Il muro di una chat

Diario S5 G36. Il muro di una chat

I don’t need no arms around me
I don’t need no drugs to calm me
I have seen the writings on the wall 
Don’t think I need anything at all
All in all it was all just bricks in the wall
All in all you were all just bricks in the wall (Pink Floyd –  Another brick in the wall)

Quante volte avete partecipato a conversazioni tristi, così tristi che persino le vostre “emoticons” v’hanno chiesto un momento di ferie? Ecco, tante. Lo sapevo e lo so bene per ciò che mi riguarda.

Il muro di una chat

Tante volte cerchiamo nel nostro interlocutore uno spazio di comprensione che va anche al di là delle capacità di essere un umano.

Quanto può essere comprensivo infatti, un soggetto dall’altra parte del mondo, che sta pensando ai cazzi suoi e che nel migliore dei casi sta realmente leggendo tutto ciò che state scrivendo.

Appunto, veramente poco.

Probabilmente starete pensando: oh mamma! Che contatti di merda che c’ha William Galt!

Eppure, eppure, anche a voi sicuramente sarà capitato di rispondere alle conversazioni di qualcuno “AHAHAHAH” o “WOW”, peggio ancora, “GRANDE!”, mentre siete concentrati a pensare ai cacchi vostri. “Minchia devo cagare!” , “Oh no, devo lavorare!”. Tutte riflessioni profonde, per carità.

Ragionamenti che facciamo in sovrappensiero, indistintamente, mentre intratteniamo una conversazione sul nostro what’s app ed il nostro interlocutore tenta di sedurci, conoscerci o chissà che.

Ecco. Parlavo di cose così. Non credo e sappiamo bene, che tante delle nostre conversazioni sui social non esprimono il nostro reale pensiero. “Minchia devo cagare” è qualcosa che teniamo per noi o al massimo per qualcuno realmente vicino a noi. Non ci sarà mai, o quasi, una discussione in cui interverrete interrompendo la falsa ritualità da inutile attenzione, stroncandola con un intervento poco virtuale.

Come finirebbero le battute poco divertenti dei vostri amico o peggio ancora, gli “affairs sentimentali”, chiosando che di ciò che parlate, non ve ne importa un fico secco.
Pensateci per un solo momento.

E’ la nuova libertà, lo sappiamo e la evitiamo.
Tutti infatti, ci ostiniamo a voler trasmettere pensieri ed emozioni attraverso questo mezzo infernale. Le “chat” che è vero, ci permettono una leggerezza comunicativa difficilmente ottenibile con una relazione “face to face” e che però, sempre di più, contribuiscono ad una spersonalizzazione dei sentimenti e della concretezza. qualsiasi essa sia. Sono un muro. Di tristezza e spesso slealtà.

Le mie, chiaramente, su quanto dico non sono certezze, non la voce di tutti. Però tante volte mi è capitato di buttare l’occhio sulle persone che mi circondano. Le vedo chattare, e succede che leggo qualche conversazione che intrattengono. I loro volti, quasi mai, corrispondono al pensiero che stanno esprimendo. Sono seri, incupiti e però, leggendo ciò che scrivono, esprimono sorrisi, risate e a volte, amore. 

Proprio come capita a me al di là del muro. Questo mi fa sentire meno solo, seppur, ad onor del vero, “infelice” nonostante stia trovando quella libertà che dicevo.

Quella che fatico a trovare difatti, con la dovuta cautela alle parole, è “la sicurezza” che le mie conversazioni virtuali, poche, con gente fuori dalla cerchia con cui parlo “veramente”, non siano come quelle che conosco; scrivo a loro e penso tra me e me (distraendomi allo stesso tempo): “mi sta leggendo, ride e pensa che deve cagare. Ne sono certo”.

Sicurezza è una parola grande, lo so, ma se le persone a cui tengo di più, frutto già di una selezione, si comportassero come quelle che vedo?E se fingessero anche loro quell’interesse voluttario?

Pensatelo anche voi per un momento. Realizzate il fatto che potrebbe capitarvi di intrattenere una conversazione amorosa, tecnicamente corrisposta, mentre l’altra, scocciata, ingrugnita ripassa le foto di un altro, scrive ad un altro e sorride, sul serio, ad un altro. 

Che tranvata, eh!

E se in quel momento, nell’istante in cui, lui o lei parlano con voi, foste li, ad osservarli in questo atteggiamento ambiguo?Cosa provereste?

Altro che palo in fronte!

Ecco perché ci serve libertà dalle chat. Il superamento di quel muro. Ecco perché dobbiamo riappropriarci di uno spazio di verità sostanziale. Le chat sono utili e lo sappiamo; ci tengono informati e lo fanno velocemente. Vero. Siamo sicuri però che le stiamo affrontando nel modo giusto?

Siamo realmente sicuri che non gli affidiamo dei comportamenti che un giorno dovranno affrontare la verità?

Domande o meno, osservatela anche voi l’altra gente che digita e, se potete, con estrema discrezione, buttate l’occhio su cosa scrivono e su cosa esprimono col volto.

Pensateci ancora. Riflettete sul vostro comportamento in chat, al modo in cui vi relazionate con amici e presunti tali. Immaginate di esprimere quei volti durante una conversazione divertente, d’amore o di qualsiasi altro tenore. E di essere dall’altra parte del muro.

Stiamo destrutturando la corrispondenza tra sentimento e scrittura, tra emozioni e realtà. Ripensate dunque a quanto ciò che inviate se sia corrispondente al vostro reale stato emotivo. Quando lo farete, limerete la vostra lista dei “contatti” in men che non si dica. Vi sentirete liberi. 

Liberi di essere. Liberi di vivere senza un muro che oggi amiamo soltanto perché ci siamo abituati a vederlo.

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operativo di sicilia

Diario S5 G35. Operativo di Sicilia

Operativo s-s 
se ven llegar los soldados 
a la sierra sinaloense 
llegan comandos armados 
se ven llegar los gusanos 
que llegan de todos lados. 

( Banda Astilleros – Letras de Operativo S-s )

In Sicilia, in una esclusiva tutta regionale, esistono gli “operativi”, uomini, ma anche donne, che nel tempo hanno costruito su di sé la fotografia della deficienza e che però, magnificano la propria esistenza nella prontezza di riflessi verso l’azione, spesso lavorativa, al grido di “operativo/a”. 

Un lessico derivato da quella tv anni ’80, a simboleggiare la propria disponibilità al sacrificio quasi come se fossero degli americani in Vietnam.

Accanto ad “operativo”, ci aggiungono anche un verbo, ovviamente alla fine, “sono”, in modo da non lasciare dubbi ad eventuali interlocutori extra regionali, sulla propria provenienza geografica. Anche perché gli “operativi” ormai sono ovunque. un prodotto d’esportazione e di eccellenza mediterranea. Com’è che non li vendono da Castroni ancora non mi è chiaro.

Ultimo, ma non ultimo il gesto marziale, “operativo sono” infatti, si pronuncia esponendo all’infuori il petto e, come appunto militari, irrigidendo le gambe nel tentativo di portarle in parallelo.Non fanno il movimento della mano in segno di saluto, solo perché coordinare un terzo elemento, non gli riuscirebbe facile.

Di “operativi” nella mia vita, ne ho incontrati davvero tanti; sia nel lavoro che ai tempi della scuola e, pensate, persino nell’amicizia. Un amico operativo infatti, si dichiara per sempre o almeno, fino a quando non gli chiederete un favore. A quel punto scoprirete che tutta quell’”operattività”, se ancora foste nel dubbio, non è altro che lo spot della propria irrilevanza.

Gli operativi intatti, sono variabili, giusto per centrare il filone della matematica, che vivono in una query, spostandoci sull’informatica che non porta ad alcun result. In sostanza, nonostante la propensione a lanciarsi, un “sierbunu” a niente.

E vi giuro che giungo a questa conclusione, perché ne ho incontrati davvero tanti specialmente dicevo, nel lavoro, dove in genere ricoprono funzioni apicali, sicuramente sempre più in alto di me, o decisive per lo sviluppo di una azienda. Ruoli che poi esercitano con le capacità del famoso peggior sistema operativo della storia: Windows Millennium.

E a tal proposito, vorrei stimolare i cosiddetti “millenials”che debbono sapere che vengono definiti tali, allo stesso modo di ciò che fece la Microsoft con il nome del suo sistema nato per essere il futuro dell’interfaccia informatica nel nuovo millennio e che fu, senza pareri discordanti, la più grande ciofeca che gli utenti dei personal computer del mondo abbiano, mai unitariamente uniti, incontrato. 

Lo disinstallammo senza rimpianti un mese dopo averlo provato e se ne persero le tracce poco dopo. Tranne li operativi. Loro continuarono a lavorare con “Windows Me”, fino alla fine del primo decennio degli anni duemila.

E non fu un caso. Neppure isolato.

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madonie

Diario S5 G34. Le Madonie, uno spazio con l’inerzia intorno

Terra che nun vò durmì
e nun vò cagnare,
terra addò abbruciano ‘e parole,
viento che nun e po’ stutà.
Voglia ‘e turnà
dint’e vicoli e sta città,
guarda e ride e te vò tuccà,
nun se ferma mai,
voglia ‘e verè (Teresa De Sio – Voglia ‘e turnà)

madonie

Ci sono luoghi che già guardandoli dal cielo ti fanno capire quanto sono “piatti”. Ombre, che dai satelliti si notano appena, accennati con dei rilievi, si fanno spazio tra le cime di montagne deserte.

Avvicinandosi appena, si illuminano con la luce del giorno. Ci sono case a tre piani, divise a stento dal vento, tutto a torno si diramano grigi asfalti, moderni e pieni di fossi.

Le chiamano strade, ma se ci passate con un mezzo a due ruote, rischiate un bel botto che il cervello vi chiederà perché?

I paesi delle Madonie più o meno sono così, case su case di gran lunga il doppio se non il triplo della cubatura di cui necessitano gli abitanti, decimati dalla mancanza di lavoro e dall’impossibilità di vivere luoghi che non offrono nulla.

Sono luoghi dove pietre, cemento e mattoni, risposano in un equilibrio che le rende immutabili al tempo e alla storia. Almeno, quasi sempre immutabili.

Case che si vivono a stento e che però, non limitarono gli speculatori di un tempo, che, pur avendone tante, ne costruirono altrettante, edificando  palazzi quadrati, di ferro e cemento che non servivano a nessuno.

Fotografano così una realtà inequivocabile: l’unica immobile, è la volontà della persone. La propensione di contribuire alla rinascita del proprio spazio, della propria casa. E invece no. Lasciarono far cubi di calcestruzzo senza mai rifar le facciate a ciò che già c’era.

E vabbè, direte voi. E vabbè un cazzo.

Le Madonie sono la bella addormentata in attesa il principe salvatore e nel frattempo, nell’inerzia, dormono, scomparendo ogni giorno.

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Bradimino Franzetti

Diario S5 G33. Bradimino Franzetti

ay ay ay ay, non sono più solo,
tornato è l’amore che un giorno parti,
c’è il sole, cielito lindo

(Fabrizio De Andrè – Cielito Lindo)


Bradimino Franzetti

Bradimino Franzetti alias mio cugino, è il penultimo di una figliolata di parenti nati dall’amore tra una mia zia ed il sosia palermitano di Renato Carosone.

Bradimino Franzetti Carosone dunque, è uno dei tanti cugini di primo sangue che dicono io abbia, e non ho motivo di credere che non sia così, del quale però, non ho traccia e memoria.

Con lui c’è stato un momento in cui ne abbiamo passate tante, o meglio, ne ho passate tante, perché lui quasi sicuramente non ne sapeva nulla. Franzetti infatti era il classico cugino del “ti mando a mio cugino” solo che a sua volta quasi sicuramente avrebbe mandato un suo cugino che poi era pure mio parente, ma io non c’avevo confidenza e dunque lo mandava lui.

Ai tempi di Bradimino vivevo un momento di gloria; c’avevo un amico vero, ch’era pure parente, come nei racconti dei miei compagni, e, badate bene, anche quello pieno di figa! Nei suoi racconti c’erano femmine ovunque.

Assatanate e vogliose le donne cadevano ai suoi piedi e un giorno, vista l’amicizia e pure la parentela un giorno sarebbe stata pure la mia fortuna. Per successione. Parola sua.

Perché Bradimino era un tipo generoso, soprattutto con le parole. Un chiacchierone di proporzioni galattiche e quando facevo notare questi suoi eccessi, teneva a smentirmi con solerzia.

Ed ecco quindi che un giorno una tizia me la presentò davvero. Era pure molto carina, credo si chiamasse Claudia, e c’aveva due sorelle che ovviamente erano ai suoi piedi. Fu un lungo momento di passione, culminato con lo scambio del numero di telefono di casa, a cui però non mi rispose mai.

La rividi ad una festa di compleanno, di quelle in casa, con i parenti adulti rinchiusi in cucina, mentre gli altri bevono sangrie allungate e si spaccano i timpani grazie al cugino di uno che fa il DJ.

Io che non ho mai amato questo genere di divertimento, passai la festa sospirando ed inseguendo Claudia tra i corridoi, immaginando un appartamento con lei mentre percorrevo l’appartamento di lui. Finì quando la vidi nell’appartamento con un altro.

Ai tempi non c’era internet, non c’era facebook, non c’era instagram e una donna che avevi visto una volta o due, restava l’ultima, senza alcuna possibilità di rivederla. Specialmente per quelli come me, che a 16 anni oltre ad essere timidi, erano anche “piedi-muniti”.

Claudia restò per un lungo tempo un sogno irrimediabile e forse per questo il rapporto tra me e Franzetti si interruppe pochi mesi dopo.

Dentro di me pensavo: dai però Bradimino non è più bello, simpatico e carismatico di me! Sono pure 20 centimetri più alto!

Bassino, naso aquilino, orecchie aquiline, capello aquilino, Franzetti si può definire senza dubbio, un palermitano che porta l’aquila, simbolo della città, più che nel sangue, sul volto. E’ proprio il manifesto del palazzo di città.

Mio cugino infatti non era poi questo gran bel ragazzo, anzi pareva un narcos sfuggito a qualche faida tra i cartelli e rifugiatosi in quel di Monreale. Eppure abbordava. Certo, erano tasce, però le abbordava.

A renderlo ancor di più un personaggio poi c’era la sua mise, quasi sempre a scacchi nella camicia, velluto al pantalone e mocassino lucido bianco e nero con calzino bianco sempre in evidenza, a renderlo un perfetto conquistador di città.

Insomma, se si fosse accompagnato ad una banda di mariachi, avrei avuto difficoltà a riconoscerlo.

Però piaceva. Piaceva tanto. Soprattutto alle diciottenni, quelle che a cui speravo d’arrivare io. E poi come un mantra: “Cucì, usciamo? Un ti preoccupare, ‘u pilu u mettu io!”

“Amunì.”

Mio cugino era così, la fava, più che portarla la coltivava e poi la spacciava. Come ogni buon messicano di monreale che si rispetti. Ed io, in qualche modo, la volevo semenzare, senza però ottenere mai alcun successo.

Hasta la fava siempre!

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2x1000

Dario S5 g32. Ci mancava il 2 per mille

che voglia di cambiare che c’è in me
si sente il bisogno di una propria evoluzione
sganciata dalle regole comuni
da questa falsa personalità (Franco Battiato – Segnali di vita)

Uno dei modi di dire più conosciuti e che ho però sempre riscontrato è, senza alcun dubbio: “il diavolo alliscia, quando vuole l’anima”.

E quando le persone vogliono qualcosa da te diventano affabili, presenti, amichevoli, disponibili e, cosa più importante, reperibili. Ci sono sempre. Anche quando non vorresti proprio vederli.

Questi sono i giorni in cui l’anima degli aventi reddito è preziosissima. Da più parti infatti, sentiamo chiederci, a volte senza neanche garbo, una “cortesia”, “un contributo”: il “2×1000”.

Con il 2 per mille dell’Irpef i contribuenti italiani infatti, possono, “volontariamente”, devolvere denaro a realtà “non profit” impegnate a diverso titolo nella valorizzazione e nella promozione della cultura (non è alternativa al 5 per mille, ma va ad aggiungersi al 5 per mille).

Ecco, ammesso dunque che abbiate un lavoro, quindi un reddito, sappiate di essere entrati nel mirino dei questuanti della “cultura”.

Quello che però non comprendo è come sia stato possibile l’ingresso nell’elenco dei beneficiari di partiti ed organizzazioni politiche. Ma vabbè, in Italia tutto si può. D’altronde a lavoro i miei grandi capi m’hanno sempre spiegato che le regole per fare le cose in Italia sono sempre due: uno statuto abbondante e le carte sempre a posto.

Per il resto puoi dormire sonni tranquilli.

La dichiarazione dei redditi dunque s’è trasformata nell’elemosina del nuovo millennio, divisa per mille e richiesta da cento.

E se prima dovevamo “difenderci” e scansare luoghi invasi da venditori di rose, lavavetri, posteggiatori, familiari dei carcerati, organizzatori di feste di quartiere, nipotini “ca vonnu ‘u gelatino”, interpreti di sogni, lettori di mani, massaggiatori, teatranti dal basso, cestini per scambiarsi segni di pace, gattari e canari e gli “amunì fammi campare”, oggi ci toccano pure loro, i politicizzati.

Che sono pure i più fastidiosi.

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Atti scemi in luogo pubblico

Diario S5 g31. Atti scemi in luogo pubblico

A chi
io parlerò se non a te.
A chi
racconterò tutti i sogni miei. (Fausto Leali – A chi)

Atti scemi in luogo pubblicoDall’avvento di internet il luogo pubblico per eccellenza è diventato il web. Tutto passa dalla rete; notizie, conti correnti, televisioni e persino la nostra reputazione ormai è fortemente influenzata da ciò che facciamo navigando.

Se prima consideravamo un luogo pubblico solo un posto frequentato da persone, da tempo  è considerato pubblico anche ciò che “rendiamo accessibile” sui nostri social network.

Un’azione per intendersi pubblica, ricordiamolo, deve comunque avere uno spettatore potenziale ed il “web”, grazie alla sua globalità, è sempre pronto ad osservarci.

Questo ha accresciuto i fenomeni di egocentrismo e ha facilitato il prosperare di azioni pubbliche sceme al fine di ottenere visibilità.

In principio il motore della “scemità” fu Youtube, che permise lo scambio di video amatoriali che trasformarono di botto, sconosciuti, in star che si promuovevano a”scorregge”, cadute, tentativi di suicidio spacciati per divertimento e tanto tanto altro che non pensavamo nemmeno si potesse avere il coraggio di fare e raccontare.

Poi arrivarono i social network e la gente cominciò a scrivere più diffusamente i propri pensieri. Il che fu anche peggio dei video virali.
Successivamente, grazie anche ai cellulari, allo scritto affiancarono le immagini. Passammo da improbabili lavori di grafica, all’auto promozione di sé.

Ho già parlato tante volte del selfie, delle sue modalità di scatto e di quanto amore per la propria persona ci voglia per diffondere se stessi, al mondo, in certe pose.

Il selfie è quella voglia irrefrenabile di fermarsi in qualunque luogo per immortalarsi con espressione da scemi ignorando ciò che sta intorno.

Basta guardarsi intorno per osservare “scemi” in ogni dove; durante le tragedie, al centro di un incrocio, prima del passaggio di un treno, dopo il passaggio di un treno, davanti ai resti di un uomo schiacciato dal treno, in sala parto, prima del concepimento, di notte, di giorno, al mare, in città, musei, opere d’arte, opere e omissioni, ma liberaci dal male, amen.

Il selfie dunque si può considerare certamente il “Re” degli “atti scemi in luogo pubblico” seppur ormai, con la solita velocità della tecnologia, possiamo considerarlo quasi superato.

Quando tutto poi sembrava essere giunto al punto massimo dell’idiozia infatti arrivarono i “boomerang”. Funzionano come i selfie, ma sono video.

I boomerang sono delle clip video di pochi secondi, realizzate con applicazioni cellulare create appositamente, che non fanno altro che velocizzare, comprimere e poi far tornare indietro la sequenza registrata per un numero minimo di tre volte, trasformandola in un filmato di pochi secondi, in cui l’azione viene ripetuta e riavvolta come facevamo un tempo con le vhs cercando di inscenare movimenti da un fermo immagine.

Una volta registrate, la maggior parte di queste clip viene diffusa attraverso “Instagram” o “Facebook” alla ricerca di qualche like e di presunto divertimento. Ed è incredibile pensare come una pestilenza attacchi l’umanità fino a colpirla nello stesso momento.

Tutte le clip pubblicate infatti, come appunto gli sfoghi sul corpo dovuti ad una pandemia da virus, si ripetono nello stesso identico modo e con le stesse modalità. E nel web tutto questo accade di continuo, come se improvvisamente tutti sentissero le stesse necessità ed in particolare quella di apparire idioti.

Principalmente i video sono quasi sempre dicevo delle auto riprese che inquadrano più o meno questo: due o tre persone che scuotono simultaneamente la testa ammiccando con le sopracciglia; gente che salta all’unisono; donne che mandano baci suadenti; uomini che rispondono meno suadenti ma sudaticci; donne che accennano movimenti sexy col corpo; uomini che sollevano pesi; donne che aspirano una sigaretta ed espellono il fumo; uomini che ammiccano sollevando gli occhiali e poi cani che leccano qualcosa; gatti che leccano cani; cani e gatti che leccano persone; persone che leccano cani e tante altre cose così.

Sono dunque delle riprese senza fine e senza finalità che però continuamente invadono e distruggono l’immagine di persone, anche molto serie il che poi è l’aspetto che più mi turba.

Se infatti non ho nulla in contrario al fatto che dei quindicenni giochino, seppur stupidamente, con questo genere di applicazioni, trovo altresì incredibile che a farlo siano i loro genitori.

Avvocati, liberi professionisti di qualsiasi ordine, insegnanti, sociologi, medici in servizio, tutti impegnati a distruggere l’idea che abbiamo di loro, per due stupide clip in cui scuotono la testa come quei “canuzzi” giocattolo degli anni ’80 che poggiavamo sui cruscotti delle Fiat Ritmo.

Boh.

Amici, siamo chiari, non ci andrei mai a curarmi e ancor di più a farmi difendere da qualcuno che passa le sue giornate a filmare cocktail che vibrano o che ammicca come ammiccherebbe una scarsa pubblicità che prova ad invogliarmi a comprare una crema in grado allungarmi il pene.

Ve lo dico sinceramente. Entemarecnis ocid ol ev.

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Maddalena Portala

Diario S5 G30. Maddalena Portala

People killin’, people dyin’
Children hurt and you hear them cryin’
Can you practice what you preach?
Or would you turn the other cheek? (The Black eyed peas – Where Is the Love)

Maddalena PortalaQuasi tutti i cittadini italiani sono registrati su Facebook, è un dato di fatto.

C’è chi senza problemi naviga con la propria identità ma anche chi finge di non esserci pur avendo almeno due profili fasulli per frugare i segreti altrui.

E’ un’applicazione droga, di quelle che pur odiandole non riusciamo a farne a meno, arrivando a giustificare la nostra presenza con frasi del tipo “è utile”, “mi hanno chiesto di iscrivermi per lavoro” o, tra i miei preferiti quelli che “ce l’ho ma non lo uso mai” però poi ogni volta che sei collegato li vedi online.

Sono i misteri del digitale, quelle cose che un giorno finiranno nei libri di sociologia e che alimenteranno la trasmissione “Misteri” del 2040.

Fatta questa necessaria premessa è bene sapere che la colonna che prevede i suggerimenti d’amicizia, oltre ad essere “influenzata” dagli amici in comune, molto spesso, è indirizzata da una semplice funzione e cioè l’aver consentito a facebook d’esplorare la personale rubrica telefonica.

Ecco infatti tornare a galla soggetti con i quali non avete più contatti o che sono fuori da qualsiasi cerchia di amici che siete soliti frequentare.

Tra questi m’è spuntata una tizia, di quelle che rimuovo sempre pure da suggerimenti perché mi girano i coglioni, che, per un breve periodo della mia vita è stata una collega.

Con Maddalena Portala il cui nome affibbiato non è necessariamente un invito esplicito, entrammo a lavoro praticamente lo stesso giorno. Io mi dovetti trasferire di città mentre lei abitava due portoni più avanti la sede di lavoro.

E’ una donna e fu una mia collega nei primi anni del duemila, quando ancora una certa malizia non aveva saturato la fiducia che riponevo verso l’umanità. Lei, che invece aveva già qualche anno più di me, dato il contratto appena firmato, evidentemente, conosceva tutti i segreti del mondo a cui ancora non avevo avuto accesso.

Appena arrivata, fu infatti assunta con un “primo livello” che a quell’epoca dava uno scarto al mio stipendio di circa 800 euro, nulla di male, se non fossero stati i “milleottocentoeuro” peggio spesi della storia dell’uomo.

Quella della firma del contratto infatti fu una delle poche occasioni in cui ci incontrammo nei luoghi di lavoro, era sempre in “missione” o “malata”, pur avendo ottenuto immediatamente un incarico di vice-direzione.

Ma la salute cagionevole non era il solo punto di forza di Maddalena, qualche mese dopo infatti venne colpita da una grave gravidanza in catena di montaggio, che terminò sei anni dopo, tre persino dopo che me ne andai da quell’azienda.

Fu insolito vederla poi a Palermo, incaricata dalla mia vecchia ditta di un progetto, con un ruolo chiaramente superiore al mio, bazzicare gli uffici del nuovo lavoro che già faticavo a sopportare. Lei era ancora in quell’azienda e per via di ciò che aveva passato, essere madri è terribile, venne trasferita a nuove mansioni, meno stressanti e il più lontano possibile dalla direzione, ma sempre con i “milleottocentoeuro” più scatti di anzianità.

Maddalena si sentiva afflitta per quella nuova condizione lavorativa, tanto da lamentarsene ampiamente con me. Era però felice perché anche quell’anno, per il decimo di fila, era riuscita ad ottenere un incarico all’università che la teneva impegnata seriamente. In effetti i “milleottocentoeuro” non erano abbastanza seri da prendersi pure delle responsabilità.

La cosa che non capivo è come facesse quella donna, che aveva giusto tre anni in più di me, ad avere tutte le qualità che la rendevano indispensabile per ogni progetto extra o per incarichi subordinati sempre di grandissimo prestigio.

E se fino ad ora vi sarete convinti che “Portala” sia allusivo per sottolineare una qualità sessuale, devo deludervi ancora. Maddalena infatti, scoprii tempo dopo, non otteneva nulla per via di scambi personali, era però la sposa di un influente uomo della città. Uno di quelli sempre pronto ad offrirti qualcosa per qualcosa.

Maddalela era la sua pedina di scambio, la risposta era sempre “Portala” che le facciamo un colloquio. Quei colloqui poi andavano sempre bene, tant’è che nella testa di Maddalena il suo curriculum parlava per sé. Per la sua esperienza pure, la sua laurea poi non ne parliamo.

Oggi è candidata per il consiglio comunale, non è neanche la prima volta e anche in questa occasione immagino per rispondere all’esigenza di un marito attento e generoso che necessitava della sua grande esperienza.

Per Maddalena infatti si prospetta un futuro glorioso anche in politica e se pur alla fine dovesse ottenere meno di 300 voti, sicuramente un giorno ce la ritroveremo Assessore e perché no, con quel curriculum persino sottosegretario.

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Duccio beep beep

Diario S5 g29. Duccio beep beep

E bomba o non bomba noi arriveremo a Roma (a Roma), malgrado voi.
La gente ci amava e questo è l’importante
regalammo cioccolata e sigarette vere
bevemmo poi del vino rosso nelle mani unite
e finalmente ci fecero cantare. (Antonello Venditti – Bomba o non bomba)

Duccio beep beep

Questa è la storia di “Duccio Beep Beep”, altro mio collega, questa volta del periodo “autista” a Palermo. Duccio è un uomo Pio, ma proprio Pio, di quegli uomini a metà tra la santità e il passito detto anche spuma, di quelli color vinaccia per passione.

Alto, corporatura da palermitano medio con la tradizionale pancia perfettamente circolare su un corpo ingrassato a zuccheri e malti, testa circolare che un tempo ospitava una capigliatura rossiccia di cui ormai restavano tracce sulle tempie, come un rudere in collina.

Beep Bepp era un picciotto bravo, di quelli che si scusano quando avviano una frase, “scusate, posso parlare?” oppure usando l’intramontabile “chiedo scusi”.

Insomma avrete già capito che il collega Duccio è un palermitano di quelli doc, dop, Dik Dik e Nico dei Gabbiani.

Soprannominato Beep Beep per via del lavoro, era sempre il primo a partire ma anche l’ultimo ad arrivare. Non per pigrizia, anzi, era pronto già all’alba, semplicemente non aveva cognizione della città e dunque ogni viaggio era un’esplorazione che partiva dall’onnipresente “tuttocittà” fino poi alla destinazione.

Era nato e cresciuto alla stazione centrale. Non s’era mai mosso dal suo quartiere, persino in viaggio di nozze non s’era allontanato da via Mendola. Non sapevamo nemmeno quale altro lavoro facesse prima di questo e sinceramente, era già fenomenale così per sapere altro. Una volta però andò anche a Roma.

Duccio era un vero driver, di quelli duri, come Robert De Niro ma con meno specchi, anche un po’ balbuziente, anzi “chieccu” come diciamo noi, per questo il beep beep ripetuto due volte.

Beep beep era il classico “patri i famigghia” di quelli “la famiglia prima di tutto” che sarebbero un manifesto naturale per una campagna elettorale di Giorgia Meloni se solo avessero una ideologia e non un viscerale odio dichiarato per il preservativo. “Un ci sientu prio e custa assai”.

Con questo suo “odio” però Duccio doveva fare i conti. Specialmente a fine mese. Era infatti il vice capofamiglia di una comitiva matriarcale, al cui comando appunto c’era la propria madre che con loro conviveva o per meglio dire, li ospitava e che, insieme alla moglie, componeva un nucleo familiare spropositato il quale aveva come nocciolo, un numero indefinito di figli.

Nonostante questo, se già non bastasse il fatto che fosse un disoccupato cronico e che il nostro lavoro avesse una durata temporale sempre assai breve, l’unica costante della sua vita era fare figli o meglio, la preoccupazione successiva, ogni nove mesi, sfornato l’ultimo, “cavuru cavuru” pargolo, di un nuovo figlio che lo rendeva uno zombie nei mesi successivi.

E in quei tre anni, dato anche il supporto economico del lavoro (ricordiamolo temporaneo), quell’incubo, si ripetè in modo continuo. Personalmente penso di aver partecipato ad almeno tre regali di nascita.

Ma se c’era una cosa che apprezzavo di lui era il sistema con cui organizzava i nomi dei figli e cioè, adempiuti i consueti “obblighi del rispetto”, si passò all’ordine alfabetico: Domenico, Emanuela, Filippa, Grimalda etc etc… Un modo geniale per non confondersi durante l’appello del mattino. Perché Duccio, dovete sapere, era anche uno di quelli che si confondono sempre. Per qualsiasi cosa. Un uomo di quelli confusi che balbetta come quando sei chiamato a rispondere ad una interrogazione che non hai preparato.

Per svolgere il nostro impegnativo lavoro, a fronte di un rimborso spese extra, utilizzavamo le auto personali per cui era scontato che ognuno di noi mettesse sul campo il rottame peggiore. Tranne noi due, io avevo appena acquistato la mia Toyota Corolla mentre Beep Beep un’autovettura non ce l’aveva mai avuta.

Un lavoro di questo tipo poi rende l’auto qualcosa a metà tra un letamaio e un carro bestiame. Gli ospiti sudano, puzzano, scorreggiano silenziosamente e poi fanno cadere sulla tappezzeria di tutto. Ti rompono le maniglie, le leve dei finestrini e a quei tempi c’era pure meno sensibilità verso i non fumatori e dunque cicche, cenere e quant’altro.

E se ogni giorno maledivo d’aver comprato un’auto nuova, Duccio, messo peggio, organizzava la giornata con mezzi di fortuna; auto in prestito nei primi mesi e poi via via con rottami comprati a poche lire da amici “fidati di me”, che poi puntualmente si guastavano in servizio e che gli costavano in carro attrezzi, manutenzione oltre che in bestemmie da parte degli utenti.

Peugeot 305 di Duccio

Poi, un giorno, arrivò la vettura perfetta. Comprata con i risparmi dei primi 10 stipendi, la Peugeot 305 station wagon, era l’auto dei sogni, utile sia a lavoro che per la famiglia.

La 305 era la 305 che tutti conosciamo; di quelle color coca cola che non riesci a distinguere quando finisce il colore e inizia la ruggine, coi sedili che ormai sono solo molle e gommapiuma, l’autoradio a cassette ed un solo altoparlante.

Ecco, se Duccio fosse vissuto in Texas sarebbe stato il proprietario di una “rat rod”, ma a Palermo la poesia è limitata, per cui era soltanto il guidatore di una “machina ri marocchini ca fanno ‘u mercatino a Bonagia”.

Il mito di Beep Beep però ha una vera e sola ragione: viale Regione Siciliana! Anzi, viale “Geggione Siciliana”, com’era solito chiamarla e che per Duccio risultava essere come le stelle degli antichi navigatori. Il collega infatti, come abbiamo già detto, assolutamente ignaro della città, qualsiasi servizio dovesse compiere aveva un’unica e sola via per arrivare: viale Geggione.

Quel viale, che attraversa la città e che collega l’entrata con l’uscita di e da Palermo rappresentava la sua unica certezza stradale. Insieme all’immancabile “tuttocittà” del’85, era l’unico mezzo che possedeva per orientarsi. Non aveva importanza dove si trovasse o cosa dovesse fare, l’unico modo per arrivarci era prendere viale “Geggione”. Fosse anche il giro di Palazzo, la strada giusta era quella.

Più in là conobbe il ponte di piazza “XXIII Vittime”, il porto fino anche il foro italico (via Crispi) riuscendo via via ad arrivare sempre con più puntualità e sempre più sudato agli appuntamenti.

Poi ci licenziarono e tutto finì per com’era iniziato; disoccupati.

“Io ca machina spasciata e iddu chinu ri pinsieri però ora puru ca machina ri campare”.

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Diario S5 g28. L’A.S.P.S.A.

La regola dell’amico non sbaglia mai
Se sei amico di una donna
Non ci combinerai mai niente
Mai “non vorrai
Rovinare un così bel rapporto” (883 – La regola dell’amico)

A parlarne adesso l’associazione “single per scelta altrui” (A.S.P.S.A.),  potrebbe apparire banale, superata e persino una caricatura creata ad hoc per la scrittura di un racconto. Ma tra la fine degli anni novanta e l’inizio del duemila, esistemmo davvero.

Essere single era il requisito necessario per farne parte. Membro onorario se non avevi mai avuto uno scambio di alcun genere fino a 30 anni, nel direttivo se confessavi almeno un paio di approcci respinti in malo modo.  Alla base comunque dovevi certificare l’incapacità d’attrarre le donne. E se non l’avete ancora capito, era una associazione per “schetti granni e picciuttieddi”.

Tra noi, non aver baciato una donna era la norma e questo, in un mondo di “machisti” c’avvelenava le serate. “No, scusa hai capito male” era il mood della vita a cui appartenevamo e al quale ormai eravamo devoti.

“No scusa, per me sei solo un amico” era il nostro motto. E infatti nel gruppo c’erano solo maschi. Più amici di così?

Eravamo brutti è un dato oggettivo e forse messi tutti insieme, in comitiva, spaventavamo eventuali possibili amori.

Non c’erano social, non c’erano smartphone, non c’erano app. La socializzazione avveniva ancora incontrandosi e noi, che le uniche donne che frequentavamo erano le mamme, pur sforzandoci, ci limitavamo a dei “ciao” che non andavano oltre alla risposta.

In gruppo, anzi branco, dovevamo far proprio paura. Come quei lupi affamati però impauriti, che se la coda ce l’hanno tra le gambe, allora si stanno pure cagando sotto. Eravamo spaesati che alla ricerca di un “cibo” che ci faceva seguire tracce che si perdevano nei centri abitati.

logo A.S.P.S.A.C’era scarsezza, frustrazione, depressione. Alcuni di noi non avevano raggiunto i 18 anni d’età, altri li superavano da un pezzo. Nella lista ci si stava per voglia o per scherno, ma in ogni caso senza altra scelta.

Annotavamo segreramente, scherzosamente, i componenti del consesso, sperando, ridendo, di uscirne al più presto.

Sdrammatizzavamo. In questo c’era saggezza e la solita ironia che comunque ci contraddinstingueva.

Poi un giorno notammo un evento: ogni qualvolta qualcuno diveniva il primo della lista, poco dopo, si fidanzava. Passarono i mesi e passo dopo passo, nell’ordine preciso, uscimmo uno ad uno da quell’elenco.

E se con orgoglio rivendicai il diritto di eliminarmi per primo, fu così che passo passo si eliminò il direttivo.

Fu uno scherzo, un modo per sdrammatizzare. Ma di quei giorni non dimenticherò mai il senso d’appartenenza e quel qualcosa che unisce le persone nel momento del bisogno.

Di figa.

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Il Dott.- Ing. Ciccio Pollletti

Diario S5 G27. Il Dott.- Ing. Ciccio Polletti

Gastone,
ho le donne a profusione
e ne faccio collezione,
Gastone,
Gastone.
Sono sempre ricercato
per le filme più bislacche,
perché sono ben calzato,
perché porto bene il fracche.
Con la riga al pantalone
Gastone,
Gastone.
Tante mi ripeton: sei elegante! (Ettore Petrolini – Gastone)

Il Dott.- Ing. Ciccio PolllettiIl Dott. Ing. Ciccio Polletti fa parte di quel blocco di ferro delle amicizie che ha superato i due decenni d’esistenza e che compose per un quinquennio il consiglio direttivo dell’esclusivo “club dei single per scelta altrui” di cui facevo parte.

Ciccio o come lo chiamavano tutti Dott.-Ing. Ciccio Polletti, è un uomo di mezza età, lo è da almeno vent’anni.

E’ figlio di un palermitano ed una slava, single per scelta altrui, laureato nonché dottore di ricerca in ingegneria chimica,  da oltre quindici anni risiede nello stato di Catania ove lavora, mangia, gioca a calcetto e si occupa di politica, teatro, aiuole e nel tempo libero cantieri.

Ciccio Polletti, è sempre stato un tipo normale, di quei normali che ti fanno apparire bizzarro anche quando la cosa più estrosa che tu abbia mai fatto sia stata mischiare ketchup e maionese pensando d’aver creato la salsa rosa.

Oltremodo gli conferiva un certo perché l’abbigliamento, argomento per cui nutriva, per sua stessa ammissione, lo stesso interesse che si può trovare nel ricevere alle nove del mattino di una domenica di agosto un plotone di testimoni di Geova alla porta.

Ci raccontò così il suo rituale di vestizione che prevedeva il metodo della roulette russa e cioè sperando nel caso. La prima cosa che usciva dai cassetti veniva indossata, procedendo con ordine, maglia, calzoni, calzini, calzature e adducendo alla vista degli altri, danni irreparabili.

Quando uscivamo sembrava combaciare con le facciate di un cubo di Rubik ancora scomposto; abbinava improponibili lupetti gialli sopra pantaloni beige, che nascondevano immancabili calzettoni di spugna bianchi che finivano la corsa sotto a mocassini di pelle nera. E pensare che in quelle serate speravamo in un abbordo.

Diventammo amici nel lontano 1997, quando, appena arrivato all’Istituto, un suo collega di servizio civile, Galino Savicevic, con cui eravamo già amici, ci presentò formalmente: “piacere William“. “Uhm salve, Dott.- Ing. Ciccio Pollletti” e mi tese la mano.

Pochi minuti dopo quella veloce e fredda presentazione entrò nella stanza del responsabile del servizio, mio padre, fatto che mi indusse a pensare che quell’ingegnere attempato fosse un nuovo dipendente dell’ente, piuttosto che un giovane volontario del servizio civile.

Pensai di aver capito male ma non badai troppo alla cosa.

Qualche giorno dopo però, Ciccio, si unì alla comitiva, cioè quella formata da me e Galino, quella sera priva di White“, per una pizza.

Apro una parentesi. Sia Galino che il Dott.-Ing. erano accomunati dal mostrare un’età apparente superiore a quella che in realtà possedevano ed io, che c’avevo dieci anni di meno, sembravo il figlio di due attempati quarantenni disinibiti che componevano il quadro di una primordiale famiglia gender nella retrograda Palermo degli anni 2000. Chiudo la parentesi.

Quest’aspetto da uomo compiuto però me li rendeva assai simpatici e diversamente dagli altri amici che frequentavo, tipo “White” o “Acquadimare“, si mostravano anche decisamente maturi nel carattere.

Questa, pur sembrando una storia gay, giuro vuole essere soltanto la premessa del racconto di una lunga amicizia fra maschi “alfa e beta”.

I maschi alfa e beta si distinguono dai maschi solo alfa principalmente per un aspetto: “non c’hanno fascino, ma tanta ironia a compensare”.
E, da buoni “alfa e beta”, da non confondere con “analfa e beta”, eravamo esattamente brutti e simpatici. Specialmente in gruppo.

Ed era in gruppo che davamo il meglio di noi, come quando una sera, in cerca dell’autovettura parcheggiata tra i vicoli della libertà, che a quei tempi era un po’ diversa da oggi, una trans, vedendoci soli, in cinque, tutti uomini, tra le vie del peccato, si incuriosì provocandoci con fare ammiccante: ” mmmh (di gusto), ma dove sono i maschi a Palermo???”

Ciccio Polletti, che ci distanziava di qualche passo per osservare una vetrina, prontamente rispose: “uhm (intercalare ricorrente) e lo chiedi giusto a noi?”

Ecco, l’alfa e beta ch’era in noi e che in questo racconto si palesava nel Dott.- Ing. , grande leader della nostra comitiva dalla mascolinità non apparente; l’ uomo calmo e serafico che d’un colpo era in grado di spiazzare una trans che all’ ironia (le battutacce), era sicuramente abituata più di noi.

L’irriverenza del Dott.-Ing. negli anni a seguire divenne una costante; era divertente e del gruppo fu un elemento centrale. I suoi “uhm” alternati agli “e infatti” scandivano le nostre serate di chiacchiere al chiarore di luna e di sudore da sedili di eco pelle.

Erano anni di favolosa astinenza da donne e quel mix di amicizia bizzarra, colmava quei vuoti che tanto ci facevano penare. E anche qui, pur apparendo un racconto molto gay, nessuno di noi lo era.

Ma quella comitiva, per com’era messa, riusciva ad attirare solo moscerini, per via delle maglie gialle di Ciccio, venditori di rose, per il fatto che spesso uscissimo in coppie di uomini e quando andava bene, gli insulti dei trans.

Almeno loro ci notavano.

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