distraeva la sicurezza.  

Quella che preferivo ammirare però era quella dei “manciatari”; in genere famiglie con figli, che aprivano confezioni di patatine, merendine, cioccolata, li consumavano durante il vagare per i corridoi e poi uscivano senza acquistare nulla.  

E poi i “pleibboi”. I migliori “pleibboi” di tutta la provincia e del capoluogo vivevano da Auchan.  Li riconoscevi subito; si muovevano in branco, stupiti, come un italiano del dopoguerra arrivato in città alla sua prima serata al “tabarin“.  

Brutti, gellati, col mocassino che sui lastricati di marmo schioccava il passo, con le movenze alla Tony Manero, un po’ piegati sul dorso, con il sorriso aperto, sottobraccio ad altri come loro. Li vedevi impegnati ad osservare quelle poche donne borghesi che si avventuravano impavide tra gli scaffali. Quegli abiti, il fascino, l’eleganza della città (via libertà), li attirava come un orso col barattolo del miele. Pronti a lanciarsi nelle conquiste con un “risucchio” o con un “ciè giò, ciè sango, comu stai?”  

E poi c’era il parcheggio, luogo di furti e rapine con destrezza. Dov’era pericoloso sia parcheggiare che mostrare una borsa con disinvoltura. Per non parlare del pericolo nel chiedere a qualcuno se stesse uscendo dallo stallo! Minchia, il pretesto perfetto per una lite, un’offesa da lavare col sangue.  

Senza dimenticare i tossici, che a Berlino vivevano gli Zoo mentre da noi il centro commerciale. Stavano sempre a gironzolare chiedendo denaro, eri privo di inserire la moneta in un carrello che subito ti si fiondavano addosso. Gli onesti di loro invece campavano sfasciando i finestrini degli altri, poi, tutti insieme, si appartavano vicino la ferrovia per consumare le dosi che acquistavano con il ricavato dei con i piccoli furti che realizzavano all’interno ed all’esterno del centro commerciale.  

Infine, tra i più fastidiosi, i raccoglitori di soldi per associazioni sconosciute, che raccattavano somme di denaro con destinazione ignota.  

Si avvicinavano con uno stile inequivocabile; quello dell’offerta per il santo patrono del quartiere.

Ti venivano incontro fieri dei propri denti spizzicati e mostrati in bella vista a bocca larga, strofinavano il palmo della mano sul naso ne facevano finire la corsa sui capelli gellati e senza alcun pudore ti allungavano la stessa per fermarti e offrendotela come saluto. Con pochi giri di parole erano già avanti a darti la possibilità di aiutarli con una piccola offerta. Ti affrontavano con richieste che andavano dal sostegno per i detenuti, fino ai bambini di un’Africa che non avrebbe mai superato la città, ma che era la città.  

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