Diario S5 g25. Tu pigghiati na seggia e assettati

Diario S5 g25. Tu pigghiati na seggia e assettati

Mi bruci per ciò che predico, è una fine che non mi merito
Mandi in cenere la verità perché sono il tuo sogno eretico
Io sono il tuo sogno eretico
Io sono il tuo sogno eretico
Io sono il tuo sogno eretico
ammettilo sono il tuo sogno eretico
Lo accendiamo?
(Caparezza – Sono il tuo sogno eretico)

Tempo fa, per via di una ristrutturazione, mi recai nella vecchia casa dei nonni in paese. Era dal 2007, anno in cui morì la Nonna, che nessuno si occupava dell’immobile.

Tra una vasca ormai a pezzi, piastrelle che ad ogni chiusura di porta crollavano ed un tetto che su alcuni punti faceva filtrare il sole, decidemmo fosse venuto il momento d’intervenire.

E sti cazzi, penserete voi. Ma sapete quanto costa un intervento di ristrutturazione in un piccolo paese sperduto dell’entroterra siciliano? Ecco, appunto. Intanto vai a trovarlo un muratore disposto a collaborare, poi, qualora ti andasse bene, provate anche a contrattare il prezzo con qualcuno che sa di sapere d’essere l’unico di disponibile.

Risolto questo primo passaggio, due anni dopo l’accordo, riusciamo a riavere l’immobile. Ristrutturato ma allo stesso tempo sporco come una casa sepolta dalle ceneri del vesuvio.

Vi risparmio, per brevità, il racconto delle operazioni di pulizia che mi sobbarcai.

Qualcosa che quel giorno però mi colpi molto. Finite le faccende, mi soffermai sulla camera da letto dei nonni. Presi una sedia, com’ero solito fare da bambino e mi sedetti rivolto al letto.

Affiorarono con affetto quei pomeriggi dell’ infanzia, passati ascoltando mio nonno, seduto sul letto, appoggiato dolcemente al cuscino, sorridente, con la sua canotta a righe e i mutandoni, preso dai ricordi dei suoi anni passati tra Roma e la germania.

Non c’erano estati che mio nonno non mi raccontasse con entusiasmo le storie da giovane partigiano dopo un impiego per un Ministero al fianco del Duce.

Allora però non facevo molto caso al contorno, mi perdevo nella dolcezza delle parole e sulle sue guance che sapevano di buono. Il “paco rabanne” mi restava per ore sul volto, mentre nella mia mente mi sentivo felice.

Quel pomeriggio, dopo vent’anni e più dall’ultimo racconto, mi concentrai su un nuovo dettaglio che m’era sfuggito e che adesso perseguitava i miei pensieri.

Che cacchio ci facevano tutte quelle sedie nella camera da letto??

Tu, pigghiati na seeggia e assettatiNon riuscivo a spiegarmi la sproporzione tra l’ampiezza della camera e la quantità di sedie che vi si trovavano. C’erano 10 sedie, la stessa quantità di sedute sparse per il resto dell’immobile su tre livelli, cucina compresa.

Così cominciai ad indagare la memoria. Effettivamente me li ricordo quei momenti, alle volte non ero il solo ad ascoltare il resoconto del quartino di vino e del carciofo. Quella camera era l’arena di casa, mio nonno l’attore.

“Tu pigghiati na seggia e assettati.”

Alle volte c’erano i cugini, i loro genitori, la nonna, le zie e persino qualche passante occasionale.

Vent’anni dopo, quelle sedie, stavano ancora lì. Come forse c’erano già negli anni ’50, quando i nonni si insediarono nella proprietà. Erano le stesse sedie attorno a cui la famiglia si riuniva e tra un savoiardo ed un caffè si tramandavano storie.

Ed io ero lì, seduto ancora, pensavo a quanto fortunato fossi stato nell’aver colto inconsapevolmente quei ricordi. Memorizzavo quelle volontà che il nonno, mi insegnò ad apprezzare. Quel metodo di racconto che adesso, con nuove modalità, ripeto solitario attraverso il mio diario.

Ci sono voluti due decenni per comprendere quanto preziose furono quelle estati.

Ed oggi, questa è la mia arena, ed io l’attore.

Ci rivediamo tra vent’anni.

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