Diario. S4 G39. I viaggi “col” ventaglio

Diario. S4 G39. I viaggi “col” ventaglio

Cosa resta degli anni ’90, del consumismo sfrenato, dei viaggi “col” ventaglio, delle foto delle vacanze, degli abiti tradizionali

I feel it in my fingers, I feel it in my toes
Love is all around me and so the feeling grows
It’s written on the wind, it’s everywhere I go

(The Troggs – Love is all around)

veglione san silvestroPrima di cominciare questo post voglio mettere in chiaro una cosa: io amo e soffro la fine degli anni ’90.

E’ un ricordo datato, vivo nella memoria di molti come me, nati in quegli anni in cui il benessere, molto spesso immaginario, ci portava a simulare una vita che non c’apparteneva. Negli anni ’90 eravamo tutti ricchi, eleganti, chic e con una vita sociale aldilà di ogni immaginazione.

Anche la mia famiglia, chiaramente, non si sottraeva a tali costumi. Of course.

Improvvisamente però tutto cambiò. Una crisi dei valori “tasci”, si portò via gli anni novanta, Totò Schillaci e tutto il suo spendere fuori controllo. Arrivarono i primi segnali seri di sofferenza dell’economia consumista, oramai, definitivamente, fuori controllo.

Ma gli italiani, come sempre, non si arresero. Trasformarono la voglia di “cottillon” in viaggi col “ventaglio”. Li chiamarono così per via del clima e per un noto marchio del settore. Marocco, Egitto, Tunisia, andavi in vacanza nel 2001 e finivi di pagarle nel 2011. Comode rate decennali, che impegnarono i conti di molte famiglie fino ai giorni nostri. Poi con l’arrivo dell’Isis e la fine del credito alla cazzo, finì anche questo.

Luoghi caldi, estremamente aridi, dove bere, nel 99% dei casi, ti portava a passare tre dei sette giorni, profumatamente pagati, almeno quelli, rinchiuso in camera a pochi passi dal cesso.

Ma non aveva importanza; potevi fotografarti in abiti tradizionali, ballare la macarena con uno sconosciuto, domare un dromedario spompato e in alcuni casi, solo per i più fortunati, riuscire a farsi sputare da un cammello bizzarro.

Il trofeo da esibire comunque, andava aldilà di ogni difficoltà; le foto da mostrare al ritorno. Un pezzo di Sfinge lì, una collina di sabbia là, un piede col sandalo laggiù, e poi, il pezzo forte, da sfoderare al termine dell’expo coi pasticcini: quelle in cui, travestiti da beduino, ad agosto, come se fosse carnevale, cavalchi un dromedario addormentato, proprio mentre sullo sfondo due locali se la ridono, prendendoti per coglione in tutte le lingue del mondo.

Ma eravamo così, lo siamo ancora, siamo sempre quegli italiani che, nonostante le sfortune, amiamo sempre mostrarci, un po’ cafoni, un po’ coglioni.

Rendiamo grazie al selfie.

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