La regola dell’amico non sbaglia mai
Se sei amico di una donna
Non ci combinerai mai niente
Mai “non vorrai
Rovinare un così bel rapporto” (883 – La regola dell’amico)

A parlarne adesso l’associazione “single per scelta altrui” (A.S.P.S.A.),  potrebbe apparire banale, superata e persino una caricatura creata ad hoc per la scrittura di un racconto. Ma tra la fine degli anni novanta e l’inizio del duemila, esistemmo davvero.

Essere single era il requisito necessario per farne parte. Membro onorario se non avevi mai avuto uno scambio di alcun genere fino a 30 anni, nel direttivo se confessavi almeno un paio di approcci respinti in malo modo.  Alla base comunque dovevi certificare l’incapacità d’attrarre le donne. E se non l’avete ancora capito, era una associazione per “schetti granni e picciuttieddi”.

Tra noi, non aver baciato una donna era la norma e questo, in un mondo di “machisti” c’avvelenava le serate. “No, scusa hai capito male” era il mood della vita a cui appartenevamo e al quale ormai eravamo devoti.

“No scusa, per me sei solo un amico” era il nostro motto. E infatti nel gruppo c’erano solo maschi. Più amici di così?

Eravamo brutti è un dato oggettivo e forse messi tutti insieme, in comitiva, spaventavamo eventuali possibili amori.

Non c’erano social, non c’erano smartphone, non c’erano app. La socializzazione avveniva ancora incontrandosi e noi, che le uniche donne che frequentavamo erano le mamme, pur sforzandoci, ci limitavamo a dei “ciao” che non andavano oltre alla risposta.

In gruppo, anzi branco, dovevamo far proprio paura. Come quei lupi affamati però impauriti, che se la coda ce l’hanno tra le gambe, allora si stanno pure cagando sotto. Eravamo spaesati che alla ricerca di un “cibo” che ci faceva seguire tracce che si perdevano nei centri abitati.

logo A.S.P.S.A.C’era scarsezza, frustrazione, depressione. Alcuni di noi non avevano raggiunto i 18 anni d’età, altri li superavano da un pezzo. Nella lista ci si stava per voglia o per scherno, ma in ogni caso senza altra scelta.

Annotavamo segretamente, scherzosamente, i componenti del consesso, sperando, ridendo, di uscirne al più presto.

Sdrammatizzavamo. In questo c’era saggezza e la solita ironia che comunque ci contraddistingueva.

Poi un giorno notammo un evento: ogni qualvolta qualcuno diveniva il primo della lista, poco dopo, si fidanzava. Passarono i mesi e passo dopo passo, nell’ordine preciso, uscimmo uno ad uno da quell’elenco.

E se con orgoglio rivendicai il diritto di eliminarmi per primo, fu così che passo passo si eliminò il direttivo.

Fu uno scherzo, un modo per sdrammatizzare. Ma di quei giorni non dimenticherò mai il senso d’appartenenza e quel qualcosa che unisce le persone nel momento del bisogno.

Di figa.

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