Diario 5 G5. Cari Compagni, care Compagne

Diario 5 G5. Cari Compagni, care Compagne

You take someones heart and you kick it around
Keep on picking it up
So you can watch it come down
I don’t know what I am suppose to do
Why I wait for you to make up your mind
Could you please be so kind
When you know what to do I’ll be in the next room
But if you make it to late I may be in the next day (Hmm) (George Michael – Fantasy)

Cari Compagni, care Compagne,

vorrei cominciare con un richiamo d’attenzione questa lettera, che scrivo dal profondo del cuore. Quello che ancora batte dietro alla nostalgia di un atmosfera di sinistra, la stessa che ci ostiniamo a chiamare “quella vera”.

Diciamocelo francamente, siamo orfani di tutto; di politiche, di dibattiti, di programmi e perché no, anche di quella terminologia che ci rendeva gruppo, anzi, compagni.

Diario 5 G5. Cari Compagni, care CompagneMa una cosa non è necessaria a quel clima; la sensazione di proporci stereotipati. Legati ad una serie di “concetti chiave”, di forte impatto visivo, di riconoscimento quasi.  Elementi che, oltre a non farci guadagnare un centesimo di voto, pure dal punto di vista della percezione collettiva, non conquistano centimetri di pubblico.

Sempre francamente, ammettiamolo, almeno tra noi, che l’uomo “De Michelis”, sudaticcio, affaticato dal peso e dall’età, non tira più. Ma già dai tempi del Psi placcato oro. Così come non affascina più la donna col pantalone di velluto e le infradito a novembre.

L’immagine del compagno con la coppola che nasconde una fronte spaziosa che termina però su delle basette incolte intrecciate alla rinfusa con la corona discendente che fa più peluria che capelli, possiamo evitarcela. E non perché  io voglia propormi quale uomo immagine della sinistra moderna, ma giusto perché non voglio che si rida più di voi, di noi.

Così come non vorrei più che alle nostre riunioni siano presenti e soprattutto che non prendano più la parola, soltanto i soliti 4 della compagnia di amici del liceo; l’artista sfigato, il sindacalista emarginato, l’ambientalista squattrinato e la madre modello, ora avvocato, ma con la borsetta “Prada”.

Insomma, è venuto il momento di evolverci. A partire da questi piccoli aspetti che possono sembrare di folklore, quasi necessari, per proporci agli elettori o come li chiamiamo noi: “la nostra gente”.

La nostra gente infatti, è la stessa degli altri; C’ha le utilitarie ma anche dei Suv iperuranici. La bicicletta certamente, ma pure quella elettrica. Guarda la tv impegnata ma il sabato sera capita che sta sul divano con Maria De Filippi. Insomma, lo sapete meglio di me: siamo di sinistra, non attori del teatro di strada.

Ecco, smettiamola di apparire dei “bohemien” del pensiero all’interno delle nostre città! Siamo dei “ma anche” (quando lo scrivo mi eccito ancora, grazie Walter n.d.r.). Di sinistra sì, sicuramente anzi, inghiottiti però dalla contemporaneità. Come poi è giusto che sia.

E quindi se facciamo una festa, non c’è bisogno del tavernello, della salsiccia o di parlare al microfono dopo 5 birre per poi dirci che siamo pochi buoni e intellettualmente onesti.

L’ essere stereotipati non ci qualifica quale onesti e di sinistra. Ci rende soltanto marginali e decontestualizzati.

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