Diario di un disoccupato. Giorno 18. Una pizza da sabato sera

Diario di un disoccupato. Giorno 18. Una pizza da sabato sera

A chi la do stasera?
Io faccio quel che vuoi
dimmi che è primavera
anche se te ne vai
Notte, la notte
di chi sarà?
Notte, ti giuro
che mai nessuno saprà (Nadia Cassini – A chi la do stasera)

pizzaMangiare in giro per i locali non mi è mai piaciuto. Ho già raccontato l’antipatia che provo per gli aperitivi di gruppo. Ecco. Vi lascio immaginare cosa penso delle serate di sabato…

Ecco perché capita spesso che nei fine settimana acquisti qualcosa da mangiare passando per una delle pizzerie da asporto della zona.

Ed è lì che si incontrano dei personaggi da leggenda.

La pizzeria di questa storia è vicinissima a casa mia, quindi, come al solito, per salvarmi da una “fracchiata” di legnate, non le daremo un nome.

L’episodio che vi sto raccontando è accaduto qualche sabato fa.

Per essere il sabato sera di una pizzeria/polleria da asporto era un po’ anomalo il fatto che vi fossero 5/6 clienti. Ma la cosa non mi preoccupò più di tanto da fermarmi dall’entrare. Il locale, tra l’altro, mi era stato consigliato da uno dei miei vicini. Non badai al fatto che i suoi suggerimenti storicamente si rivelassero inaffidabili.

Già.

Una volta entrato guardai a sinistra; l’odore di pollo alla brace era appagante e suppliva al penetrante olezzo del tizio semiubriaco curvato sulla macchinetta del video-poker (in una polleria!?!). La classica scena di scafazzo quotidiano.

Disgustato, voltai il mio sguardo verso destra, dove la scena si apriva e ti riportava con la mente direttamente negli anni ’70. La stanza era rettangolare e vi si trovavano nell’ordine, da sinistra verso destra: un congelatore coca-cola e collocata nella posizione classica, una televisione a 14 pollici a tubo catodico di marca ignota. Una di quelle che si portano negli ospedali quando i parenti ti fanno le notti. Mancava soltanto la sdraio.

Il congelatore, probabilmente spento, più che servire al suo scopo, veniva usato dai clienti per rilassare i muscoli della schiena. Infatti tutti quelli in attesa erano poggiati su di esso.

William Galt, AragostaNel lato corto della elle sulla destra, v’era collocato l’angolo cassiera: registratore retrò con scontrino fiscale fossilizzato e block notes per le prenotazioni al telefono impregnato d’olio.

Seduta al posto di comando, ovviamente, la donna-moglie del titolare, che osservava con sospetto.

Al centro per le ordinazioni in loco: il pizzaiolo-titolare-marito. Impasta, scrive, prende scatole e torna ancora ad impastare. Senza mai lavarsi le mani.

In dotazione: banco da lavoro con alle spalle frigo verticale coca-cola riempito soltanto di bottiglie di birra monomarca Forst ma di tutte le dimensioni. A seguire il forno elettrico multipizza abbellito, da un’aragosta di plastica con gancio magnetico. L’aragosta era lì per far colpo sui clienti; forse pensavano che avrebbero subito il magnetismo della presenza. Pur avendo un abbellimento da pizzeria costiera, l’unica pizza in menù che c’aveva l’ombra del mare era la marinara, con acciughe in salamoia.

Continuando, accanto al forno, la solita torre di cartoni per le pizze da asporto con su disegnato un pizzaiolo anni ’50.

Passando al lato lungo, due muratori fuori servizio, distribuiscono patate fritte e spalmano “salmoriglio” con la stessa delicatezza da cazzuola. I polli sul banco, apparivano alla mia vista, morti di vecchiaia.
Alle spalle degli imbalsamatori, una porta ad arco nascondeva senza cura, il tipico laboratorio/bagno/cucina/stanza da lavoro del negozio. Il classico posto che non dovresti mai guardare quando acquisti qualcosa da mangiare.

Finita l’esplorazione e ordinate le mie pizze stavo lì in attesa del mio turno. Ad tratto il telefono si mise a squillare. Era, per l’ennesima volta, il telefono del locale.

Pensai si trattasse di una ordinazione a domicilio…un secondo dopo:

La donnacassa ad alta voce:  “I signò Ancelo c’è?”
Si avvicinò un tizio lamentandosi: “minchia arriera, ma chi buole!?!?!”
Dopo un minuto di incomprensibile dialogo il tizio ripassa il telefono alla cassiera: “unniera pi mmia, circavano a uno ca si chiama Angelo”.

La cassiera prende la cornetta e la posa con delicatezza: “SBANG!”

Cerco uno sguardo complice, ma nessuno mi caga.

Passiamo alle riflessioni post pizza.

Considerato il fatto che non era “i signò Ancelo”; perché questo tizio ha risposto? E ancora; perché ha parlato al telefono un minuto con una sconosciuta!?

E infine tre altre cose non mi sono molto chiare:

1) Se in precedenza il finto signò Ancelo era stato cercato; perché la signora della cassa gli ha passato il telefono!?!?

2) Ma con i cellulari, che tutti abbiamo; perché le mogli chiamano direttamente il locale per parlare con i mariti?

3) Ma il supplemento segreteria/cassa se lo faranno pagare?

Misteri incomprensibili di questa città al salmoriglio.

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