I don’t need no arms around me
I don’t need no drugs to calm me
I have seen the writings on the wall 
Don’t think I need anything at all
All in all it was all just bricks in the wall
All in all you were all just bricks in the wall (Pink Floyd –  Another brick in the wall)

Quante volte avete partecipato a conversazioni tristi, così tristi che persino le vostre “emoticons” v’hanno chiesto un momento di ferie? Ecco, tante. Lo sapevo e lo so bene per ciò che mi riguarda.

Il muro di una chat

Tante volte cerchiamo nel nostro interlocutore uno spazio di comprensione che va anche al di là delle capacità di essere un umano.

Quanto può essere comprensivo infatti, un soggetto dall’altra parte del mondo, che sta pensando ai cazzi suoi e che nel migliore dei casi sta realmente leggendo tutto ciò che state scrivendo.

Appunto, veramente poco.

Probabilmente starete pensando: oh mamma! Che contatti di merda che c’ha William Galt!

Eppure, eppure, anche a voi sicuramente sarà capitato di rispondere alle conversazioni di qualcuno “AHAHAHAH” o “WOW”, peggio ancora, “GRANDE!”, mentre siete concentrati a pensare ai cacchi vostri. “Minchia devo cagare!” , “Oh no, devo lavorare!”. Tutte riflessioni profonde, per carità.

Ragionamenti che facciamo in sovrappensiero, indistintamente, mentre intratteniamo una conversazione sul nostro what’s app ed il nostro interlocutore tenta di sedurci, conoscerci o chissà che.

Ecco. Parlavo di cose così. Non credo e sappiamo bene, che tante delle nostre conversazioni sui social non esprimono il nostro reale pensiero. “Minchia devo cagare” è qualcosa che teniamo per noi o al massimo per qualcuno realmente vicino a noi. Non ci sarà mai, o quasi, una discussione in cui interverrete interrompendo la falsa ritualità da inutile attenzione, stroncandola con un intervento poco virtuale.

Come finirebbero le battute poco divertenti dei vostri amico o peggio ancora, gli “affairs sentimentali”, chiosando che di ciò che parlate, non ve ne importa un fico secco.
Pensateci per un solo momento.

E’ la nuova libertà, lo sappiamo e la evitiamo.
Tutti infatti, ci ostiniamo a voler trasmettere pensieri ed emozioni attraverso questo mezzo infernale. Le “chat” che è vero, ci permettono una leggerezza comunicativa difficilmente ottenibile con una relazione “face to face” e che però, sempre di più, contribuiscono ad una spersonalizzazione dei sentimenti e della concretezza. qualsiasi essa sia. Sono un muro. Di tristezza e spesso slealtà.

Le mie, chiaramente, su quanto dico non sono certezze, non la voce di tutti. Però tante volte mi è capitato di buttare l’occhio sulle persone che mi circondano. Le vedo chattare, e succede che leggo qualche conversazione che intrattengono. I loro volti, quasi mai, corrispondono al pensiero che stanno esprimendo. Sono seri, incupiti e però, leggendo ciò che scrivono, esprimono sorrisi, risate e a volte, amore. 

Proprio come capita a me al di là del muro. Questo mi fa sentire meno solo, seppur, ad onor del vero, “infelice” nonostante stia trovando quella libertà che dicevo.

Quella che fatico a trovare difatti, con la dovuta cautela alle parole, è “la sicurezza” che le mie conversazioni virtuali, poche, con gente fuori dalla cerchia con cui parlo “veramente”, non siano come quelle che conosco; scrivo a loro e penso tra me e me (distraendomi allo stesso tempo): “mi sta leggendo, ride e pensa che deve cagare. Ne sono certo”.

Sicurezza è una parola grande, lo so, ma se le persone a cui tengo di più, frutto già di una selezione, si comportassero come quelle che vedo?E se fingessero anche loro quell’interesse voluttario?

Pensatelo anche voi per un momento. Realizzate il fatto che potrebbe capitarvi di intrattenere una conversazione amorosa, tecnicamente corrisposta, mentre l’altra, scocciata, ingrugnita ripassa le foto di un altro, scrive ad un altro e sorride, sul serio, ad un altro. 

Che tranvata, eh!

E se in quel momento, nell’istante in cui, lui o lei parlano con voi, foste li, ad osservarli in questo atteggiamento ambiguo?Cosa provereste?

Altro che palo in fronte!

Ecco perché ci serve libertà dalle chat. Il superamento di quel muro. Ecco perché dobbiamo riappropriarci di uno spazio di verità sostanziale. Le chat sono utili e lo sappiamo; ci tengono informati e lo fanno velocemente. Vero. Siamo sicuri però che le stiamo affrontando nel modo giusto?

Siamo realmente sicuri che non gli affidiamo dei comportamenti che un giorno dovranno affrontare la verità?

Domande o meno, osservatela anche voi l’altra gente che digita e, se potete, con estrema discrezione, buttate l’occhio su cosa scrivono e su cosa esprimono col volto.

Pensateci ancora. Riflettete sul vostro comportamento in chat, al modo in cui vi relazionate con amici e presunti tali. Immaginate di esprimere quei volti durante una conversazione divertente, d’amore o di qualsiasi altro tenore. E di essere dall’altra parte del muro.

Stiamo destrutturando la corrispondenza tra sentimento e scrittura, tra emozioni e realtà. Ripensate dunque a quanto ciò che inviate se sia corrispondente al vostro reale stato emotivo. Quando lo farete, limerete la vostra lista dei “contatti” in men che non si dica. Vi sentirete liberi. 

Liberi di essere. Liberi di vivere senza un muro che oggi amiamo soltanto perché ci siamo abituati a vederlo.

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