Diario S1 G8. Tu, quindici anni

Diario S1 G8. Tu, quindici anni

Nu jeans e na maglietta
‘na faccia acqua e sapone
M’ha fatte nnammura’
Ma tu me daje retta
Dice ca si guagliona
E nun’ha tiene ancora
L’eta’ pe ffa’ ll’ammore (Nino D’Angelo – Tu, quindici anni)

tu quindici anni il mio passatoLa mia esistenza è stata segnata da un passaggio “involutivo” fondamentale che adesso vi racconterò.

Erano i tempi delle medie, avevo appena superato la prima con una media voti che pareva una schedina del totocalcio.

Promosso in seconda, arrivavano finalmente le vacanze.

Quei giorni li ricordo ancora come se fossero ieri. La mia giovinezza venne turbata da una crisi familiare senza precedenti che per me, ignaro ancora del potere del denaro, si paventava attraverso il trasferimento dalla scuola privata alla statale.

Mio padre fu precorritore della crisi, pur senza la pressione dell’Europa, già 20 anni fa.

Quella comunque fu una trattativa da ultimo giorno di calciomercato, di quelle veloci senza pensare. Odiavo il Gonzaga.

Ci vuoi andare in un’altra scuola? Sì.

In un’estate ero passato da una “elite” all’altra: dal “Gonzaga” alla “Gianni Celeste”.

L’ “S.M.S. Gianni Celeste” fu la mia palestra. La caserma che mi formò come “cianè”.

Iniziò così il mio essere William, William Galt.

Passai da figlio di famiglia che arrotolava gli spaghetti col cucchiaio, a canzoni che parlavano di droghe e latitanti.

Il “canazzo di bancata” s’era appena svegliato.

Un passaggio che contribuì allo sviluppo senza colpo ferire. Non riscontrai infatti particolari difficoltà esistenziali. Mi adattai come un guanto alla nuova situazione. Anzi, lo trovai estremamente stimolante, formativo.

Ringrazio ancora mio padre per quella scelta.

Alla “Gianni Celeste” la musica era caposaldo per una durevole amicizia o per scoprire di saper amare. Ai quei tempi, in quei posti, bastava la prima nota di “tu, quindici anni” per un ingravidamento di massa.  Nino D’Angelo e lo stesso Gianni Celeste, erano il primo viagra emozionale di Palermo.

Io, un po’ tonto, passai dall’immaginare una cicogna che portava i bambini alla musicassetta, tarocca, che ingravidava. Ero confuso, e appariva ancora evidente il problema di informazioni sul sesso che avevo.

Nonostante questo, lo slang, le facce e la loro musica per me non avevano più segreti. Riuscivo a mimetizzarmi, seppur nell’aspetto ricordassi un ragazzetto americano cicciottello. Sapevo intervallare i “talè” ai “minchia” come uno di loro.

Per me era motivo di soddisfazione. Ero integrato. Meno per i miei, che con la scuola Gonzaga avevano sperato in un futuro da eminenza grigia della città più che vedermi così ben celato tra le attuali tinte “celesti”.

Ti giuro amore non la tocco piú
la polverina che dicevi tu
ca me faceva tanto male e poi
senza capi m’alluntanav a te
era giá schiav e chella cosa lla
me costringeva pure a ghi a rubba
ma tu nun me lassá
cu tte non ce la fá. (Gianni Celeste – Non la tocco più)

Le giornate cambiarono di colpo.

Se fosse un film ero giunto al secondo tempo, senza la normale pausa di riposo.

Passai dalle lotte per lo scambio dei giochi Nintendo ai racconti sulle mie compagne che “trovavano” amore occasionale.

In poco tempo, mi abituai alle storie struggenti di fratelli che morivano per droga e ad altri distesi sull’asfalto per via dei motorini truccati. Ero diventato un adulto di 12 anni.

Distinguevo ormai i ghigni, che poi sono paralisi facciali, le smorfie, i sentimenti di questa Palermo a chilometri di distanza.

Conobbi persino il mio primo amore “virtuale”, ma non restai incinto.

Poi nel 1992, quei 12 anni crebbero ancora.

Toccò a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Cominciavo a capire e distinguere. Nonostante tutto, quella scuola mi insegnò tanto. Anche sul fronte antimafia.

Partecipai con tutta la “Gianni Celeste” al primo corteo post strage di Capaci e non cambiai più. Restai per sempre uno di quei bambini diventati adulti troppo presto che seppero scegliere da che parte stare.

Non la toccai mai.

Nota per i non palermitani.

“Canazzo di Bancata” è il ragazzo di strada che tende alla microcriminalità, similitudine appunto con i cani di strada che attendono il cibo appostandosi dietro i banchi dei mercati.

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