Diario S5 G3. Buongiorno Chef

buongiorno chef

Red, red wine, stay close to me
Don’t let me be alone
It’s tearing apart
My blue, blue heart (UB40 – Red,red wine)

buongiorno chefLeggendomi sicuramente penserete che io sia un tipo polemico. In effetti lo sono. Ma devo esserlo per necessità. Lo dico sul serio. È un meccanismo di autodifesa, di rifiuto al conformismo, soprattutto televisivo.

In questi giorni di ferie dalla disoccupazione, mi sono accorto di quanto il ruolo dello chef sia stato sputtanato da centinaia e centinaia di apparizioni insensate, di show dove non si spiega sostanzialmente nulla e con un italiano assai improbabile, di ricette che solo a pensarle servite nella mia tavola i conati bussano alle tonsille.

La nuova frontiera moderna dei disoccupati è ormai il cuoco in differita tv.

Praticamente un’invasione delle nostre case in stile pubblicità batteria di pentole o materassi accarezzati da succinte vallette.

Un po’ come successe per i dj per le feste private degli anni ’90, dove chiunque possedesse due piatti, una cassa e un 33 giri di Gloria Gaynor diveniva automaticamente un “disk jokey”.

Oggi invece, bastano un grembiule, un’assistente vestita da prima serata e pronta con le sue battute fuoritema, una telecamera coi filtri da telenovela argentina degli anni ’70, recuperate in qualche mercatino locale ed il gioco è fatto.

Se sai chiamare un brociolone “strudel” automaticamente vieni identificato quale sopraffino Chef.

E quindi: “Buongiorno Chef”.

“Salve a tutti. La porcheria che cucineremo oggi non fatela mai. Fa cagare. Persino a questa deficiente al mio fianco che sorride ad ogni mia stronzata e che insiste nel dire straordinario ai miei piatti che poi puntualmente rigurgita nel tovagliolo di stoffa”. “Non vi nego che poco fa ho sganciato una loffa spacciandola per l’odore dei fagioli e lei ha sorriso apprezzandone persino il retrogusto odoroso”. “Io la schifo.”

Ecco, tante volte ho sognato che le puntate di queste trasmissioni costruite attorno a banalità e luoghi comuni sulle Regioni si aprissero così, con tanta sincerità verso gli spettatori. E invece no, molto spesso, restano un’insieme di superficialità culinarie che si configurano quasi in un vero saccheggio dell’arte della cucina di tradizione.

Sono delle vere accademie dello stereotipo, persino nei personaggi. La valletta ex diva oggi”scoffata” dagli assaggini, lo chef “fru fru”, la single un po’ lesbica e un po’ trasandata madre di famiglia, il napoletano che parla veneto ed il veneto che si finge napoletano. Insomma tutti interpretano un ruolo per essere più “televisivi”. Più comuni dei comuni che stanno ai fornelli.

Coglioni! Perché non andate al ristorante!!! Pensano loro, mentre impastocchiano tutto con con l’olio di “fenicottero rosé”, fa più chic, della foresta degli uccelli che cagano bianco, ma solo di martedì.

Per carità, adesso permettetemi di ripetere la più tradizionale delle frasi di rito: non sono tutti così! Alcuni sono programmi sul serio interessanti e competenti!

Nella massa però, sul serio, si scade nel ridicolo, nella cialtroneria più elementare.

Buon pranzo.

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