Archives Giugno 2018

quella felicità solitaria

Diario S5 G41. Quella felicità solitaria (fine stagione)

Quando ho smesso di studiare per campare di illusioni
sono stato il dispiacere di parenti e genitori
ero uno di quei figli sognatori adolescenti
che non vogliono consigli e rispondono fra i denti.
Vaffanculo Vaffanculo (Marco Masini – Vaffanculo)

quella felicità solitariaLo scritto sul 1993 mi spinge ad approfondire un aspetto del mio carattere che in pochi forse ancora non conoscono.

Ho raccontato più volte, vagamente, la spensieratezza dei tredici anni di un ragazzo normale e con questo pezzo, che chiude questa stagione cinque, volevo rispondere principalmente a quelle domande in merito al “chi sono” che sono rimaste ancora aperte.

Ad esempio nonostante ciò che scrivo, sono sempre stato un ragazzino allegro e fino alla maggiore età probabilmente non avevo conosciuto la compiutezza della tristezza seppur, in diverse occasioni, l’abbia sperimentata sotto forma di dolore fisico e mentale.

Incidenti, ferite, lutti in famiglia, genitori in crisi, genitori ricoverati, zii che divorziano e invadono casa, i grandi fatti di mafia, i furti dentro e fuori le mura e tanto altro ancora, eventi che nel tempo ho anche ripercorso e che, se ne avrò il tempo e la voglia, racconterò ancora, magari in un libro.

Il catalogo dei pensieri nascosti e inespressi infatti è ancora lungo, e come già detto in passato, ogni tanto uno di loro si presenta per essere esplorato, narrato, analizzato in qualche modo.

Scrivere offre l’opportunità di essere se stessi, di descrivere un qualcosa che in altri modi alle volte è difficile esporre, vuoi per timidezza o semplicemente perché davanti non trovi le persone giuste con cui farlo. A me interessa lasciare una traccia, un segno di un percorso che è nato spontaneo come spontanea è l’esistenza.

Quest’ultima, destina a tutti una possibilità, la mia è stata probabilmente banale come tante; ci sono state e ci saranno comitive, amici, donne, famiglia, ed ognuna di loro ho dedicato del tempo, delle emozioni e da qualche decennio dei racconti. In mezzo però, ho preferito ricorrere alla solitudine.

Persino quando c’era da giocare, quand’era possibile ancora farlo, giocavo da solo, mi divertivo di più, non dovevo condividere nulla con nessuno e questo non perché fossi poco socievole o espansivo, era proprio piacere personale, così come personale è la scrittura. Mi piace da sempre organizzare le regole dell’intrattenimento, qualsiasi esso sia, e non amo spiegarlo. Un po’ come in questo diario, che probabilmente è incompreso ai tanti che nel tempo hanno dedicato cinque preziosi minuti del loro tempo per leggere qualcosa.

Oggi come allora gioco, mi diverto, esulto, mi intristisco e alla fine penso al prossimo passatempo che naturalmente curerò da solo. Persino adesso, che attraverso queste pagine racconto un pezzo esclusivo della mia vita, preferisco farlo nell’anonimato. Non sono interessato al fatto che a questi racconti sia associata una faccia, una identità, figuriamoci se penso al fatto che essa possa essere la mia. Queste pagine descrivono qualcosa di personale che non necessita di un confronto, al massimo un commento o nel migliore dei casi l’immedesimazione silenziosa.

Quello che avete letto è il frutto di una sintesi che si conclude puntualmente nei pochi metri quadri del bagno, dove riesco in pochi minuti ad appuntare ogni ragionamento condiviso o magari nato in una discussione via chat o i tanti ricordi che riaffiorano dall’eterno passato.

E’ incredibile quante cose si riescono a fare in un bagno, in quei momenti in cui resti solo, a pensare.

Tante persone nella vita hanno provato a cambiare questo mio modo d’essere, accusandomi di essere nato “sbagliato” e forse anche loro in un certo senso avevano ragione, ma si può cambiare l’essere se stessi?

Ovviamente no.

Il mio è un “isolamento benessere”, uno spazio SPA del pensiero, senza inviti e senza invitati, un luogo di personale felicità che si può vivere soltanto con la solitudine.

Questo diario quindi è un archivio, una memoria aperta, l’elenco delle risposte alle analisi del giorno dopo della mia vita che, giuro, conduco serenamente anche senza condividerla pubblicamente attraverso dei selfie dal sorriso forzato.

A presto.

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Totò Riina - ingresso nel 1993

Diario S5 G40. Ingresso nel 1993

Giornate senza senso, come un mare senza vento, come perle di collane di tristezza…

le porte dell’estate dall’ inverno son bagnate: fugge un cane come la tua giovinezza.

(Francesco Guccini – Un altro giorno è andato)

Totò Riina - ingresso nel 1993

Questa storia comincia e finisce nell’ormai lontano 1993. Sono i giorni dei nuovi Vespri siciliani dove lo Stato, in risposta alle due grandi stragi di mafia dell’anno precedente, invia in Sicilia 8mila soldati, principalmente a Palermo, a presidiare le strade.

Un palliativo che servì a rassicurare, a far sentire protetta la popolazione, la città. Dicono.

La stessa che in quegli anni si diceva abbandonata dallo stato e contemporaneamente lamentava i suoni delle sirene delle auto di scorta e che ai posti di blocco preferiva e preferisce ancora, una capsula di cianuro.

Ma Palermo e i palermitani sono sempre stati così, quel 1993 non faceva eccezione alcuna. Eravamo troppo impegnati con le nostre vite, seppur ancora profondamente scossi da quei boati che capovolsero la nostra idea di “guerra fredda”.

Anche io, volessi sigillare i miei anni dentro quell’anno, avrei un unico solo aggettivo, immobile, inerte, colpito senza difesa alcuna.

Palermo era una città di pietra, dove persino l’aria faceva fatica a passare.
Una cappa di calore che rifletteva di giallo sulla città. Persino l’asfalto, se osservavi con attenzione, era giallo. Tutto era giallo. Le auto, i palazzi, i semafori e persino le persone.

Era come se la sabbia del deserto avesse seppellito la città e dopo la tormenta le persone tentassero di muoversi con l’impotenza data dalla polvere ancora addosso.

Io ero giovane, immaturo e capitava persino d’essere allegro, perso nell’individuare la figurina che completasse l’ultima raccolta della panini. Nella mia testa non mettevo a fuoco quello che però attentamente osservavo.

Memorizzavo tutto, senza chiaramente mai approfondire. Facevo tante domande, forse troppe e assorbivo tutto come una spugna, aspettando il giorno in cui sarei stato pronto a rielaborare.

È sempre stata così la mia mente, supera tutto con velocità, per poi impantanarsi anni dopo in analisi del momento passato. Insomma, come un partito di sinistra logoro dall’interno su questioni che sfuggono.

Non sono mai stato interessato a discutere l’istante e anche allora, non perché mio padre non fosse esauriente nelle argomentazioni, non lo facevo. Semplicemente mi “siddiava”. Ero curioso, ma non volevo parlarne.

1993 ingressoAnche quel 1993 dunque, stava riempendo l’archivio dei pensieri futuri, senza intaccare la mia totale imbecillità da tredicenne.

La vita scorreva come sempre, tra impegni di famiglia e crisi familiari che si risolvevano sempre con degli inutili acquisti. E poi c’erano le feste.

Le feste della mia gioventù si svolgevano sempre a casa nostra che era grande al punto che avevamo un “salone” capiente abbastanza da poter contenere al suo interno tutti gli immobili dei parenti che frequentavamo. Non eravamo ricchi, solo più fortunati in quel momento.

Gli ospiti come dicevo erano quasi sempre parenti o amici/parenti, di quelli che ci si frequenta da una vita senza un perché, al punto d’essere ormai familiari acquisiti. Ad una di queste strisce interminabili di pranzi e cene, partecipò anche un certo Angelo, almeno così si faceva chiamare.

Un uomo “tutto d’ingresso”, nel senso che stava sempre davanti alla porta di casa, da cui costantemente entrava ed usciva senza un motivo argomentatile. Spariva per decine di minuti, poi rientrava e tornava a partecipare alla nostra noiosa celebrazione. Era simpatico, schivo e con un accento che ricordava vagamente il pugliese di Bari, città a cui aveva associato quella “strana” identità.

A 13 anni infatti se ti presentano qualcuno ti accontenti di poche informazioni: un nome, un corpo e una città di provenienza. I più smaliziati avanzavano la pretesa di conoscerne la professione, poi null’altro che non fosse utile ad una casuale frequentazione.

E poi eravamo pur sempre a Palermo dove le domande debbono essere sempre una meno delle risposte. Ci educavano così a quel tempo.

Angelo comunque ci venne presentato come il fidanzato di una delle figlie dell’amica di mia madre che stava quasi sempre con noi e poi era talmente di famiglia che se l’incontravi in casa lo salutavi affettuosamente, a differenza di altri che passavano inosservati, tipo mia sorella.

Passate le feste natalizie del 1992 però, di Angelo non se ne seppe più nulla, neppure di quel presunto pre-matrimonio che da noi è il fidanzamento con frequentazione in casa, anche in casa di altri. Ma intanto il 1993 era arrivato e come regalo ci portava in dono l’arresto di Totò Riina, il capo dei capi di “cosa loro”. Arrestato e immortalato per l’ultima volta libero con quell’aspetto tipico di chi si è appena alzato dal letto mentre gli urlano contro qualcosa che non capiscono. Un po’ come Totò Schillaci ai mondiali di qualche anno prima, con gli occhi sgranati e quei capelli scompigliati tipici di chi si è appena alzato senza pettinarsi.

Per cui la scomparsa di quel ragazzo passò quasi inosservata come può passare inosservata qualsiasi micro notizia dietro ad un evento di tale portata. A Palermo infatti si viveva come si vive un’inaspettata nuova festa infrasettimanale a lavoro. Una strana euforia temporanea per poi ritornare alla routine.

Io invece ogni tanto mi chiedevo che fine avesse fatto il quasi marito che visse casa nostra giusto il tempo di gustarsi il menù di mia madre tra un Natale e Santo Stefano che non sarebbe stato diverso da altri se non fosse stato per quel suo fare sospetto.

Provai pure a cercare notizie dai miei, ma nessuno mi seppe dire qualcosa, neppure la sua ex che nel frattempo era passata dal panettone al pandoro come se nulla fosse successo. Sembrava infatti che fossi l’unico ad essere interessato a saperne qualcosa, agli altri invece era passato di mente come passa di mente il testo di una canzone di Cesare Cremonini.

Come dicevo però, sono uno di quelli che rielabora quando meno se l’aspetta ed è capitato quindi che mi tornasse in mente anche la storia interrotta di Angelo da Bari con cui divisi il divano una notte di Natale del ’92. Non so perché, però quel ricordo rimasto a metà, riemergeva per annegare di nuovo poco dopo.

Ma una sera di queste, guardando la televisione come rare volte mi capita, passavano lentamente le interviste ad alcuni protagonisti di quel 1993 a Palermo. Erano volti segnati dal giallo di quei giorni, fino a quando in uno di loro notai, nonostante fosse invecchiato ed ingrassato, una familiarità che mi faceva tornare alla memoria proprio a quell’Angelo marito scampato.

Fu allora che capii dov’era finito, dov’erano finite le domande senza risposte, dov’era s’era inabissato quel pensiero. Lo avevo capito allora e mi fu tutto chiaro venticinque anni dopo. Tutti quei misteri, quello sparire, quell’atteggiamento marziale, erano finalmente palesi i motivi di quei decenni di silenzio.

Angelo era uno di loro, uno di quei signori armati di mitra che ci fecero festeggiare la fine di una guerra di ricotta e vergogna, non un semplice mangiatore a sbafo del periodo di Natale.

Ad Angelo allora voglio dire adesso grazie, grazie per averci dato un 1993 da ricordare, grazie nonostante tu sia sparito come quei carciofi in pastella che mia madre è solita preparare la sera del cenone.

Grazie.

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Pietro Grasso - Liberi e Uguali

Diario S5 G39. La fine di Liberi e Uguali (seconda e ultima parte)

quando il segnale arriverà
tutti i muri abbatterà
ci puoi contare lo farà
quel segnale adesso è qua
ci riconnetterà (Mina –
Il Segnale)

Seconda parte… Continua da S5 G20.

Ormai lo avete capito, nell’Italia post berlusconi, ma anche prima dai, tutto funziona e funzionava così. Due/tre decidono e gli altri sostengono.

Quale logo, quale scritta? Mettiamo l’asterisco alla fine di tutti i sostantivi o meglio un hashtag e due asterischi? Le discussioni “segrete” di Liberi e Uguali erano tutte più o meno su questo argomento. Poi un giorno si sarebbe anche parlato di programmi (tanto uno che porta dei contenuti si trova sempre).

Liberi e Uguali è il primo partito che si ricordi infatti, ad aver presentato il suo logo in prima serata tv, saltando i principali passaggi a cui ogni immagine coordinata di una qualsiasi aggregazione venga sottoposta, come ad esempio farla vedere agli amici, farla conoscere alla stampa, discuterne con i propri sostenitori e persino metterla ai voti! 

Ma qui no, per loro non era necessario, seppur sia stato previsto dagli annunci. 

Il nome del partito, unico aspetto arrivato in anticipo sul tavolo dell’assemblea a cui eravamo stati convocati per votarlo, è stato scelto insindacabilmente, “ovviamente, dai leader dei 3 partiti, Fratoianni, Speranza e Civati più Pietro Grasso con Laura Boldrini.

Nessun’altro infatti ne sapeva niente di nulla fino alla pubblica presentazione, anche se, giusto per completezza di informazione, è giusto sapere che lo abbiamo votato e approvato a scatola chiusa in quell’assemblea a cui non riuscimmo, almeno non tutti, a partecipare.

Ancor più divertente la diatriba sul sostantivo “Uguali” al maschile plurale, sul quale si è scatenato un dibattito di settimane, conclusosi poi, con metodo da Cassazione (cioè non è cambiato nulla), quando appunto per la prima volta fu visto in Tv (come i gadget che compri sui canali privati) e si è potuto “finalmente” dire qualcosa di concreto.

La cosa esilarante è stata però che secondo molti non rappresentava le donne, per altri non diceva niente sull’ambiente, per altri ancora non parlava di animali, per altri andava graficamente rappresentato con un asterisco, altri ci volevano un cancelletto da qualche parte e per il grafico, che alla fine della fiera lo ha dovuto disegnare, è stato reso femminile, animalista e ambientalista grazie ad una “E” grande con tre “foglioline” che racchiudevano i tre elementi di principale discussioni rimasti escluse dal nome (ovviamente mai nessuno ha dato parola pubblicamente al grafico per sapere cosa ne pensasse e quale fosse la sua idea n.d.r).

Pietro Grasso - Liberi e UgualiLe foglioline l’ambiente, gli animali, perché ricordavano sì le foglie, ma anche le code dei cani ed infine la dimensione della “E” che diceva chiaramente che la congiunzione fosse al femminile, quindi le donne.

Insomma un pasticcio, ma anche le solite discussioni inutili che piacciono a noi di sinistra, per di più in pubblico, il primo comunque di una lunghissima serie di errori di strategia, comunicazione e politica. 

La cosa che comunque mi faceva ridere di più era che ci si accaniva sul messaggio del logo, mentre nessuno diceva una parola sul fatto che lo avevamo votato senza averlo neppure visto. Incredibile. 

 

Intestazione del Modulo di presentazione propria candidatura

Poi ci sono le liste. Ogni cittadino dunque, potenzialmente entro il 12 Gennaio 2018, poteva partecipare alla formazione delle liste proponendo la propria candidatura.

Bello e democratico. Forse.

Nell’attesa infatti che si sciolgano centinaia di nodi fatti di nomi ed esperienze che non riusciranno mai a mettersi d’accordo, in attesa che i partiti dissipino i propri dubbi e le proprie perplessità, in attesa soprattutto che prevarichino sulla democrazia, in tutta Italia vengono intanto convocate delle assemblee provinciali dove dovranno essere votate ed approvate le liste, entro il 10 gennaio 2018, cioè 2 giorni prima dell’ultimo giorno, da regolamento pubblico, in cui ognuno poteva ancora avanzare la propria auto candidatura.

Liberi e Uguali dove si chiedono le disponibilità delle candidature entro il 10 di Gennaio

Cioè in pratica prima ancora che si chiudesse la possibilità di auto candidarsi, le assemblee dovevano obbligatoriamente svolgersi e dunque definire le persone che poi avrebbero composto le definitive liste nei collegi.

Un caos, nessuno si accorgerà della discrepanza o andava bene così? Oppure c’era un regolamento ignoto ai papabili candidati?

Boh. Non lo si saprà mai, nessuno solleverà il caso e nessun giornalista si occuperà mai della cosa. E manco a me non è che me ne fotta più di tanto.

Figuriamoci poi, chi altro nei partiti coinvolti, o peggio ancora la società civile si metterà mai a visionare la cosa.

Ah sì prima che me ne dimentico. Sappiate che “la società civile” è diventata il nuovo messia della sinistra italiana. Un messia di cui si conoscono i pregi e si nascondono i difetti.

Alla società civile, come se si sottintendesse che quella assente fosse una società incivile distinguibile con altrettanta semplicità è affidato il rilancio di qualsiasi cosa, persino dei partiti, come se per statuto essi stessi non fossero già composti dalla società. Eppure ribadire il “civismo” fa contorcere i miei compagni come il ricevere un pompino sotto alla scrivania, mentre gli altri ti osservano.

Figuriamo ripetere come un mantra “ripartiamo dalla società civile, ripartiamo dal basso”, all’interno di una delle inutile assemblee che si svolgono lungo la composizione di una lista.

Tra un pompino immaginario e l’altro comunque, Liberi e Uguali avrà le sue liste, che non sono altro che la stessa cosa che sarebbe uscita con meno fatica e meno incazzati se ognuno dei segretari si fosse messo in una stanza con i suoi compagni di partito ed avesse nominato i propri candidati senza fingere una democrazia elettiva interna che non esiste e, convincetevene definitivamente, non esiste né a sinistra né da nessuna altra parte.

I partiti sono gerarchici, personalistici e nella migliore delle occasioni contengono delle correnti. Si decide così, si decideva così e si continuerà a decidere così.

All’interno delle liste dunque, nessun nome di grido, nessun nome di richiamo, nessun cazzo di niente. Anzi sì, un’inculata per Giuseppe Civati, che dei quattro segretari appare il più debole e quello con la base più sconclusionata.

Lo si vedrà alla fine della fiera. Civati resterà persino fuori dal parlamento, mentre gli altri, seppur all’ultimo respiro, saranno tutti dentro.

Finirà così l’esperienza di Liberi e Uguali. Un mese dopo le elezioni infatti ne era già rimasto ben poco, con l’uscita immediata di Possibile e di praticamente tutta la società civile. Oggi, seppur possa sembrare incredibile, il “partito” è attivo ed ha un gruppo parlamentare (Marzo/19) e qualcuno continua anche a presentare il simbolo in coalizione col Partito Democratico (elezioni sarde Febbraio/19). Già anche questo è successo.

La grande coalizione che doveva “spezzare le reni” al partito democratico, alla fine ha cominciato a farci le liste congiunte e le alleanze, come ovviamente si era già ampiamente capito in fase costituente. 

In poche parole il “partito democratico bis”, come lo chiamavano alcuni di noi neanche troppo segretamente, è tornato nel “partito democratico one” e presto, probabilmente, avrà i suoi candidati col simbolo del Pd alle prossime elezioni Europee del maggio del duemiladiciannove.

E questo è.

In passato avevo raccontato di aver avuto un passato legato ai democratici, mio padre poi era socialista e mio nonno comunista. Io comunque decisi di essere grassiano, non per via dell’aspetto, sia chiaro, ma per affinità. Siamo entrambi di Palermo, ci piace un mondo senza mafia, siamo amici di Civati e tutti e due vorremmo fare il Presidente del Consiglio e per entrambi resterà un sogno.

Nota a margine: Ho lasciato decantare questa seconda parte su Liberi e Uguali per offrirvi un quadro definitivo e meno probabilistico di ciò che sarebbe successo a questo movimento nato da una anzi più’ costole del Pd. Il post era già scritto quasi un anno fa, l’ho tenuto in cassetto fino a questo momento per un mio piacere personale. Ho aggiunto solo le ultime righe con le date, per il resto era ed è ciò che avevo scritto nella stessa data del post n.20 e cioè il 12 maggio del 2018.

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i giorni dell'auchan

Diario. S5 G38. I giorni dell’Auchan


Quando io passavo
da via Resuttana
vedevo tua sorella
che sbucciava una banana
La teneva stretta in mano
a ‘mmia mi parse un poco strano
e notavo sempre più
che ci rava muzzecun… (Alamia e Sperandeo – Una storia osè)

i giorni dell'auchan

Quella degli anni ’90 è un’ immagine di Palermo che difficilmente cancellerò dalla memoria; la città cominciò a mutare nell’aspetto e persino nelle abitudini. Meno nell’animo.  

E non saranno le bombe delle stragi, i mondiali, gli Schillaci e neppure Alamia e Sperandeo, no, non per le ragioni che tutti conoscete, Palermo degli anni novanta la troverò nella memoria per le grandi sudate di cui erano capaci le persone.   

Le ho tutte in testa quelle facce grondanti di sudore, impegnate a combattere la propria battaglia per l’acquisto di un lettore vhs dal marchio ignoto. Intente a scavare, rovistare e buttare per aria vestiti, affannata tra gli scaffali, pronte a litigare ad ogni respiro espulso male in coda alle casse di un supermercato.  

Insomma a Palermo, dopo le temibile guerra del golfo, era arrivata l’era della convenienza, i giorni dell’Auchan, il primo centro commerciale di grandi dimensioni che si insediò nell’area commerciale e di vendita che prima fu di “Città Mercato”.  

Odio “Auchan” e prima ancora odiavo “Città mercato”. Ma ancor di più odiavo quel punto preciso nella cartina della città ed i suoi negozi.  

I centri commerciali di via Ugo la Malfa rappresentavano e lo sono purtroppo ancora, la cristallizzazione dello stato di povertà culturale di Palermo. Non parlo di denaro, quello, non si sa come, i miei concittadini lo trovano sempre, insieme al degrado.  

I centri commerciali ti trascinano di getto nella sala d’attesa di un pronto soccorso ad agosto. Piena, fetida, l’aria satura di quel sentore di pesce che causa conati di vomito. Tutta l’area puzza di pesce marcio, persino il parcheggio puzza di marcio. Le persone marciscono senza rendersene conto, mischiandosi in un fetore da discarica.  

Venduto a centomila lire, duecento in meno, rispetto ai concorrenti di mercato, Max Living e Migliore, il videoregistratore vhs Amstrad, era divenuto il sogno di ogni palermitano che si “rispetti”.  

Uomini in particolare. Passavano le giornate dispersi, alienati, confusi, tra le bancarelle dei nigeriani a Mondello o per le vie di ballarò nell’intento d’acquistare, laddove non c’erano figli pratici nell’arte della clonazione, film ripresi da una telecamera nascosta nei cinema.  

Poi, la sera, sarebbero stati riprodotti tra le mura della propria camera da letto rococò, di quelle col tv “Mivar” di ultima generazione, con due prese “scart”, appoggiato nel “comò”, sopra il centrino “ra nannò” e regolato sempre rigorosamente al massimo del volume possibile.  

I palermitani necessitavano di film con la stessa tensione emotiva dei giorni della prima guerra del golfo, ne avevano bisogno, come quel cibo a lunga conservazione che riposava nei grandi sgabuzzini di casa. Anch’io perciò mi arruolai per quella guerra del bisogno da soddisfare. Senza però mai strafare nel combattere.  

Quello spazio di non so quanti “milametriquadri” mi lasciava una sensazione di disagio che ancora oggi non riesco a superare. Ricordo ancora quella cappa oleosa che rendeva l’aria irrespirabile, e poi l’odore, anzi, il tanfo. Al sol pensiero mi tornano in bocca suscitandomi emozioni non troppo dissimili dalla nausea.  

Non era chiaramente colpa dell’azienda francese, anzi, devo riconoscergli d’aver portato la concorrenza in città, ed un primo abbozzo di globalizzazione, ma in breve tempo, via Ugo la Malfa, s’era trasformata inspiegabilmente in una sorta di “banelieu” francese a Palermo, di cui, ancora oggi, possiamo riscontrarne traccia, seppur ormai divenuta una nuova colonia della Cina.  

“Auchan” e i suoi dintorni in poco tempo diventarono una piazza di terrore e confine, dove si allenavano criminali e pseudo tali, mostrando un concentrato di violenza e squallore di una città che stava aprendo le periferie alla grande distribuzione e alla bruttezza.

Un luogo che riusciva ad attrarre tutti i “tasci” della provincia (intesa Palermo e provincia) che svuotavano le proprie riserve di denaro in acquisti di indubbia convenienza e lo trasformavano allo stesso tempo nel più grande luna park per i criminali in erba.  

“Auchan” infatti era divenuto il punto di incontro di tutti i disadattati che andavano lì per vari motivi; da rubare, sperando di non essere beccati a conquistatori infaticabili. Una piazza per abbordare, rubare e fuori anche spacciare. Un camping del disagio; potevi realizzare qualsiasi sogno da emarginato. Vivere come in una puntata della serie tv “Shameless” senza muoverti dalla città.  

Nel mio quartiere, nelle scuole, i compagni più smaliziati tenevano dei veri e propri corsi di taccheggio. Ci illustravano le varie tecniche e contromisure per rubare in sicurezza. Ma c’erano anche signore che a guardarle non lo dires… vabbè niente. Si capiva perfettamente cosa ci andassero a fare da quelle parti.  

Tra queste ricordo bene la tecnica dei “semi onesti”, con lo scambio etichette di prodotti cari con il prezzo di altri meno costosi e benissimo quella “a grappolo” che consisteva nell’arrivare in gruppo, creare confusione in un determinato punto del negozio fino a quando uno del gruppo fuggiva lentamente e indisturbato col malloppo mentre il resto distraeva la sicurezza.  

Quella che preferivo ammirare però era quella dei “manciatari”; in genere famiglie con figli, che aprivano confezioni di patatine, merendine, cioccolata, li consumavano durante il vagare per i corridoi e poi uscivano senza acquistare nulla.  

E poi i “pleibboi”. I migliori “pleibboi” di tutta la provincia e del capoluogo vivevano da Auchan.  Li riconoscevi subito; si muovevano in branco, stupiti, come un italiano del dopoguerra arrivato in città alla sua prima serata al “tabarin“.  

Brutti, gellati, col mocassino che sui lastricati di marmo schioccava il passo, con le movenze alla Tony Manero, un po’ piegati sul dorso, con il sorriso aperto, sottobraccio ad altri come loro. Li vedevi impegnati ad osservare quelle poche donne borghesi che si avventuravano impavide tra gli scaffali. Quegli abiti, il fascino, l’eleganza della città (via libertà), li attirava come un orso col barattolo del miele. Pronti a lanciarsi nelle conquiste con un “risucchio” o con un “ciè giò, ciè sango, comu stai?”  

E poi c’era il parcheggio, luogo di furti e rapine con destrezza. Dov’era pericoloso sia parcheggiare che mostrare una borsa con disinvoltura. Per non parlare del pericolo nel chiedere a qualcuno se stesse uscendo dallo stallo! Minchia, il pretesto perfetto per una lite, un’offesa da lavare col sangue.  

Senza dimenticare i tossici, che a Berlino vivevano gli Zoo mentre da noi il centro commerciale. Stavano sempre a gironzolare chiedendo denaro, eri privo di inserire la moneta in un carrello che subito ti si fiondavano addosso. Gli onesti di loro invece campavano sfasciando i finestrini degli altri, poi, tutti insieme, si appartavano vicino la ferrovia per consumare le dosi che acquistavano con il ricavato dei con i piccoli furti che realizzavano all’interno ed all’esterno del centro commerciale.  

Infine, tra i più fastidiosi, i raccoglitori di soldi per associazioni sconosciute, che raccattavano somme di denaro con destinazione ignota.  

Si avvicinavano con uno stile inequivocabile; quello dell’offerta per il santo patrono del quartiere.

Ti venivano incontro fieri dei propri denti spizzicati e mostrati in bella vista a bocca larga, strofinavano il palmo della mano sul naso ne facevano finire la corsa sui capelli gellati e senza alcun pudore ti allungavano la stessa per fermarti e offrendotela come saluto. Con pochi giri di parole erano già avanti a darti la possibilità di aiutarli con una piccola offerta. Ti affrontavano con richieste che andavano dal sostegno per i detenuti, fino ai bambini di un’Africa che non avrebbe mai superato la città, ma che era la città.  

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Diario. S5 G37. Quel carnevale un po’ così, che siamo noi, che abbiamo visto i minions

Che stiamo in fondo alla campagna
E abbiamo il sole in piazza rare volte
E il resto è pioggia che ci bagna
Genova, dicevo, e un’idea come un’altra

(Paolo Conte – Genova per noi)

Quest’anno carnevale significa “minions”. Non ho chiaro il perché, ma ovunque io sia passato e persino dove abito, i “minions” alla amatriciana stanno là a guardarti come ti guarderebbe un ragazzetto stordito, scoperto ad ammirare la sua prima erezione.

E sono pure tanti! Come nel cartone animato che li ispira. Ci sono paesi con 42 giovani e 33 sono travestiti da “minions”. La stoffa gialla venduta come oro. Nessun parente offeso. Certo ti voglio nel momento premio migliore maschera. Sarà complicato decidere a chi assegnare il caciocavallo quest’anno! Ad ogni modo comunque, non vorrei stare in una giuria di questo tipo manco se mi pagassero i due soliti “capretti”.

Certo, non sapere che fare della propria vita deve essere proprio brutto se superati i quarantanni non c’hai altro che pensare che vestirti da “minions”.

Persino un mio collega, che quest’anno va in pensione, è stato felice di raccontarmi che la sua “ape cross” è stata usata per fare il carro porta “minions” alla sfilata del suo paese. Ne era felice, orgoglioso, anche perché a lui è spettato anche il ruolo di “cazzuttissimo sé”

Me lo vedo a bordo della sua “ape cross” tinta di giallo, sfoggiando quei tricipiti da sessantenne, fiero di guidare lo stesso mezzo che da noi guidano i panellari con altrettanta fierezza e qualche sputo sull’olio. 

Vallo a spiegare ai disoccupati del futuro che la famosa riforma “quota 100”, al centro di uno scontro tra quattro forze politiche, nata dalla scissione di tre partiti, una quasi messa in stato d’accusa di un Presidente della Repubblica e l’inciucio tra due partiti che in teoria non si dovrebbero rivolgere il saluto, sia servita a far vivere la pensione, in anticipo e serena, a lavoratori che si prestano al ruolo dei “cazzutissimi sé”.

Ma questo è il momento che viviamo!

E a proposito di dove vivo poi, dovevate vedere com’erano super fieri di aver riportato la sfilata dei carri dopo tanti anni di inattività. C’erano pure articoli sui quotidiani regionali!

Fieri in pratica di avermi potuto rompere i coglioni la domenica pomeriggio, dopo anni di silenzio, con della musica di merda come “la bomba”, “il meneito” e persino la versione remix di pinocchio!!!

Brani che mia nipote di un anno si rifiuterebbe di ballare, ma che trasformano dei sessantenni in una scolaresca alla prima gita “dell’Auser” alla fabbrica di cannoli di Piana degli Albanesi. Felici di aver ripreso una tradizione da un decennio interrotta, proprio adesso che in questo paese ci abito io, che l’avevo scelto proprio per questo!

Che culo.

E come si saranno sentiti quei “minions” sudati, che per quasi due ore, come dei veri “minions” soldati, sono rimasti trincerati dietro a quei tre carri trainati da trattori, uno di pinocchio, uno di “xfactor” ed uno, manco a dirlo, dei “minions”.

Bloccati sì, come un lunedì in tangenziale, perché qualche altro concittadino s’era dimenticato di rimuovere la propria auto dal corso, lasciandoli tutti fermi incastrati nel traffico, intenti a ballare il “giocagiué” sull’asfalto rovente, proprio a dieci metri da casa mia. Due ore passate tentando di isolare isolare la mia mente e la mia domenica, dai loro clacson e dalla loro musica da estate riminese del ’93!

Fino a quando poi, all’ennesimo strombazzare dei clacson, impaziente, sono persino uscito con le mie ciabatte da mare ed i calzini di spugna rinforzati su punta e tallone, prima pensando di insultarli e lanciargli una tappina e poi intento ad ammirare insensibile, vivere quella scena patetica che finalmente lasciava i pressi della mia abitazione per fermarsi un’altra ora poco più avanti. 

l’audio originale (ascoltalo)

Lontani e visibili ancora, i “rimasti”, erano meno dei votanti di un candidato Sindaco sulla piattaforma “Rousseau”, ma impegnati lo stesso con l’onore delle armi, a lanciarsi “cotillon” come un qualsiasi dodicenne ad un veglione della sala dei sogni degli anni ’90.

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Il muro di una chat

Diario S5 G36. Il muro di una chat

I don’t need no arms around me
I don’t need no drugs to calm me
I have seen the writings on the wall 
Don’t think I need anything at all
All in all it was all just bricks in the wall
All in all you were all just bricks in the wall (Pink Floyd –  Another brick in the wall)

Quante volte avete partecipato a conversazioni tristi, così tristi che persino le vostre “emoticons” v’hanno chiesto un momento di ferie? Ecco, tante. Lo sapevo e lo so bene per ciò che mi riguarda.

Il muro di una chat

Tante volte cerchiamo nel nostro interlocutore uno spazio di comprensione che va anche al di là delle capacità di essere un umano.

Quanto può essere comprensivo infatti, un soggetto dall’altra parte del mondo, che sta pensando ai cazzi suoi e che nel migliore dei casi sta realmente leggendo tutto ciò che state scrivendo.

Appunto, veramente poco.

Probabilmente starete pensando: oh mamma! Che contatti di merda che c’ha William Galt!

Eppure, eppure, anche a voi sicuramente sarà capitato di rispondere alle conversazioni di qualcuno “AHAHAHAH” o “WOW”, peggio ancora, “GRANDE!”, mentre siete concentrati a pensare ai cacchi vostri. “Minchia devo cagare!” , “Oh no, devo lavorare!”. Tutte riflessioni profonde, per carità.

Ragionamenti che facciamo in sovrappensiero, indistintamente, mentre intratteniamo una conversazione sul nostro what’s app ed il nostro interlocutore tenta di sedurci, conoscerci o chissà che.

Ecco. Parlavo di cose così. Non credo e sappiamo bene, che tante delle nostre conversazioni sui social non esprimono il nostro reale pensiero. “Minchia devo cagare” è qualcosa che teniamo per noi o al massimo per qualcuno realmente vicino a noi. Non ci sarà mai, o quasi, una discussione in cui interverrete interrompendo la falsa ritualità da inutile attenzione, stroncandola con un intervento poco virtuale.

Come finirebbero le battute poco divertenti dei vostri amico o peggio ancora, gli “affairs sentimentali”, chiosando che di ciò che parlate, non ve ne importa un fico secco.
Pensateci per un solo momento.

E’ la nuova libertà, lo sappiamo e la evitiamo.
Tutti infatti, ci ostiniamo a voler trasmettere pensieri ed emozioni attraverso questo mezzo infernale. Le “chat” che è vero, ci permettono una leggerezza comunicativa difficilmente ottenibile con una relazione “face to face” e che però, sempre di più, contribuiscono ad una spersonalizzazione dei sentimenti e della concretezza. qualsiasi essa sia. Sono un muro. Di tristezza e spesso slealtà.

Le mie, chiaramente, su quanto dico non sono certezze, non la voce di tutti. Però tante volte mi è capitato di buttare l’occhio sulle persone che mi circondano. Le vedo chattare, e succede che leggo qualche conversazione che intrattengono. I loro volti, quasi mai, corrispondono al pensiero che stanno esprimendo. Sono seri, incupiti e però, leggendo ciò che scrivono, esprimono sorrisi, risate e a volte, amore. 

Proprio come capita a me al di là del muro. Questo mi fa sentire meno solo, seppur, ad onor del vero, “infelice” nonostante stia trovando quella libertà che dicevo.

Quella che fatico a trovare difatti, con la dovuta cautela alle parole, è “la sicurezza” che le mie conversazioni virtuali, poche, con gente fuori dalla cerchia con cui parlo “veramente”, non siano come quelle che conosco; scrivo a loro e penso tra me e me (distraendomi allo stesso tempo): “mi sta leggendo, ride e pensa che deve cagare. Ne sono certo”.

Sicurezza è una parola grande, lo so, ma se le persone a cui tengo di più, frutto già di una selezione, si comportassero come quelle che vedo?E se fingessero anche loro quell’interesse voluttario?

Pensatelo anche voi per un momento. Realizzate il fatto che potrebbe capitarvi di intrattenere una conversazione amorosa, tecnicamente corrisposta, mentre l’altra, scocciata, ingrugnita ripassa le foto di un altro, scrive ad un altro e sorride, sul serio, ad un altro. 

Che tranvata, eh!

E se in quel momento, nell’istante in cui, lui o lei parlano con voi, foste li, ad osservarli in questo atteggiamento ambiguo?Cosa provereste?

Altro che palo in fronte!

Ecco perché ci serve libertà dalle chat. Il superamento di quel muro. Ecco perché dobbiamo riappropriarci di uno spazio di verità sostanziale. Le chat sono utili e lo sappiamo; ci tengono informati e lo fanno velocemente. Vero. Siamo sicuri però che le stiamo affrontando nel modo giusto?

Siamo realmente sicuri che non gli affidiamo dei comportamenti che un giorno dovranno affrontare la verità?

Domande o meno, osservatela anche voi l’altra gente che digita e, se potete, con estrema discrezione, buttate l’occhio su cosa scrivono e su cosa esprimono col volto.

Pensateci ancora. Riflettete sul vostro comportamento in chat, al modo in cui vi relazionate con amici e presunti tali. Immaginate di esprimere quei volti durante una conversazione divertente, d’amore o di qualsiasi altro tenore. E di essere dall’altra parte del muro.

Stiamo destrutturando la corrispondenza tra sentimento e scrittura, tra emozioni e realtà. Ripensate dunque a quanto ciò che inviate se sia corrispondente al vostro reale stato emotivo. Quando lo farete, limerete la vostra lista dei “contatti” in men che non si dica. Vi sentirete liberi. 

Liberi di essere. Liberi di vivere senza un muro che oggi amiamo soltanto perché ci siamo abituati a vederlo.

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operativo di sicilia

Diario S5 G35. Operativo di Sicilia

Operativo s-s 
se ven llegar los soldados 
a la sierra sinaloense 
llegan comandos armados 
se ven llegar los gusanos 
que llegan de todos lados. 

( Banda Astilleros – Letras de Operativo S-s )

In Sicilia, in una esclusiva tutta regionale, esistono gli “operativi”, uomini, ma anche donne, che nel tempo hanno costruito su di sé la fotografia della deficienza e che però, magnificano la propria esistenza nella prontezza di riflessi verso l’azione, spesso lavorativa, al grido di “operativo/a”. 

Un lessico derivato da quella tv anni ’80, a simboleggiare la propria disponibilità al sacrificio quasi come se fossero degli americani in Vietnam.

Accanto ad “operativo”, ci aggiungono anche un verbo, ovviamente alla fine, “sono”, in modo da non lasciare dubbi ad eventuali interlocutori extra regionali, sulla propria provenienza geografica. Anche perché gli “operativi” ormai sono ovunque. un prodotto d’esportazione e di eccellenza mediterranea. Com’è che non li vendono da Castroni ancora non mi è chiaro.

Ultimo, ma non ultimo il gesto marziale, “operativo sono” infatti, si pronuncia esponendo all’infuori il petto e, come appunto militari, irrigidendo le gambe nel tentativo di portarle in parallelo.Non fanno il movimento della mano in segno di saluto, solo perché coordinare un terzo elemento, non gli riuscirebbe facile.

Di “operativi” nella mia vita, ne ho incontrati davvero tanti; sia nel lavoro che ai tempi della scuola e, pensate, persino nell’amicizia. Un amico operativo infatti, si dichiara per sempre o almeno, fino a quando non gli chiederete un favore. A quel punto scoprirete che tutta quell’”operattività”, se ancora foste nel dubbio, non è altro che lo spot della propria irrilevanza.

Gli operativi intatti, sono variabili, giusto per centrare il filone della matematica, che vivono in una query, spostandoci sull’informatica che non porta ad alcun result. In sostanza, nonostante la propensione a lanciarsi, un “sierbunu” a niente.

E vi giuro che giungo a questa conclusione, perché ne ho incontrati davvero tanti specialmente dicevo, nel lavoro, dove in genere ricoprono funzioni apicali, sicuramente sempre più in alto di me, o decisive per lo sviluppo di una azienda. Ruoli che poi esercitano con le capacità del famoso peggior sistema operativo della storia: Windows Millennium.

E a tal proposito, vorrei stimolare i cosiddetti “millenials”che debbono sapere che vengono definiti tali, allo stesso modo di ciò che fece la Microsoft con il nome del suo sistema nato per essere il futuro dell’interfaccia informatica nel nuovo millennio e che fu, senza pareri discordanti, la più grande ciofeca che gli utenti dei personal computer del mondo abbiano, mai unitariamente uniti, incontrato. 

Lo disinstallammo senza rimpianti un mese dopo averlo provato e se ne persero le tracce poco dopo. Tranne li operativi. Loro continuarono a lavorare con “Windows Me”, fino alla fine del primo decennio degli anni duemila.

E non fu un caso. Neppure isolato.

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madonie

Diario S5 G34. Le Madonie, uno spazio con l’inerzia intorno

Terra che nun vò durmì
e nun vò cagnare,
terra addò abbruciano ‘e parole,
viento che nun e po’ stutà.
Voglia ‘e turnà
dint’e vicoli e sta città,
guarda e ride e te vò tuccà,
nun se ferma mai,
voglia ‘e verè (Teresa De Sio – Voglia ‘e turnà)

madonie

Ci sono luoghi che già guardandoli dal cielo ti fanno capire quanto sono “piatti”. Ombre, che dai satelliti si notano appena, accennati con dei rilievi, si fanno spazio tra le cime di montagne deserte.

Avvicinandosi appena, si illuminano con la luce del giorno. Ci sono case a tre piani, divise a stento dal vento, tutto a torno si diramano grigi asfalti, moderni e pieni di fossi.

Le chiamano strade, ma se ci passate con un mezzo a due ruote, rischiate un bel botto che il cervello vi chiederà perché?

I paesi delle Madonie più o meno sono così, case su case di gran lunga il doppio se non il triplo della cubatura di cui necessitano gli abitanti, decimati dalla mancanza di lavoro e dall’impossibilità di vivere luoghi che non offrono nulla.

Sono luoghi dove pietre, cemento e mattoni, risposano in un equilibrio che le rende immutabili al tempo e alla storia. Almeno, quasi sempre immutabili.

Case che si vivono a stento e che però, non limitarono gli speculatori di un tempo, che, pur avendone tante, ne costruirono altrettante, edificando  palazzi quadrati, di ferro e cemento che non servivano a nessuno.

Fotografano così una realtà inequivocabile: l’unica immobile, è la volontà della persone. La propensione di contribuire alla rinascita del proprio spazio, della propria casa. E invece no. Lasciarono far cubi di calcestruzzo senza mai rifar le facciate a ciò che già c’era.

E vabbè, direte voi. E vabbè un cazzo.

Le Madonie sono la bella addormentata in attesa il principe salvatore e nel frattempo, nell’inerzia, dormono, scomparendo ogni giorno.

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Bradimino Franzetti

Diario S5 G33. Bradimino Franzetti

ay ay ay ay, non sono più solo,
tornato è l’amore che un giorno parti,
c’è il sole, cielito lindo

(Fabrizio De Andrè – Cielito Lindo)


Bradimino Franzetti

Bradimino Franzetti alias mio cugino, è il penultimo di una figliolata di parenti nati dall’amore tra una mia zia ed il sosia palermitano di Renato Carosone.

Bradimino Franzetti Carosone dunque, è uno dei tanti cugini di primo sangue che dicono io abbia, e non ho motivo di credere che non sia così, del quale però, non ho traccia e memoria.

Con lui c’è stato un momento in cui ne abbiamo passate tante, o meglio, ne ho passate tante, perché lui quasi sicuramente non ne sapeva nulla. Franzetti infatti era il classico cugino del “ti mando a mio cugino” solo che a sua volta quasi sicuramente avrebbe mandato un suo cugino che poi era pure mio parente, ma io non c’avevo confidenza e dunque lo mandava lui.

Ai tempi di Bradimino vivevo un momento di gloria; c’avevo un amico vero, ch’era pure parente, come nei racconti dei miei compagni, e, badate bene, anche quello pieno di figa! Nei suoi racconti c’erano femmine ovunque.

Assatanate e vogliose le donne cadevano ai suoi piedi e un giorno, vista l’amicizia e pure la parentela un giorno sarebbe stata pure la mia fortuna. Per successione. Parola sua.

Perché Bradimino era un tipo generoso, soprattutto con le parole. Un chiacchierone di proporzioni galattiche e quando facevo notare questi suoi eccessi, teneva a smentirmi con solerzia.

Ed ecco quindi che un giorno una tizia me la presentò davvero. Era pure molto carina, credo si chiamasse Claudia, e c’aveva due sorelle che ovviamente erano ai suoi piedi. Fu un lungo momento di passione, culminato con lo scambio del numero di telefono di casa, a cui però non mi rispose mai.

La rividi ad una festa di compleanno, di quelle in casa, con i parenti adulti rinchiusi in cucina, mentre gli altri bevono sangrie allungate e si spaccano i timpani grazie al cugino di uno che fa il DJ.

Io che non ho mai amato questo genere di divertimento, passai la festa sospirando ed inseguendo Claudia tra i corridoi, immaginando un appartamento con lei mentre percorrevo l’appartamento di lui. Finì quando la vidi nell’appartamento con un altro.

Ai tempi non c’era internet, non c’era facebook, non c’era instagram e una donna che avevi visto una volta o due, restava l’ultima, senza alcuna possibilità di rivederla. Specialmente per quelli come me, che a 16 anni oltre ad essere timidi, erano anche “piedi-muniti”.

Claudia restò per un lungo tempo un sogno irrimediabile e forse per questo il rapporto tra me e Franzetti si interruppe pochi mesi dopo.

Dentro di me pensavo: dai però Bradimino non è più bello, simpatico e carismatico di me! Sono pure 20 centimetri più alto!

Bassino, naso aquilino, orecchie aquiline, capello aquilino, Franzetti si può definire senza dubbio, un palermitano che porta l’aquila, simbolo della città, più che nel sangue, sul volto. E’ proprio il manifesto del palazzo di città.

Mio cugino infatti non era poi questo gran bel ragazzo, anzi pareva un narcos sfuggito a qualche faida tra i cartelli e rifugiatosi in quel di Monreale. Eppure abbordava. Certo, erano tasce, però le abbordava.

A renderlo ancor di più un personaggio poi c’era la sua mise, quasi sempre a scacchi nella camicia, velluto al pantalone e mocassino lucido bianco e nero con calzino bianco sempre in evidenza, a renderlo un perfetto conquistador di città.

Insomma, se si fosse accompagnato ad una banda di mariachi, avrei avuto difficoltà a riconoscerlo.

Però piaceva. Piaceva tanto. Soprattutto alle diciottenni, quelle che a cui speravo d’arrivare io. E poi come un mantra: “Cucì, usciamo? Un ti preoccupare, ‘u pilu u mettu io!”

“Amunì.”

Mio cugino era così, la fava, più che portarla la coltivava e poi la spacciava. Come ogni buon messicano di Monreale che si rispetti. Ed io, in qualche modo, la volevo semenzare, senza però ottenere mai alcun successo.

Hasta la fava siempre!

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2x1000

Dario S5 g32. Ci mancava il 2 per mille

che voglia di cambiare che c’è in me
si sente il bisogno di una propria evoluzione
sganciata dalle regole comuni
da questa falsa personalità (Franco Battiato – Segnali di vita)

Uno dei modi di dire più conosciuti e che ho però sempre riscontrato è, senza alcun dubbio: “il diavolo alliscia, quando vuole l’anima”.

E quando le persone vogliono qualcosa da te diventano affabili, presenti, amichevoli, disponibili e, cosa più importante, reperibili. Ci sono sempre. Anche quando non vorresti proprio vederli.

Questi sono i giorni in cui l’anima degli aventi reddito è preziosissima. Da più parti infatti, sentiamo chiederci, a volte senza neanche garbo, una “cortesia”, “un contributo”: il “2×1000”.

Con il 2 per mille dell’Irpef i contribuenti italiani infatti, possono, “volontariamente”, devolvere denaro a realtà “non profit” impegnate a diverso titolo nella valorizzazione e nella promozione della cultura (non è alternativa al 5 per mille, ma va ad aggiungersi al 5 per mille).

Ecco, ammesso dunque che abbiate un lavoro, quindi un reddito, sappiate di essere entrati nel mirino dei questuanti della “cultura”.

Quello che però non comprendo è come sia stato possibile l’ingresso nell’elenco dei beneficiari di partiti ed organizzazioni politiche. Ma vabbè, in Italia tutto si può. D’altronde a lavoro i miei grandi capi m’hanno sempre spiegato che le regole per fare le cose in Italia sono sempre due: uno statuto abbondante e le carte sempre a posto.

Per il resto puoi dormire sonni tranquilli.

La dichiarazione dei redditi dunque s’è trasformata nell’elemosina del nuovo millennio, divisa per mille e richiesta da cento.

E se prima dovevamo “difenderci” e scansare luoghi invasi da venditori di rose, lavavetri, posteggiatori, familiari dei carcerati, organizzatori di feste di quartiere, nipotini “ca vonnu ‘u gelatino”, interpreti di sogni, lettori di mani, massaggiatori, teatranti dal basso, cestini per scambiarsi segni di pace, gattari e canari e gli “amunì fammi campare”, oggi ci toccano pure loro, i politicizzati.

Che sono pure i più fastidiosi.

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