Diario S5 g29. Duccio beep beep

E bomba o non bomba noi arriveremo a Roma (a Roma), malgrado voi.
La gente ci amava e questo è l’importante
regalammo cioccolata e sigarette vere
bevemmo poi del vino rosso nelle mani unite
e finalmente ci fecero cantare. (Antonello Venditti – Bomba o non bomba)

Duccio beep beep

Questa è la storia di “Duccio Beep Beep”, altro mio collega, questa volta del periodo “autista” a Palermo. Duccio è un uomo Pio, ma proprio Pio, di quegli uomini a metà tra la santità e il passito detto anche spuma, di quelli color vinaccia per passione.

Alto, corporatura da palermitano medio con la tradizionale pancia perfettamente circolare su un corpo ingrassato a zuccheri e malti, testa circolare che un tempo ospitava una capigliatura rossiccia di cui ormai restavano tracce sulle tempie, come un rudere in collina.

Beep Bepp era un picciotto bravo, di quelli che si scusano quando avviano una frase, “scusate, posso parlare?” oppure usando l’intramontabile “chiedo scusi”.

Insomma avrete già capito che il collega Duccio è un palermitano di quelli doc, dop, Dik Dik e Nico dei Gabbiani.

Soprannominato Beep Beep per via del lavoro, era sempre il primo a partire ma anche l’ultimo ad arrivare. Non per pigrizia, anzi, era pronto già all’alba, semplicemente non aveva cognizione della città e dunque ogni viaggio era un’esplorazione che partiva dall’onnipresente “tuttocittà” fino poi alla destinazione.

Era nato e cresciuto alla stazione centrale. Non s’era mai mosso dal suo quartiere, persino in viaggio di nozze non s’era allontanato da via Mendola. Non sapevamo nemmeno quale altro lavoro facesse prima di questo e sinceramente, era già fenomenale così per sapere altro. Una volta però andò anche a Roma.

Duccio era un vero driver, di quelli duri, come Robert De Niro ma con meno specchi, anche un po’ balbuziente, anzi “chieccu” come diciamo noi, per questo il beep beep ripetuto due volte.

Beep beep era il classico “patri i famigghia” di quelli “la famiglia prima di tutto” che sarebbero un manifesto naturale per una campagna elettorale di Giorgia Meloni se solo avessero una ideologia e non un viscerale odio dichiarato per il preservativo. “Un ci sientu prio e custa assai”.

Con questo suo “odio” però Duccio doveva fare i conti. Specialmente a fine mese. Era infatti il vice capofamiglia di una comitiva matriarcale, al cui comando appunto c’era la propria madre che con loro conviveva o per meglio dire, li ospitava e che, insieme alla moglie, componeva un nucleo familiare spropositato il quale aveva come nocciolo, un numero indefinito di figli.

Nonostante questo, se già non bastasse il fatto che fosse un disoccupato cronico e che il nostro lavoro avesse una durata temporale sempre assai breve, l’unica costante della sua vita era fare figli o meglio, la preoccupazione successiva, ogni nove mesi, sfornato l’ultimo, “cavuru cavuru” pargolo, di un nuovo figlio che lo rendeva uno zombie nei mesi successivi.

E in quei tre anni, dato anche il supporto economico del lavoro (ricordiamolo temporaneo), quell’incubo, si ripetè in modo continuo. Personalmente penso di aver partecipato ad almeno tre regali di nascita.

Ma se c’era una cosa che apprezzavo di lui era il sistema con cui organizzava i nomi dei figli e cioè, adempiuti i consueti “obblighi del rispetto”, si passò all’ordine alfabetico: Domenico, Emanuela, Filippa, Grimalda etc etc… Un modo geniale per non confondersi durante l’appello del mattino. Perché Duccio, dovete sapere, era anche uno di quelli che si confondono sempre. Per qualsiasi cosa. Un uomo di quelli confusi che balbetta come quando sei chiamato a rispondere ad una interrogazione che non hai preparato.

Per svolgere il nostro impegnativo lavoro, a fronte di un rimborso spese extra, utilizzavamo le auto personali per cui era scontato che ognuno di noi mettesse sul campo il rottame peggiore. Tranne noi due, io avevo appena acquistato la mia Toyota Corolla mentre Beep Beep un’autovettura non ce l’aveva mai avuta.

Un lavoro di questo tipo poi rende l’auto qualcosa a metà tra un letamaio e un carro bestiame. Gli ospiti sudano, puzzano, scorreggiano silenziosamente e poi fanno cadere sulla tappezzeria di tutto. Ti rompono le maniglie, le leve dei finestrini e a quei tempi c’era pure meno sensibilità verso i non fumatori e dunque cicche, cenere e quant’altro.

E se ogni giorno maledivo d’aver comprato un’auto nuova, Duccio, messo peggio, organizzava la giornata con mezzi di fortuna; auto in prestito nei primi mesi e poi via via con rottami comprati a poche lire da amici “fidati di me”, che poi puntualmente si guastavano in servizio e che gli costavano in carro attrezzi, manutenzione oltre che in bestemmie da parte degli utenti.

Peugeot 305 di Duccio

Poi, un giorno, arrivò la vettura perfetta. Comprata con i risparmi dei primi 10 stipendi, la Peugeot 305 station wagon, era l’auto dei sogni, utile sia a lavoro che per la famiglia.

La 305 era la 305 che tutti conosciamo; di quelle color coca cola che non riesci a distinguere quando finisce il colore e inizia la ruggine, coi sedili che ormai sono solo molle e gommapiuma, l’autoradio a cassette ed un solo altoparlante.

Ecco, se Duccio fosse vissuto in Texas sarebbe stato il proprietario di una “rat rod”, ma a Palermo la poesia è limitata, per cui era soltanto il guidatore di una “machina ri marocchini ca fanno ‘u mercatino a Bonagia”.

Il mito di Beep Beep però ha una vera e sola ragione: viale Regione Siciliana! Anzi, viale “Geggione Siciliana”, com’era solito chiamarla e che per Duccio risultava essere come le stelle degli antichi navigatori. Il collega infatti, come abbiamo già detto, assolutamente ignaro della città, qualsiasi servizio dovesse compiere aveva un’unica e sola via per arrivare: viale Geggione.

Quel viale, che attraversa la città e che collega l’entrata con l’uscita di e da Palermo rappresentava la sua unica certezza stradale. Insieme all’immancabile “tuttocittà” del’85, era l’unico mezzo che possedeva per orientarsi. Non aveva importanza dove si trovasse o cosa dovesse fare, l’unico modo per arrivarci era prendere viale “Geggione”. Fosse anche il giro di Palazzo, la strada giusta era quella.

Più in là conobbe il ponte di piazza “XXIII Vittime”, il porto fino anche il foro italico (via Crispi) riuscendo via via ad arrivare sempre con più puntualità e sempre più sudato agli appuntamenti.

Poi ci licenziarono e tutto finì per com’era iniziato; disoccupati.

“Io ca machina spasciata e iddu chinu ri pinsieri però ora puru ca machina ri campare”.

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