Diario S5 g22. Il dialetto a scuola

Diario S5 g22. Il dialetto a scuola

Noi ci siamo conosciuti tempo fa a baddarò
si sfilava portafogli sutta l’arco i cutò,
ma una sera di settembre
per fatal combinazion
n’arristaru a tutti rui
e ni purtaru a l’ucciardon
che erano belli le tempi passati, le tavolate le belle mangiate
quando le cristiane caminavano a piari ora invece in palermu
semu chini i carabinieri. (Alamia e Sperandeo – Noi ci siamo conosciuti)

Da settembre 2018, per volere della Regione Siciliana (qui un sondaggio proposto dal quotidiano ilsicilia.it), nelle scuole siciliane il nostro dialetto si studierà un’ora a settimana. Si da ampio risalto sui media e sui gruppi “sicilianisti” entusiasti.

A tal proposito vorrei esprimere un pensiero, che, come al solito, non ha alcuna pretesa.

Facendo soprattutto leva su un inciso: parliamo di lingua o di tradizione, folklore?

Il dubbio nasce dal termine dialetto, che fa si che confonda tutto e alla fine si camuffi la nostra lingua, con la diffusione di un prodotto derivato, il folk dei carretti e delle sue sonate.

Detto questo, se invece vogliamo discutere sul piano strettamente sociologico, sulla nostra tradizione, sul nostro modo di essere, ho le idee molto chiare.

Il dialetto e la sicilianità sono due espressioni della nostra cultura che non si possono mantenere vive con la scuola e peggio ancora con lo studio.

Nessuno mai, potrà insegnare il valore di un gesto attribuito ad una parola o la sua retorica contraddittoria.

La sicilianità si vive, si comprende e la sua “lingua” ne è conseguenza.

Non è possibile assaporare qualcosa che non si prova, qualcosa che non si respira, qualcosa che non si partecipa, qualcosa che non si capisce. “Non – si – può!”

Se state cercando di spacciare questo per un prodotto scolastico, ed è quello che in qualche modo respiro nelle discussioni, allora siete fuori strada.

Tramandarne la tradizione è un compito che spetta alle famiglie. Se la smettessimo di ghettizzare, stereotipare e fingere di essere qualcosa che non siamo, forse, questa cultura non farebbe fatica a sopravvivere.

Il dialetto siciliano ha un valore solo insieme alla sicilianità. Non ci sentiamo mica inglesi per il solo fatto di saperne tradurre la lingua!

Siamo espressioni, volti e facce; non solo parole il cui significato resta una sterile e vuota traduzione da conoscere. Non siamo termini. Siamo appunto una cultura, una lingua madre, fatta di pensieri e di radicamento.

Del significato della parola “buatta” possiamo farne anche a meno, lo impareremo con l’esperienza. Non ci riusciremo a tramandare senza comprenderne il senso. Non sapremo mai cos’è una “buatta” senza mai riempirne una.

In poche parole, bisogna vivere.

E per vivere è necessario che la gente si mischi, che stia per strada, a tramandarsi la miscellanea che siamo e per modificarla ancora. La cultura si trasmette coi pensieri e resta viva se lo sono anche le persone. I modi di dire, modi di fare, si acquisiscono senza lo scimmiottamento vuoto di una lezione da apprendere.

A creare confusione ci basta già la televisione.

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