Diario S5 g26. Immaturo al punto che

Vengo dalla campagna
cresciuto al mare
alla mano come il tuo palmare
pronti via
si va per mare e monti via
Monti via
linguaggio ultraviolento
in tv come un ultraviolento
cade giù tutto
come un terremoto (Fabri Fibra – Pronti, partenza, via!)

Diario S5 g26. Immaturo al punto cheQuando penso al mio passato, le prime immagini che riaffiorano sono tutte legate a grandi figure di merda.

Penso alle tante volte in cui credevo d’essere diventato adulto e invece, con rammarico, inesorabilmente, finivo nello sconforto d’essere ancora un immaturo.

Per fortuna alcune di queste storie possono essere raccontate ed il tempo ne ha appiattito l’imbarazzo.

Un su tutte accadde intorno ai miei 20 anni. A quell’epoca avevo già cominciato a lavorare e lo facevo più o meno seriamente.

Impegnavo la gioventù con un lavoro a tempo pieno che mi sottraeva dalla spensieratezza che quell’età necessitava. Me ne rendevo conto e ci soffrivo. Mi riprendevo nei giorni in cui incassavo lo stipendio e compravo inutili oggetti che riempivano la mia stanza. Due settimane dopo tornava lo sconforto.

Alcuni dei miei amici, ex compagni di scuola, si divertivano, uscivano e si godevano le vacanze universitarie, io, per evitarmi lo studio, m’ero chiuso all’interno della mia Toyota Corolla e ogni giorno, dalle 7 alle 21 scorrazzavo per le vie della città con un carico di utenti

Passavo ore ad aspettare ed accompagnare. Chi faceva la spesa, chi andava ad un corso, chi semplicemente mi portava nei bar per un gelato. Non era un lavoro di grande impegno mentale, metteva però a dura prova il fisico e le chiappe. Stare seduto è logorante, farlo nel traffico di Palermo pure, ma ancor di più quei 40° gradi all’ombra li sentivi intenti a cuocerti pure l’anima.

Qualcuno di loro provava ad empatizzare, mi raccontavano qualsiasi cosa, entravo nelle loro vite, nei loro bisogni, nelle loro difficoltà come una lama calda nel burro, si aprivano senza sforzi, anche senza che ne fossi sinceramente interessato, anzi, mi sentivo più il burro che la lama. Mi squagliavo al sole, loro si arroventavano spettegolando le loro vite.

Tutto questo era il lavoro dell’autista, il mio lavoro, che doveva pure convivere con i miei 19 anni, giornate fatte di notti assurde che si chiudevano all’alba e che si riaprivano alle 7. Ormai ero una automa. La mattina ero degli utenti, la sera degli amici. “Macinato” come diciamo noi. Ero totalmente macinato da questa vita da non avere più argini utili a rigenerarmi.

Anche quel giorno avevo dormito si e no un paio d’ore. Accompagnavo una classe mista di adulti e ragazzi ad un corso professionale, quelli da 800 ore che tanto venivano promossi nella Sicilia di Cuffaro.

Li avevo lasciati alle tre del pomeriggio e mi toccava riprenderli verso le 19. Arrivai a scuola mezz’oretta prima del solito, ero stanco, le ultime ore le avevo passate a fare la spesa con una arzilla signora che amava farsi leggere qualsiasi cosa fosse esposta.

A stento mi reggevo in piedi, per cui aggirandomi per i locali trovai una delle aule vuote. Non mi parve vero, spensi le luci e mi distesi sui banchi.

Mi risvegliai col cellulare che squillava all’impazzata e con le luci esterne che s’erano accese. Stordito risposi, era uno dei docenti del corso che mi cercava. Pensavano mi fossi dimenticato l’impegno. Ero invece a pochi metri da loro, indolenzito per la posizione non proprio comoda e con la barba umida di saliva.

Mi alzai di botto fingendo al telefono, com’ero solito fare, d’essere in ritardo. Ma la fortuna, quando menti, non t’è mai amica. Mi diedi una sistemata veloce e provai ad uscire di soppiatto.

“Clonk clonk” tuonava la porta. Scoprii subito d’essere stato chiuso dentro. Mi avevano sigillato nella scuola e non c’erano altre vie di fuga.

Addio. Era la fine. Come facevo ad uscire da lì?

Non mi restò che confessare facendomi salvare dal capo.

E’ un’altra figura di merda era andata.

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