Diario S5 G34. Le Madonie, uno spazio con l’inerzia intorno

Terra che nun vò durmì
e nun vò cagnare,
terra addò abbruciano ‘e parole,
viento che nun e po’ stutà.
Voglia ‘e turnà
dint’e vicoli e sta città,
guarda e ride e te vò tuccà,
nun se ferma mai,
voglia ‘e verè (Teresa De Sio – Voglia ‘e turnà)

madonie

Ci sono luoghi che già guardandoli dal cielo ti fanno capire quanto sono “piatti”. Ombre, che dai satelliti si notano appena, accennati con dei rilievi, si fanno spazio tra le cime di montagne deserte.

Avvicinandosi appena, si illuminano con la luce del giorno. Ci sono case a tre piani, divise a stento dal vento, tutto a torno si diramano grigi asfalti, moderni e pieni di fossi.

Le chiamano strade, ma se ci passate con un mezzo a due ruote, rischiate un bel botto che il cervello vi chiederà perché?

I paesi delle Madonie più o meno sono così, case su case di gran lunga il doppio se non il triplo della cubatura di cui necessitano gli abitanti, decimati dalla mancanza di lavoro e dall’impossibilità di vivere luoghi che non offrono nulla.

Sono luoghi dove pietre, cemento e mattoni, risposano in un equilibrio che le rende immutabili al tempo e alla storia. Almeno, quasi sempre immutabili.

Case che si vivono a stento e che però, non limitarono gli speculatori di un tempo, che, pur avendone tante, ne costruirono altrettante, edificando  palazzi quadrati, di ferro e cemento che non servivano a nessuno.

Fotografano così una realtà inequivocabile: l’unica immobile, è la volontà della persone. La propensione di contribuire alla rinascita del proprio spazio, della propria casa. E invece no. Lasciarono far cubi di calcestruzzo senza mai rifar le facciate a ciò che già c’era.

E vabbè, direte voi. E vabbè un cazzo.

Le Madonie sono la bella addormentata in attesa il principe salvatore e nel frattempo, nell’inerzia, dormono, scomparendo ogni giorno.

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