Diario S4 G40. Di veglione, di casa mia

Il veglione, il capodanno, la festa di fine anno vissuta come la si viveva negli anni ’80. Una tragica serata in compagnia

Ecco, la musica è finita
Gli amici se ne vanno
Che inutile serata, amore mio
Nascondendo la malinconia
Sotto l’ombra di un sorriso

(Franco Califano – La musica è finita)

Eccoci qua, un altro anno è terminato.

Qualcuno continua a chiamarlo il giorno di “San Silvestro”, facendomi fare un tuffo nel passato, evocando ricordi potenzialmente da sopprimere.

San Silvestro è nell’ordine: il Santo protettore del veglione, del cotechino, della palla stroboscopica, dei Village People, di Gloria Gaynor, di Brigitte Bardot, delle paillettes e della pelliccia di visone. Buonanima.

Ed è sul veglione che voglio costruire questa storia.

Lo racconta magistralmente Paolo Villaggio nel suo primo film della saga “Fantozzi”. E’ così uguale a quelli che vivevo con la mia famiglia, che ogni volta mi commuovo.

La serata era organizzata dal gruppo di colleghi di Papà, e, come nel capodanno fantozziano, animatore, era un tale che per comodità chiameremo Gegè. Lui era la base e l’organizzazione della struttura, addetto alle ricorrenze del gruppo di lavoro, alle cerimonie, ai funerali e alle buste di cordoglio. Un tuttofare alla Filini che, col personaggio, condivideva persino il titolo di studio: ragioniere.

Noi, ovviamente, avevamo il compito di partecipare “obbligatoriamente” e felicemente.

A-e-i-o-u!

L’arrivo previsto era quello di cena, noi scendevamo dalla Giulietta blue, 1.6 benzina, posteggiando beatamente in seconda fila. Scoordinati nell’abbigliamento da far rabbrividire persino un partecipante di “ma come ti vesti”, procedevamo con passo da red carpet lungo il corridoio che ci immetteva direttamente all’interno della celebratissima “Sala Sognante” (nome di fantasia).

Chiamata così per evocare quel sentimento ovattato, tipico delle recenti pubblicità di un noto marchio di caffè, strideva fortemente col contesto in cui si trovava. Sgargiante e decontestualizzata, era la Mecca delle prime comunioni, battesimi e matrimoni dei parlermitani di bonagia/oreto/buonriposo/brancaccio bassa, alta e media.

Non so se ancora in attività e se lo fosse, non ne ho più sentito parlare. Sarà stato il cambio di quartiere della mia famiglia, avvenuto un paio di decenni fa.

Un locale tipicamente palermitano-greco-ortodosso, tra il neo-classico (neo-tascico),  il barocco, un tocco alla “Maicol Corleone” ed un pizzico di “Scarface”. Un tuffo nell’oro anzi, nel placcato oro; dalle pareti al tovagliato financo nell’arredo. Ma a quell’epoca era dorato tutto, persino il sorriso di ogni singolo cameriere. Arrivai molto tardi alla conclusione che dipendeva dal tartaro, ma all’epoca l’armonia del contesto mi colpiva parecchio.

Della struttura non ricordo molto altro, vaghi frammenti di memoria che si incrociano e completano l’atmosfera di quel periodo.

Posizionati a margine del colonnato, i tavoli circondavano, ad anfiteatro, il palco per le orchestrine di poco distanziati dallo spazio riservato al ballo.

Io, accompagnato dalla mia unica sorella, ero tristemente, uno dei tre, quattro ragazzetti che alla fine venivano cooptati poiché minori. Tentavo di vestirmi per l’occasione, indossando la migliore maglia di calcio a disposizione, una tuta acetata e sopra un bel montone di colore blu a far risaltare le scarpe ad occhio di bue colore beige.

Passavo la festa tentando di abbozzare un ballo da occasione o un trenino fuori tempo. Scoprendo così precocemente quanto fossi distante dall’essere un futuro Roberto Bolle. Ero più o meno la versione abbozzata di un Massimo Boldi in una qualsiasi scena in nave da crociera in cui balla una contemporanea musica commerciale.

Fuori tempo e già anziano a nove anni.

Tra un balli, cotillon e cotechini, mio Padre, si lanciava nella mischia, scuotendo la gelosia di mia madre, poi, una volta seduto, come Fantozzi, veniva fustigato con pestoni e sguardi di sbieco.

Di tanto in tanto qualcuno faceva cadere qualcosa, un piatto, un bicchiere, un vassoio da portata e scattavano risate e applausi tra gli sguardi impauriti dei camerieri.

Intanto la musica proseguiva, partivano dei tristi trenini il cui motore era sempre l’arzilla suocera di un qualsiasi impiegato abboffato e seduto da ore.

Brigitte Bardot Bardot, Brigitte beijou beijou…

Sopraffatte dal peso dalle pellicce di visone, finte, le anziane signore trascinavano la folla lanciando coriandoli sui piatti, felici e sorridenti, come Carlo Conti a passeggio tra i camerini di Miss Italia e ammalianti come la signorina Silvani col povero Ragioniere.

Mio Padre, non contento dell’ultimo “Samba pa ti”, veniva agganciato come un carro di bestiami e trascinato lungo il semicerchio.

Saaaasueeelaaa, saasueeela, insisteva ancora il sessantenne vocalist col codino.

Lui sorrideva, sorrideva tutta la sera, non sapeva cosa lo attendeva una volta rientrati a casa.

Ad un tratto, finalmente, le 23.54. Sui tavoli scorrevano fiumi di brodo di lenticchie, accompagnati da zamponi e cotechini. Ovviamente non mi riferivo ai polpacci stanchi e infelicemente avvolti da complici scarpe nuove delle signore presenti. Ma di quelli insaccati e dall’aspetto orripilante che si vedono sulle tavole degli italiani per la circostanza.

Mancava pochissimo e l’incubo stava per terminare. Mia sorella dormiva da due ore, io ormai ero totalmente ricoperto di coriandoli, mia madre infuriata. Mio padre invece rideva e alzava i calici con la stessa frequenza di un monsignore di provincia.

E’ quasi mezzanotte, si spengono le luci. Il vocalist annunciava i secondi, – 3, – 2, -1 e poi AUGURIIIIIIIIIIIIII, urlava al suo pubblico sorridente.

Abbracci e baci. Sudore e cotillon si mischiavano alla salute del nuovo anno che si preparava ad arrivare, dolce ed ammalato, grazie al proliferare di bacilli al ritmo di samba.

Poco dopo stavo seduto sul posteriore della nostra Alfa Romeo, pronto a dormire lungo il tragitto verso casa.

Ormai era il buio.

Buon anno

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