Diario S3 G7. Mestieri perduti: i clandestini (crandestini)

Diario S3 G7. Mestieri perduti: i clandestini (crandestini)

abbiamo un battito
che batte come un martello pneumatico in noi
ma se lo controlli col senno di poi
non batterà mai

abbiamo un battito
sano che ci prende la mano come una moto che va
che va controvento in velocità;
è un rischio si sa (Raf – Il battito animale)

crandestinoC’è stato un tempo in cui i clandestini o crandestini per noi palermitani erano una scommessa.

Oggi quasi nessuno li ricorda più e i ragazzi nati a partire dal 1990 non ne avranno mai neppure sentito parlare.

Eppure i clandestini in città erano soltanto loro, i broker delle scommesse in nero.

Praticamente potremmo classificare quello dei “crandestini” come un antico mestiere perduto; un lavoro artigianale scomparso al pari del calzolaio o dell’arrotino “p’ ammularivi i cuorna” (cit. Alamia e Sperandeo).

Fino ai primi del duemila in sostanza, a Palermo, non esisteva altra associazione di idee per la parola clandestino.

Caratteristica del “crandestini”, oltre ad essere soltanto al plurale, era non avere un nome proprio; erano soltanto “‘i crandestini” con in più l’appellativo della via o del bar dove gravitavano: ‘I clandestini ra via Murtarbu, i l’Arenella, ‘U Cacio e Pepe e così via. In una conversazione si diceva semplicemente: “mi va gghiuco i crandestini”.  E Tutti capivano.

Coi crandestini giocavi le “impollette” o “‘mpollette” o “bulliette”, come le chiamano ancora oggi quei ragazzi del ’90, e potevi farlo fino a pochi minuti prima dalle estrazioni, delle corse o dall’inizio delle partite. Principalmente infatti si occupavano di calcio, ippica e lotto. A Palermo non si scommetteva su altro. Poi arrivarono i terribili centri scommesse. I pagamenti delle vincite erano puntuali: due giorni dopo la vittoria o il weekend successivo. Alcuni raccontavano che non venivano pagate le vincite fuori un certo budget, ma non mi capito’ mai di assistere a vittorie esorbitanti. Alcune leggende sostenevano pure che se vincevi sopra i “diecimeleone” non ti pagavano e ti picchiavano. Un nonsense per un business così fruttuoso e diffuso. In ogni caso gli scommettitori che conoscevo lo facevano per il piacere di scommettere e per il brivido delle cincumalalè. Insomma erano senza picciuli.

mpollettaGiocare era facilissimo; i “crandestini” tenevano in tasca una fotocopia con le quote degli eventi, un foglio molto simile a quello del gioco legalizzato di adesso, che passava di mano in mano tra i vari scommettitori insieme ai microbi dovuti alle toccate di palle di tutti i giocatori.

Le “impollette” per le scommesse invece, non erano altro che semplici pezzi di carta occasionali sulle quali scrivevi importo e risultati. Prima di fallire però, il business ,all’apice del successo si era dato un tono; dunque si cominciarono a vedere dei prestampati con le partite del giorno dove potevi apporre direttamente il risultato e pure le fotocopie con le quote erano sufficienti per permettere agli scommettitori una consultazione simultanea senza “umori”.

Nei quartieri popolari erano diffusissimi e conosciuti, era impossibile non sapere chi fossero. Bivaccavano sempre vicino ai bar e le tabaccherie che giocavano le schedine e a cui rubavano clientela con la promessa di vincite più alte.

Dalle mie parti era simpaticissimo. Il classico palermitano di borgata, sulla sessantina, basso e tarchiato. Portava il cappellino di lana pure in agosto. Sui pizzini ci metteva pure il nome dello scommettitore, oggi domani una retata. Bonarmuzza ormai è pure morto. Aveva un giro piccolo e non lo beccarono mai.

Minchia ru culu!

Il meccanismo comunque era rodatissimo e doveva fruttare pure parecchio. Ogni tanto le forze dell’ordine con una retata “se li portava” (si dice così) in galera e qualche giorno dopo tutto riprendeva come prima.

Ora non so esattamente quali fossero gli accordi tra organizzazione e singolo procacciatore, comunque credo che ad ognuno di loro restasse una parte delle vincite degli scommettitori. Quindi più vincevi e più guadagnavano. Più o meno come accade alle rivendite legalizzate.

Tra i vari servizi dei crandestini quello più divertente era il servizio di cambio; Se per caso vincevi con una schedina giocata legalmente e volevi ottenere subito la somma, se ne occupavano loro. Ci perdevi qualcosa ma non dovevi aspettare i tempi ordinari della sisal o del totip.

Follie dell’altro millennio e di un antico mestiere perduto.

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