Diario S3 G9. Inutili acquisti in comode rate

Diario S3 G9. Inutili acquisti in comode rate

Comprami,
Io sono in vendita
E non mi credere irraggiungibile
Ma un po’ d’amore, un attimo,
Un uomo semplice
Una parola, un gesto, una poesia,
Mi basta per venir via (Viola Valentino – Comprami)

acquisti in comode rateCome raccontato nel post “il magico robot della maionese“, negli anni ’90, potevi acquistare di tutto ed in comode rate.

Non era neppure necessario dimostrare una certa solidità economica. La “gente” si fidava e il resto spendeva. E se non poteva pagare c’era chi garantiva per loro. La cambiale era una ragione di vita. Persino nei comodini degli alberghi ci trovavi una bibbia ed un mazzetto di cambiale. Dietro il pagamento rateizzato nacquero una serie di improbabili bisogni come la multiproprietà, la pelliccia di visone, la crociera o la moglie bona (cit.).

Possiamo di certo affermare che gli anni ’90 sono un decennio fondato sull’acquisto di roba inutile ma sempre in comode rate. Un dilazionamento a cazzo i cui effetti nefasti abbiamo cominciato a pagarli negli anni 2000. Comodamente per l’appunto.

In realtà il fenomeno si manifestò già partire dalla fine degli anni ’80; ricordo ancora uno dei primi inutili acquisti che la mia famiglia fece: l’enciclopedia basic in un centinaio di volumi. In regalo, a “cinquemelione”, un personal computer Olivetti PS1 (come nella foto) senza disco rigido. Lo riuscii ad avviare per la prima volta nel 1989 con una riga di codice in Pascal scritta su un floppy da 5.25″. Prima di quel momento era stato un ingombrante oggetto d’arredamento di cui vantarsi. Poco dopo finì nella spazzatura poiché più obsoleto della colorazione dei capelli di Aldo Biscardi. Lo finimmo di pagare con la cessione di un rene di una delle mie sorelle.

Olivetti ps1Ma in quegli anni tutto era a rate. Una delle cose che ancora non mi spiego era legata all’acquisto di abbigliamento presso i grandi negozi dell’epoca. Le famiglie si recavano nei punti vendita su appuntamento. Una volta ultimati gli acquisti, meglio dire le preferenze di acquisto, intervenivano degli intermediari privati che fungevano da finanziaria; tu acquistavi i vestiti e loro pagavano per te. In cambio ricavavano un interesse astronomico “a nero”. Pena per il mancato saldo delle rate: l’amputazione di un braccio (che fa rima con polpaccio. cit.). Era una sorta di usura su cui tutti erano disposti a chiudere un occhio. Questi conti poi erano inestinguibili; la gente spendeva sulla parola e faceva tre/quattro cambi di stagione all’anno. Tutti ovviamente in comode rate.

E se un jeans Levi’s durava per sempre, perché saldarlo al momento dell’acquisto?

Non lo so.

Ma quella era l’Italia dei tangentari. Nessuno aveva interesse ad occuparsi di queste “micro” attività illegali che poi comunque si tramutavano in case e “billini” cioè in solidi affari di cemento e tangenti.

In poche parole, quello che oggi è, nel sentire comune, il “manciavanu e facievanu manciere”. Ovviamente in comode rate.

Condividi: