Diario S4 G10. Il Santo e Sacro Graal

Diario S4 G10. Il Santo e Sacro Graal

Oltre i confini di un chiaro orizzonte nascevan solo mattini di pace
La fame, il freddo, la tetra miseria o il malgoverno di qualche incapace
Tutto sfumava in un cielo sereno quando avevamo cent’anni di meno (Pierangelo Bertoli – Cent’anni di meno)

Ogni percorso di scrittura ha un fattore scatenante, molte volte a far scattare la molla é un evento, spesso una persona o un sentimento provato, nel mio caso invece è stato un ritrovamento inatteso.

L’illuminazione arrivò una notte perduta nel tempo, quando la gioventù era ancora tutta immaginazione, sospiri e aspirazione.

La pazienza nel cazzeggio era tanta, compreso il tempo libero ed io non ero mai solo.

Noi infatti eravamo due, al mio fianco, errante, c’era sempre il compagno White con una interminabile scorta di sigarette, una chitarra e le scarpe “occhio di bue”.

Con White ce la siamo sempre spassata, soprattutto i miei polmoni, ormai paragonabili a quelli di un minatore del Sulcis.

Insieme trovavamo una giustificazione per sopravvivere all’età e alla perenne mancanza di donne, motivo che ci spingeva spesso fantasticare un presente diverso dal nostro. Se avessimo anche previsto il futuro forse, le nostre scelte sarebbero state diverse. Ma è così che vanno le cose.

Le nostre giornate presero una piega diversa quando scoprimmo di saperci divertire di più narrando e teatralizzando delle storie.

Cominciammo infatti a prendere nota delle vicende giornaliere e passate di una nostra inconsapevole musa, anche lui turbato dalla passione per le donne e abbastanza grezzo da ispirare due pivelli autori di cabaret neorealista.

ben acquadimare consegna il graal a mr. Paponzo

“Ben Acquadimare” fu, ovviamente a sua insaputa, il più grande ispiratore di battute e racconti che avemmo per tutta la durata della nostra gioventù. La sua vita scorreva accompagnando le nostre uscite e le serate di acchiappo che animavamo come uno spettacolo teatrale.

Era il nostro personalissimo show, ci faceva apparire simpatici e divertenti, apprezzati più del solito dagli altri. Eravamo proiettati verso una carriera da “ciccioni e simpatici” ma in duo, come “Ollio&Ollio” o “Budispencer&Budispencer”. Avevamo acquisito una bravura da quasi cantastorie, anzi, persino la verve dei narratori del “teatro dei pupi”. Insieme sprigionavamo quella sorta di magia ipnotica da novelli “Cuticchio”, solo che al posto delle vicende di un “Orlando furioso”, narravamo le leggende di un “Orlando cornuto” cioè le storie dell’allora Sindaco di Palermo così ingiuriato dal nostro ex compagno Acquadimare che lo riteneva il responsabile di ogni sua sfortuna.

Non aveva una donna? Era colpa “ri du curnuto ri Orlando” che ci ha messo il divieto di sosta proprio “‘ndella strada dove ci sta una che a lui ci piace che quindi non poteva pustiare.”

La Regione gli doveva 50mila lire per i corsi regionali che aveva frequentato? “A curpa è r’Orlando ca si futti i picciuli!”

Era questa la chiave di lettura della sua esistenza e di conseguenza erano queste le cronache delle nostre serate.

Personalmente in seguito compresi in modo più evidente quanto mi piacesse osservare e raccontare ciò che intorno a noi succedeva, tramutando quei vissuti in testi che conservo ancora gelosamente.

Quegli appunti che in principio venivano redatti in compartecipazione con lo stesso Antonello White e che furono i primi esperimenti di scrittura che da grande diventarono elementi di questo diario.

Fu però all’inizio degli anni duemila che arrivò la definitiva convinzione che si poteva e si doveva fare di piú. Con internet infatti divenne sempre piú insistente il desiderio di estendere il mio pubblico e un evento che accadde inaspettatamente fu la chiave di volta.

A convincermi che il momento fosse arrivato fu il ritrovamento di un manoscritto autografo dello stesso “maestro” Ben Acquadimare, un mucchio di fogli d’agenda scritti a penna biro blu che testimoniavano il tentativo dello stesso di farsi autore di un best seller di successo sulla scia di “Palermo-Milano solo andata”.

Un documento piú unico che raro che vive ancora nascosto tra le mie carte e che per me ha un valore pari a quello della divina “Arca dell’Alleanza”, segreta, motivante ed ispiratrice. Il suo romanzo che diventa per me l’Amanda Lear di Salvador Dalì, un cumulo di strafalcioni, banalità e cancellature e persino un personaggio del racconto che porta il mio nome.

Una sorta di citazione empirica che trasforma quelle dieci pagine a doppia facciata nella unica copia di una bibbia che appartiene solo alla mia chiesa.

Acquadimare infatti parlava di me in un suo romanzo ed io da anni scrivevo di lui nei miei racconti. Metafisico legame all’insaputa dell’altro.

A mettermi sulla strada di questo meraviglioso documento fu un quarto amico di allora, Mr. Paponzo, possessore da un biennio di quelle carte per volere dello stesso autore che ne desiderava trascritta in bella e al pc una versione da proporre non si sa bene a chi.

Quando seppi della sua esistenza volli farlo mio a tutti i costi e fu cosí che intorno al duemiladue quelle carte sudicie ma intonse anziché essere trascritte passarono nelle mie mani in cambio di due pezzi di rosticceria da un’euro cadauno presso i fratelli Ganci a Palermo.

I fogli di Acquadimare, tirati via con poca cura da una agenda dell’anno duemila, sono in mio possesso, nascosti e spostati di casa in casa come un “Santo e sacro Graal“.

Quelle pagine numerate a mano, così naturali, oleose, puzzolenti, sono infatti il mio essere William Galt. Un racconto, scritto esattamente come deve essere scritto un testo prodotto da un “grezzo però saggio”, un maestro, che s’ auspica, per ragioni sconosciute, una vita da scrittore.

Praticamente una proiezione di me nella vita di lui.

Una poesia reale senza alterazione di stile, senza la finzione dell’arte. Un’esperienza narrativa che non possiede alcuna forma espositiva. Un racconto non condizionato e contaminato dall’esterno. Una parabola televisiva fatta di personaggi, tra cui uno che porta il mio nome per esteso, che lo rendono la perfetta chiave di lettura del mondo degli “Acquadimare”.

Un esperimento creativo elementare, promosso dalla visione limitata del sistema percepito dagli Acquadimare, cioé di tutti quei palermitani che gli somigliano, e che per una serie di fortunate coincidenze, ha trovato la fine del suo percorso tra le mie mani, come se fosse un segno del destino. Un premio al merito per l’interesse dimostrato. Come quelle eredità di un ignoto zio d’america.

Una botta di culo incalcolabile proprio a me che sono solito acquistare il “gratta e vinci” che precede quello vincente.

Ho destinato a quelle 20 pagine scritte di suo pugno, la stessa attenzione che si riserva alle cose preziose della vita.

Ne subivo e ne subisco ancora oggi il fascino.

Il “Graal” di Acquadimare è una intercettazione autoprodotta del suo essere vero. Vero come può essere vera la vita di quartiere. Fantasiosa come può essere la mente di un ragazzo di vent’anni; rancoroso con la vita, adolescente per l’eternità.

E’ il best seller dei grandi ispiratori della mia vita. E’ lo scatto perfetto di una vita imperfetta.

Un capolavoro genuino che custodisco preziosamente. Un favoloso regalo divino.

Condividi: