Diario S4 G15. Destinazione Altofonte

Diario S4 G15. Destinazione Altofonte

Destinazione Altofonte era il nostro rito quotidiano. Auto, acqua fresca, in cerca di una conquista femminile.

Damme ‘o documento ca si no poi t’allamiente,
‘o documento tu me l’ha da’
Songo songo d’a Digos
t’o voglio dicere t’o voglio canta’
Passaporto patente carta d’identita’
nu bello documento prima o poi tu me l’ha da’
nu bello documento pe’ t’identifica’
nu bello documento ja me n’aggia a i’ a cucca’
(guaglio’) (99 Posse – ‘O documento)

Destinazione AltofonteC’è stato un momento, ormai molto lontano, in cui amavo frequentare Altofonte, un piccolo Comune distante pochi chilometri dal centro di Palermo. Condividevano con me questa passione anche “White” e “Galino Savicevic”, amici di cui ho già lungamente parlato qui.

Erano anche i tempi in cui seduto nella mitica Toyota Corolla (la trovi qui) splendevamo e ruggivamo per le strade di tutta l’Italia (una delle due affermazioni potrebbe non essere reale). Quel pomeriggio però decidemmo di andare, come accadeva più spesso del normale, a bere l‘acqua della chiara fontana di Altofonte. I cannoli subito dopo la piazza erano il nostro ristoro, acqua fresca, aria buona, tempo da sprecare.

Ci si andava quasi ogni notte, era una delle tappe dei tour su ruote, subito dopo aver fatto incetta di pezzi di rosticceria low cost al “Tiro al piccione(Non esiste più. Era una rosticceria a millelè in via Messina Marine).

Non so perché quel piccolo borgo fungesse da richiamo, non v’erano particolari bellezze, non vi sono neanche adesso a dire il vero, ma funzionava, funzionava per il nostro umore.

Altofonte alle tre di notte aveva un sapore speciale, noia misto morte, ma l’acqua era buona, di quel buono che ne valeva la pena. Quand’eri lì potevi solo bere ed evitare che le auto che arrivavano in corsa su quella curva ti uccidessero.

Ci passavamo delle ore ed era come assistere ad una Targa Florio su circuito privato. Una gara senza fine, condotta da guidatori dall’aspetto poco rassicurante a bordo di Fiat Uno turbo, Fiat Panda 4×4, Fiat 126 e qualche Y10 elefantino dorata.

Anche quel pomeriggio dunque, invitati incredibilmente ad una festa di compleanno da una ragazza, senza Galino a cui rimediammo un impegno, belli e splendenti come mai, planammo dolcemente sul suolo di Altofonte.

White assaporava i primi piaceri della carne non animale ed io, a ruota, non volevo di certo sfigurare.

L’estate precedente aveva conosciuto la tizia in questione e poteva essere una occasione irripetibile per noi: due manzi da una tonnellata ciascuno, col tipico fascino da straniero, pronti a fare razzia di paesane indifese. Vuoldireniente.

Per l’occasione ricordo che mi feci dare pure una piastrata ai capelli. Una di quelle cose che avevo rimosso e che però è immortalata in una delle rarissime foto che ho di quel tempo.

Il nostro arrivo in paese fu accompagnato dai soliti sguardi di diffida, non eravamo soliti arrivarci di giorno e da lontano non avevamo di certo l’aspetto di due ragazzi con la passione per la lettura e la treccina con l’uva passa.

Lo dovettero notare anche i due carabinieri che ci seguirono fino al parcheggio sotto la piazza. Erano la tipica coppia di militari da paese: uno alto, magro e con l’accento napoletano e l’altro basso e stempiato con la parlata impastata dell’entroterra nisseno.

Una volta scesi dalla nostra auto, lo fecero anch’essi; quella Jeep che li faceva sembrare così duri e incazzosi che neanche la visione di un film di Alvaro Vitale con Edwige Fenech li avrebbe convinti a cambiare umore.

Ma noi eravamo sul serio due bravi ragazzi, traditi forse da una stazza che ci faceva sembrare più aggressivi di quanto in realtà fossimo. Ma era la cazzo di festa del paese e loro, erano lì, in due, a controllare l’ordine delle cose.

Carabinieri: “Cosa state facendo qui sotto?”

Noi: “Siamo andati a porcheggiare”

Carabinieri: “Cosa??!”

Noi: “Ehm, a lasciare l’auto”

Evidentemente non fummo convincenti, dunque ci intimarono di mostrare il contenuto delle nostre tasche e di esibire un documento. Lo so, sembra fin troppo stereotipato, quasi una canzone dei 99 posse, ma giuro che è andata veramente così.

Una volta mostrate le “ciunghe”, giuro che le chiamammo proprio così, il “checellulare” e le chiavi dell’auto ci chiesero ancora se non avessimo dell’altro. Insomma, due minchioni in trasferta, con lo sballo della gioventù e la passione per la parlata alla “Abbatantuono”.

“No Signor Tenente”. Siamo qui per una festa.

“Vabbè va, andatevene”.

Non ci hanno detto cretini giusto per pietà.

Comunque il pomeriggio andò benissimo, almeno per White che riuscì a far ingelosire la sua ex che inspiegabilmente si trovava alla stessa festa, rovinandoci così i piani di conquista.

Amen. Andate in pace.

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