Diario S3 G39. In “pingiama”

Diario S3 G39. In “pingiama”

Che sfiga quando in uno dei quotidiani saliscendi in ascensore becchi la vicina in “pingiama” che fuma la sigaretta nell’ androne

Non voglio fare l’altalena.
Su e giu’
Io sto’ bene dove.
Ci sei tu
Cica cica’.
E questo è brutto e questo è bello
Chi lo sa’.
Merlo del castello vola e va’
Cica cica’.
Io sto’ qua. ah.
(Heather Parisi – Cicale Cicale)

saliscendi in pingiamaA Settembre avevo parlato dell’imbarazzo dei viaggi in ascensore e, in particolare quello del mio condominio, anticipando che avrei continuano a parlarne in un secondo post.

Eccoci qui.

L’ultimo episodio, in ordine di tempo, è accaduto un paio di giorni fa.

Stavo rientrando dalla mia solita passeggiata mattutina, stavolta senza cane, quando entrato nell’androne, l’asfissiante fumo di una sigaretta, mi colpiva in pieno volto.

Avevo immediatamente collegato quel tanfo alla presenza di una delle mie vicine di casa, che, a differenza di una Uma Thurman appassionata nell’arte dell’aspiro in una scena mitica di Pulp Fiction, si presentava con il suo fare da camionista in autogrill.

Era come suo solito in pigiama, altrimenti detto “pingiama”, ciabatte pelose di colore rosa fumè (‘ngrasciate) ed immancabile sacchetto con la spesa.

Immediatamente nel suo volto lessi il fastidio per il mio arrivo, e, probabilmente aveva intercettato la mia faccia. Mi rivolse un pensieroso “minchia ra camurria” accompagnato da un sordo “bongiò”, che a malapena riuscii a percepire. Ricambiai il saluto con il più classico dei cenni con la testa.

Aspettammo per qualche minuto l’arrivo della bussola e ci fu dunque occasione per intrattenere una discussione. Fu Lei a chiedermi se, data l’insistenza della mia indignazione, provassi fastidio per la sigaretta. Un atto di gentilezza insperato! Pensai. Ovviamente risposi con un ulteriore cenno della testa, accompagnato dall’alzata di un sopracciglio e un seccato “sì, abbastanza”.

Non feci in tempo a rispondere che lanciò con violenza la sigaretta, ancora accesa, per le scale dello scantinato. Sgranai gli occhi, ma evitai di fiatare. A quel punto poteva pure mollarmi un cazzotto. Per fortuna però, nello stesso istante, atterrò la cabina.

Entrammo ed ero in forte imbarazzo, invece Lei aveva ancora voglia di parlare:

“Puittroppo i ffumo è una malatia.”

“Eh sì. E’ così. Io odio la puzza, specialmente nelle mani.”

“Sèèèè. Ca poi una si può fare dieci docce, ma puzzola siempri.”

“Vabbè certo.”

Per fortuna mi toccò scendere.

Condividi: