Risonanze nere senza ipocrisia
Andare un po’ più su
Vieni, vieni con me
E vieni, vieni con me
Alelai alelai alelai
Vieni appresso a me (Tullio De Piscopo – Andamento Lento)

aggiungi-un-post-a-tavolaOk
Calma, calma, calma.

Facciamo una sera a cena fuori, magari il 16 agosto, un post festivo, che poi viene pure di martedì. Andiamo in un paese della provincia di Palermo, che stiamo tranquilli.

Eh. Certo.
Prenoti, non si sa mai, magari restare senza tavolo e aspettare le ore fuori.

Arrivi e ti ritrovi assegnato al tavolo che sta proprio vicino ad un “congresso” aperto a minori di anni 10 accompagnati dai genitori.

Chiaramente taci e ti accomodi.
Che ci puoi fare? Che ci possono fare?

I bimbi ti squadrano dal primo momento con fare curioso, sdegnato è il volto degli altri. Sei uno straniero in terra loro.
Evita cenni. Sei di passaggio per una pizza.

“Plin plin plin, plin plin plan” una musichetta mina il tuo cervello. E’ il gioco dei pesci, che non vedevo sulla tavola di un ristorante da almeno vent’anni. Una coppia di piccoli terroristi alle tue spalle da oltre venti minuti tenta di prendere i pesciolini magnetici.

Noncuranti del nulla, urlano di gioia ad ogni fortunato aggancio, ad ogni liscio, ad ogni cambio di umore. I genitori li ignorano; parlano di calcio, sparlano parenti, mentre tu tenti di scorgere uno sguardo e segnalare il disagio.

Niente. Ti ignorano.
Sei sempre lo straniero a casa loro.

Cominciano ad arrivare il loro antipasti e niente, stavolta urlano tutti.
Nemmeno i clacson della gente che tenta un parcheggio riesce a coprire il martellamento di quella canzoncina, lasciata intanto come sottofondo tra una patatina e una “cazzilla” congelata.

Gli altri non esistono. E’ la regola. Sei sempre uno straniero a casa loro.
Un merdosissimo 16 agosto a pochi gomiti dal mio.

Si fuma. Ma nessuno fuma, soltanto loro.
Genitori che ignorano i figli. Vuoi che se ne fottano di te?
Straniero che porti denaro nelle casse di un paese sperduto dell’entroterra!
Ma chi buole???

Comincio ad osservarli con tono di sfida. Ma niente. Non esisto. Gestiscono la cena con una mano soltanto, l’altra è impegnata perennemente con la sigaretta.

Accendino, sigaretta, posacenere, patatina, morso di pizza. Wurstel che rotola per terra, funghetto spiaccicato sotto al piatto, “boffa” nel cozzo del figlio maschio, “boffa” alla figlia femmina che si lamenta del fratello che le fotte le olivette dalla pizza.
Un rituale infernale. 

Hanno ordinato una decina di familiari per 6 persone e 6 bambini.

La tavolata è allegra.
La loro.
Avete presente quell’inquietante divertimento da documentario “real time” sui “Gipsy” rumeni d’america?
Ecco. Quello.

Risate grasse, donne grasse, uomini grassi, bambini grassi, insomma tutto unto intorno a quella tavola di denti che si sforzano di sorridere alle tristi ed antiquate battute che interrompono una cena tutta a bocca aperta.
“AH AH AH AH AH, mi fa muoriri Fulè!!”
“Fulè”, alias Fuleppo, Filippo, dev’essere quello che alla fine pagherà la cena. Non trovo altri motivi per cui si possa ridere ad una delle sue battute.

Ad un tratto le risate si interrompono. C’è agitazione. Fuleppo si zittisce. Tutti si zittiscono. Vedo la moglie mettersi in piedi, prende un bambino dalle gambe, lo solleva a testa in giù e si porta il sedere sul naso: “Sì cacone!!!!” esclama fiera.

Una puzza improvvisamente supera qualsiasi altro profumo in sala. Persino quello alle rose di Carini di Rosalia, la madre dei bimbi che giocano coi pesci, che da tutta la sera mi toglie il respiro.

“Pigghia i sarbiette!” urla Gennifer con la G, la puerpera del bimbo-tonno che ha appena digerito le cazzille congelate della settimana scorsa.
Non ci sono altre ragioni per cui quella cacca possa fare questa puzza infernale.

Intanto chiedo il conto.
Non ce la facevo sul serio più. Sono ormai in macchina.
Un tempo si diceva: a tavola è “trazzera”. Da stasera pure fasciatoio.

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