Diario. S4 G16. Il tiro al piccione

Diario. S4 G16. Il tiro al piccione

Il “tiro al piccione” era un locale che vendeva rosticceria 24h su 24 che frequentammo per moltissimi anni. Chiuse quando smettemmo di andarci

Prepariamo piani misteriosi
Appena ne cogliamo l’occasione
La logica spietata del profitto
o chissà cosa ci fa figli
dell’Impero Culturale Occidentale
Meno male che qualcuno
o che qualcosa ci punisce
Arriva un investigatore
Ci deduce l’anima
La nostra cognizione del dolore illumina. (Baustelle – Colombo)

Lo stand Florio
Lo stand Florio

Lo Stand Florio alla Colonnella progettato da Ernesto Basile nel 1905 e realizzato da Giovan Battista Basile, fu un luogo di incontro della nobiltà sportiva palermitana della bella epoque. Sorge in via Messina Marine dal 1906 e faceva parte di un progetto più ampio, un Kursaal, che però non venne mai realizzato.

Per la nostra comitiva invece, rappresentò per un lunghissimo arco temporale, il parcheggio perfetto per arrivare comodamente alla rosticceria low cost che stava sul marciapiede di fronte e che aveva come ragione sociale il nome “Tiro al piccione”.

Ho scoperto da poco infatti, che la rosticceria prese il nome da una delle attività sportive che si svolgevano proprio all’interno dello Stand o “tavernetta al tiro”, appunto il tiro al piccione. E pensare che per anni avevo fantasticato sul fatto che il locale si chiamasse così per mille ragioni diverse, tra queste l’omaggio del titolare agli allevatori di colombe che ancora oggi sorgono nei pressi della foce del fiume Oreto. E invece no, aveva un nobile richiamo di cui sconoscevo l’esistenza.

Me misero, me tapino.

Il tiro al piccione, anzi la sua rosticceria, fu elemento cardine della nostra dieta palermomediterranea di fine anni ’90. Accennai qualcosa nel post in cui vi parlavo delle nostre gite ad Altofonte (qui), tappa fissa delle serate a base di strutto. L’acqua fresca della fonte era il giusto premio dopo aver consumato quei pezzi sul muretto sconnesso di via Messina Marine, in mezzo a topi, cartacce, puzza di fogna e loschissimi tizi, augurandoti sempre che non arrivasse una raffica di vento dal mare che ti avrebbe costretto ad inalare la qualsiasi.

Conoscemmo il posto una sera per caso. Stavamo cercando il più blasonato Cornettone, che si faceva pubblicità persino su TGS, ma che trovammo chiuso. Rientrando, lungo la strada, notammo la saracinesca aperta di quella che divenne la nostra casa del sabato sera. Entrammo con aria sospetta, ma lo era di più quella dei tizi dietro al bancone. Non so perché, ma quelle 15 mila lire di fondo cassa furono il lasciapassare di tutte le file che incontrammo nel tempo. Comprammo 15 pezzi e ci ingozzammo come dei maiali. Ne avevamo bisogno, quel giorno ci era successo di tutto, compresa la morte della mia Fiat Regata 2000tds che non resistette al peso della comitiva, morendo all’ingresso di Campofelice di Roccella.

Fu l’ultimo viaggio della mia fuoriserie, squadrata come una scatola di fiammiferi aperta, l’ultimo con le sue ruote. Le altre due furono a bordo di un carro attrezzi, il secondo direzione “sfascio”, il penultimo per riportarci a Palermo.

Eravamo in 5, ma pesavamo quanto una mandria di bufali pronti per essere trasformati in hamburgher. Cento kg era la soglia minima per far parte della nostra comitiva. L’unica eccezione era Savicevic, mentre Paccamora, White e Polletti erano ampiamente negli standard della comunità.

Per il “Tiro al Piccione” eravamo una manna dal cielo, nonostante quell’aspetto da sbirri in borghese che tanto faceva preoccupare la clientela. I nostri acquisti erano sempre accompagnati da una servile gentilezza, anche il sabato, quando la fila per cenare partiva dal parcheggio, noi eravamo serviti all’istante, senza aspettare.

C’era una forma di rispetto che non capimmo mai se derivasse appunto dal fascino dell’impermeabile da ispettore di Galino Savicevic, con al seguito i suoi scagnozzi, o al fatto che spendessimo cifre da capogiro.

In ogni caso non ci avvelenarono mai.

Il locale chiuse pochi anni dopo che smettemmo di frequentarlo. Probabilmente fummo causa di un mancato incasso che li costrinse alla triste decisione.

Non lo sapremo mai.

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