Diario S1 G16. La malattia del pallone

Diario S1 G16. La malattia del pallone

La malattia del pallone invase il mio cervello fino all’età di 20 anni. Poi all’improvviso svanì, come sparisce qualcosa di cui non senti più il bisogno

1 X X 2 1 X 1 X 1 1 2 1 X
nella strada tutto solo
fa uno slalom tra i lampioni
e la città
sta in ciabatte
e la luna su nel cielo
stropicciandosi gli occhioni
(Claudio Baglioni – 2X1)

Come già visto nei post precedenti, nel mio passato, c’è stato un momento, assai lungo per la verità, in cui vivevo esclusivamente per il pallone. Fu così che intorno ai 15 anni fondai la prima società di calcio. Ovviamente senza piccioli.

All’epoca, grazie al lavoro di mio padre, disponevo di un campo di calcio quasi regolamentare che potevo sfruttare a “gratisse” per le mie passioni.

In poco tempo diventammo famosissimi; si era sparsa la voce che si poteva giocare a gratis e a tempo indeterminato contro dei pipponi da far invidia alle isole Fær Øer!

La Montepellegrino f.c. però, grazie alla continuità e al gioco ad oltranza, riuscì nell’impresa di diventare una “buona squadra” di calcio a 7. Impegnavamo 3 giorni la settimana in partite estenuanti che non tenevano conto neppure della condizione atmosferica. Il resto del tempo lo impegnavamo ad organizzare nuove sfide e piccoli allenamenti in famiglia. Eravamo veramente ammalati di pallone.

Diventammo così famosi da dover elaborare una turnazione per permettere agli oltre duecento ragazzi di partecipare alle nostre partite. I nostri avversari si organizzavano in squadre provenienti principalmente da scuole superiori come il Duca Degli Abruzzi, dal Liceo Meli e dallo scientifico Cannizzaro. Dal Meli si arrivarono a formare addirittura 4 rose. Dal Cannizzaro invece, arrivò la formazione più forte che, col tempo, imparammo anche a battere. Era la partita che sentivamo di più in assoluto. Fino a quando riuscimmo a strappargli uno dei loro difensori più forti.

Oltre ad esse, un paio di squadre “scanazzate” furono formate da ragazzi di via Sampolo ed una dal Don Orione via Montalbo (il DONDORIONE).

Ma chi erano i super pipponi della Montepellegrino Fusball Clubbe? Ve li racconto per caratteristiche più o meno reali, meno per i loro nomi che saranno invece di fantasia.

montepellegrino-fc---malattia-del-pallone

Culio: Portiere dalle chiappe larghe. Altezza media, bellezza media, corporatura media, pelosità massima. Aveva un lungo ciuffo alla Nicola Berti, ma rimorchiava molto ma molto meno. Anzi proprio zero. Da grande voleva fare l’attaccante, ma non sapeva calciare. Insomma come un qualsiasi giocatore della Nigeria era forte fisicamente ma scarso tecnicamente. In porta invece era un fenomeno. Riusciva a prendere qualsiasi palla arrivasse dalla corta e media distanza. Disastroso su qualsiasi palla si alzasse oltre la sua testa. Soffriva praticamente di mani. Per lui il pallonetto era come un giro in bicicletta dopo 12 pinte di birra. Non riusciva proprio a mettere a fuoco. Era capace di prodezze straordinarie e poi farti perdere una partita per un tiro mal riuscito da centrocampo. Culio era conosciuto anche come il rissoso del gruppo. Nonostante sorridesse sempre, non ci pensava due volte ad entrare sulle gambe di un avversario cercando di rimuovergliele in un sol colpo. I problemi tecnici si vedevano anche sui rinvii. Non ricordo un rinvio che lanciasse un contropiede. In genere finiva sempre in rimessa laterale o mi toccava tagliare il campo per tentare un recupero palla. Se dovessi dargli un voto alla carriera, sarebbe comunque un 7, in porta per noi fu una garanzia. Almeno parava.

Galino Dejan Savicevic: 27 anni per i documenti, 73 nel fisico. Era il nostro genio, ma solo nelle idee, negato col pallone. Fu uno degli ultimi acquisti prima della definitiva scomparsa della squadra. Fece un solo gol sfruttando un contropiede in una partita senza fuorigioco. Era magro, magrissimo, dalla pelle bianchissima ed una pettinatura alla Ficarra di Ficarra e Picone. Non era lento, era direttamente alla moviola. Di lui ricordiamo il doppio passo di twist per spegnere la sigaretta e l’estro che solo i grandi talenti del ballo hanno. Non era nato per il calcio, ma faceva parte del gruppo. Si meritò una maglia, che non lavò mai.

Lorenzo Acquadimare: fratello meno noto di Ben. Nonostante fosse esile aveva l’entrata granitica. Veloce sulla fascia, non agilissimo, quasi robotico, calciava soltanto di sinistro. Muoveva la gamba con la flessibilità di una mazza da golf. Nella comitiva era famoso per la somiglianza con Gianni Morandi. Era assai notevole il baffo di piombo che si collegava alla basetta appena partiva un sorriso. Era un ragazzo veramente buono. Per il pallone e per la nostra squadra si sarebbe tolto la vita.

Paponzo: l’omino Michelin prestato al calcio. Difensore incapace di coordinare due arti separatamente. Praticamente un playmobil prestato al pallone. Nella storia del calcio di strada era fatto per il ruolo di portiere. Nella nostra no. Quando prese la patente rischiammo un centinaio di volte di morire. Al cambio marcia corrispondeva uno spostamento brusco del volante. Era un riflesso automatico delle sue braccia, il passaggio dalla prima alla seconda avveniva con: colpo di frusta a destra, colpo di frusta a sinistra. Poi la terza marcia dava un colpo al centro, la quarta non la usava e si passava direttamente alla quinta che riconoscevi perché ti beccavi la testata sul finestrino.
Era un monolite peloso, a 14 anni aveva la barba di un camionista del Quebec. Mani e piedi avevano la stessa dimensione. Era progettato in modo speculare: gambe e braccia della stessa lunghezza, in alto al centro del corpo ci stava il blocco testa, in basso al centro, il blocco riproduttivo. Praticamente un rombo obeso. A 15 anni era già a fine carriera. Attaccato al denaro e furbo di quella furbizia tutta palermitana, persi le sue tracce poco dopo la maturità. Sapeva calciare soltanto di “puntazza arraggiata”. Tutte le altri parti del piede servivano per camminare, anche se, a volerla dire tutta, per camminare usava soltanto i bordi esterni del piede. Non saprei spiegarlo meglio, sfidava le leggi della fisica. Nonostante questo, fu uno dei tre fondatori del Montepelligrino.

Ben Acquadimare: di lui sapete già tante cose. Era la mia spalla in attacco, veloce e con i piedi buoni. Sempre pronto a raccogliere i miei assist, fu colonna portante della squadra. Adorava far annusare i suoi calzini a Paponzo al termine di ogni partita.

Ciro Sborro: Non ricordo un cazzo su CiroSborro. Se non questo nomignolo che gli affibbiammo per la totale assenza di simpatia. Giocò con noi per qualche partita e si rubò pure una maglia delle nostre.

Mizzica Oh: L’ipovedente. Era lento e coi capelli grigi già a 18 anni. Dotato di una buona tecnica di base, nonostante il fisico minuto era abbastanza forte nei contrasti. Copriva bene il ruolo di centrocampista ma potevi passargliela solo sui piedi. Giocò un paio d’anni poi lasciò la Sicilia per un lavoro al nord.

White: stava al calcio come Rocco Siffredi alla chiesa. Non potrei aggiungere altro. Era agile ma di quell’agilità utile per rotolarsi sul materasso. Aveva i capelli lunghi, cosa che lo rendeva il figo del gruppo. Lo convocammo per questo.

Nasonte: Dotato di ottimo naso, ottimo se sei un beagle alla ricerca di tartufi, meno se di mestiere giochi a calcio. Aveva buona corsa e un fiuto innato per il gol. Mi pare pure ovvio, con quel cazzo di naso che c’aveva. Fece un ottimo campionato facendo il mio stesso numero di reti. Sparì dietro ad un bancone di salumeria e non lo ritrovammo mai più.

Sorello Kessler: Difensore in punta di piedi. Danzava al ritmo degli avversari, ma non li prendeva mai. Poco propenso alla corsa, deprivato della tecnica. Del calcio conosceva il manuale di istruzioni. Non si applicava. Fu il terzo “sorello” delle gemelle Kessler.

Ciairo: Partì con uno stile da immigrato prestato al calcio. Tanto kebab in mezzo al campo e poca sostanza. Fisico statuario, buona corsa e tanta fatica a fine gara. Via via diventò insostituibile diventando il miglior difensore della squadra. Negli anni crebbe tantissimo, acquisendo persino l’uso del dribbling e del passaggio.

‘O Gegè: Ero io. Alto e dai buoni piedi. Bel tiro e con capacità di visione. Oh, il diario è mio e decido io. Non amavo rientrare oltre la linea di centrocampo ed ero soggetto ad infortuni. Feci tantissimi gol, me ne mangiai altrettanti. A 17 anni, dopo la rottura del perone, appesi quasi definitivamente le scarpette al chiodo. Fu l’ultima di una lunghissima serie di delusioni da pallone.

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