Diario di un disoccupato. Giorno 31. Lo chiameremo White

Vincenzo io ti sparerò
sei troppo ladro per capire
che il tuo lavoro amici non troverà mai
perché non sai soffrire
Ti devo tanto come uomo
lavoro insieme ai figli tuoi
oh Milano, fa’ di me quello che vuoi. (Alberto Fortis – Milano e Vincenzo)

lo chiameremo WhiteIl primo di luglio compie gli anni e quindi è il suo giorno. Ecco perché gli renderò il giusto omaggio.

Maschio, primogenito, talvolta bello; l’uomo che non aveva nome ma soltanto cognome, per sempre e per tutti è, e resterà, White.

Nato da una famiglia palermitana e dai geni congelati di Honorè de Balzac, fu il primo di una tripletta di figli. Portatore sano di maschietà, Ton White è l’erede designato del casato degli White. Proprio in questi giorni ha concluso il compito di dare un erede al casato e si sa, noi, poveri per successione, ci teniamo al rispetto delle tradizioni.

Appassionato di musica triste, strimpellatore occasionale di chitarra, ha un passato di karaoke sui palchi dell’Emilia. Di lui si ricorderanno sicuramente le donne dei mercatini di via Montalbo. Pur non avendo un aspetto da rapinatore, quando accompagnava la madre a fare la spesa, capitava che le vecchiette, in preda al panico, stringessero a se le borsette.

Ci conoscemmo alla “Gianni Celeste” ed è ancora, nonostante tutto questo tempo, uno dei pochi affezionati amici che ho.

Scampato ad un attentato di Acquadimare, nonché a una lunga serie di cadute con il vespino, partì per il nord una decina di anni fa e non tornò mai più. White si rivelò sempre una persona estremamente perbene, lontana dalla sua terra per lavoro, o meglio, la ricerca di un lavoro.

White - William GaltLa nostra amicizia che non partì benissimo; come due galli in un pollaio, ci contendevamo lo “spazio simpatia” in una classe che di simpatia ne aveva poco. Lui era il ragazzo del panino con la frittata ed io il figlio del “direttore”. Poi unimmo le forze. Di quel periodo ricorderò sempre le sue scarpe ad occhio di bue, gli smanicati a jeans ed i pantaloni mattacchioni; fucsia, verdi o bianchi. White è sempre stato così, un anacronistico hippie dal cuore buono.

Abbiamo condiviso tutto, soprattutto nel periodo post adolescenziale; quello dei capelli lunghi e dell’orecchino, le prime scorribande, la mia Fiat Regata turbo diesel, i travestimenti, le invenzioni, gli scherzi telefonici ed i primi caffè.

Erano lunghissime le serate passate nel salotto di casa sua. Con noi c’era anche il solito Galino, praticamente il nostro terzo gemello. Cominciavano più o meno tutte allo stesso modo: lui era seduto sul divano affossato con la cenere che cadeva lentamente dalla sua sigaretta penzolante. Vestiva una “cotta” fatta a mano dalla nonna e strimpellava con la chitarra un paio di note, le uniche che aveva imparato, di De Andrè:

“Dormi sepolta in un campo di grano”…

Noi arrivavamo puntuali, tutte le sere, alle 21.30. White interrompeva il pezzo, con evidente sollievo dei familiari, soffiava il naso, “ordinava” il caffè alla sorella e cominciavamo a parlare fino al mattino successivo. Fu così per moltissimi anni. Quanti traumi per i familiari.

Eravamo dei bravi ragazzi e ci divertivamo a fare scherzi. Se avessimo avuto youtube alla nostra età saremmo i genitori di Frank Matano.

Lo scherzo che mi piaceva di più era quello in cui chiamavamo persone che di cognome facevano Albano spacciandoci per Romina Power. La cosa più divertente era la voce, profonda alla Alberto Sordi e con una cadenza dialettale tipicamente palermitana.

“Prontooo casa Arbano? Buonasera; sono Romina Power!” (clicca sul player per ascoltare una demo audio)

Non fummo mai offensivi, anzi, penso che ancora molti ridano dei nostri anonimi scherzi.

Anche coi travestimenti eravamo bravi.

Giravamo con la mia Regata spacciandoci per sbirri e capitava che qualcuno si preoccupasse scappando. Eravamo talmente credibili nel ruolo, che anche quando non facevamo nulla ormai ci scambiavano per sbirri. Soprattuto in locali dove la legge era una questione di dettagli. Ad esempio in un locale dove si serviva rosticceria a basso costo, quando entravamo si spartivano le acque. Il titolare, pur di farcene andare il più presto possibile ci serviva immediatamente, anche in presenza di code chilometriche che ovviamente, manco a parlarne, tacevano.

Uno degli scherzi più riusciti però lo facemmo proprio a lui.

Era il periodo dell’ultimo anno di scuola. Entrambi non ne volevamo manco a brodo di studiare e fu così che cominciammo, nel tempo libero, anche a lavorare. La mattina in classe ed il pomeriggio a guadagnare qualche soldo. Lui collaborava con la vetreria del nonno ed io l’autista part-time.

Capitava sempre più spesso che durante le serate lui si addormentasse sul divano. Ormai era una consuetudine. Di solito lo svegliamo dopo un po’ e riprendevamo a chiacchierare. Quella notte invece, voleva mandarci via prima del solito. Ci avvisò preventivamente che il mattino successivo si sarebbe dovuto alzare presto e quindi che avrebbe voluto riposare come una persona normale. Ovviamente la  cosa che non ci preoccupò più di tanto, anzi, quale occasione migliore per uno dei nostri scherzi. Fu così che quando cadde nel solito sonno da compagnia, più o meno verso le 2 della notte, che elaborammo il piano.

Una decina di minuti dopo, come previsto, quando era già in sonno pieno, lo svegliammo di botto. Con finta preoccupazione gli ricordammo del suo impegno e anche che fosse quasi l’ora per andare a scuola.

“White!! Svegliati subito!!! Sono le sei!”

Stordito dalla notizia si alzò col cuore in gola. Fece una corsa contro il tempo: caffè, sigaretta e successiva cagata di rilassamento. Poi ancora sigaretta, nuovo caffè e pochi minuti dopo era pronto per uscire. Noi eravamo sempre lì, goderecci e serafici.

Poi ad un tratto, come faceva sempre per liberare la stanza dal fumo prima di uscire, aprì le imposte; notò stranito il colore del mattino ma non gli diede il giusto peso. Quando aprimmo la porta per scendere, noi organizzatori della burla, scoppiammo in una lunga ed incontenibile risata, lui restò impassibile.

Continuò per qualche minuto, frastornato anche dal nostro “scaccaniamento”, a non capire cos’era successo. Quando gli raccontammo di aver spostato le lancette, di tutti gli orologi di casa, di 4 ore avanti restò sbigottito. Ci maledì per mesi per quello scherzo spacca cuore.

Ecco. Se mai dovessi rimpiangere qualcosa della mia gioventù, la sua compagnia è una di quelle.

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