il dubbio post mortem

Un giorno capiremo chi siamo senza dire niente
E sembrerà normale
Immaginare che il mondo scelga di girare
Attorno a un altro sole
È una casa senza le pareti
Da costruire nel tempo, costruire dal niente
Come un fiore fino alle radici
È il mio regalo per te da dissetare e crescere (Annalisa – Il mondo prima di te)

il dubbio post mortemQuando muore qualcuno, i vivi che restano, si addolorano. A prescindere. Ma restano sempre dei dubbi, post mortem.

Ho capito che nella vita esistono sostanzialmente due tipi di morti: quello che era bravo/a o la bonarma, bonarmuzza ( bonanima).

Per spiegarvi meglio, quando “murio me zio”, era “bonarma”, Frizzi invece era “bravo”.

La differenza sta tutta nel concetto che la bonarma o bonarmuzza può essere anche un clamoroso figlio di puttana in vita, ma l’anima, comunque, è a marchio Dio, dunque, una volta raggiunta l’aldilà, è in salvo.

Una buona anima, appunto.

Il vantaggio di essere dei figli di puttana sta tutto lì; una volta morti si sta come sul “101” a gennaio senza biglietto: abbonati tutti i “peccati” e belli “stritti”. E allora uno pensa: ma picchì devo essere “bravo”?

La risposta non sono in grado di darla, di sicuro a volte sono” bravo” ed altre “bonarmuzza”.

Lascio però questo diario che raccoglie i miei pensieri e che un giorno, toccando ferro ma non alluminio ca un sierbi, potrà esservi d’aiuto per declinarmi da morto.

Fabrizio Frizzi che rideva sempre

Se vuoi toccare sulla fronte il tempo che passa volando
in un marzo di polvere di fuoco
e come il nonno di oggi sia stato il ragazzo di ieri
Se vuoi ascoltare non solo per gioco il passo di mille pensieri
tu chiedi chi erano i Beatles, chiedi chi erano i Beatles… (Stadio – Chiedi chi erano i Beatles)

Chissà cosa direbbe oggi mia Nonna. Da quando s’era separato da Rita, era partita una fatwa verso la sua tv, un’offesa alla famiglia che non riusciva a tollerare, come già accadde tempo addietro e che vi raccontai di Romina e Al Bano.

Già. E chissà cosa penserebbe dello stesso Frizzi oggi che il suo primogenito e i suoi primi due nipoti, sono tutti separati e con una terza erede su cui piove una scomunica per scisma da eccesso di fede (non scherzo).

Lo avrebbe rivalutato? Non lo sapremo mai.

Mia Nonna, una donna che aveva vissuto in funzione del matrimonio, passava le sue giornate sotto al calendario di Frate Indovino intenta a soffrire della triste giovialità della “vita in diretta”, programma di Rai Uno, incredibilmente ancora in onda e con ascolti sempre stabili, che racconta quotidianamente le tragedie di questo paese, facendo vivere gli anziani d’Italia in costante stato d’ansia e terrore (poi però ci chiediamo perché in un paese di vecchi, Salvini convince n.d.r.).

Mia Nonna, immobile sulla poltrona, prigioniera di emozioni invisibili, che non aveva vinto il sorriso, sempre incazzata, fuori, mai dentro, era una di loro.

Felice ad ogni mio passo, ad ogni mio abbraccio, fiera di me, per un inspiegabile e irrazionale motivo. Era appunto mia Nonna.

Soffocata, nei sui ultimi anni, da quella scomparsa improvvisa che la divideva per sempre dal Nonno, soffriva i divorzi dei” Vip” e per quella televisione che proponeva ogni giorno quei volti. I suoi giorni, fatti di pomeriggi tra la bottiglietta di Lourdes in vetrina e la rivista che raccontava gli scomparsi del paese natio.

Mia Nonna, che non ho mai capito neppure se fosse credente.

E poi Fabrizio Frizzi (che rideva sempre).

Negli anni ’90 era il “conduttore a tutto”, da Miss Italia alla linea “731 Acquasanta-Vergine Maria”, entrato nelle nostre case principalmente grazie a “Scommettiamo che?” ne è uscito con “l’Eredità”, come un parente da proficuo racconto nei bar. Uno zio d’america ignoto e vicino. Lo si capisce anche dai commenti di queste ore, che ne esaltano gentilezza e cordialità con dispiaciuta sincerità.

Mi capitò di incontrarlo per caso, in una Lampedusa del primo decennio degli anni 2000, fu molto gentile e scambiammo due chiacchiere appunto cordiali. Ci lasciammo con la classica foto di rito e non lo rividi mai più. Neanche in tv, i suoi show mi annoiavano parecchio.
E niente. Non ho altro da aggiungere.
un anno in più

da oggi vita cambierò
sul pianoforte
soltanto swing io suonerò
oh mamma mamma
le note m’han stregato il cuor
son felice sol così
quando canto notte e dì
do re mi fa sol la si
ho voglia di studiar (R. Arbore – Mamma mi piace il ritmo)

28 febbraio 2018. Un anno in più.

Finalmente è finito, forse, spero, l’incubo che ha accompagnato questo mio 37° anno di vita. Orribile, sotto tutti o quasi i punti di vista. Un anno di solitudine complessiva, di sconfitte, di cadute che causavano altre cadute. Di scale mobili nel solo verso della discesa.
Non un attimo di piena convinzione d’esistenza.

Forse allora è finito, spero, quest’anno da inutile corpo in balia degli accadimenti.

Non mi resta che attendere e capire. Capire se sia veramente il cambio del numero che si accompagna al 3 ormai a pochi passi dal 4, il vero cambiamento.

Nel frattempo immutato nell’aspetto, nell’animo e nella mente, copro di niente questo giorno di glorie.

Diario 5 G5. Cari Compagni, care Compagne

You take someones heart and you kick it around
Keep on picking it up
So you can watch it come down
I don’t know what I am suppose to do
Why I wait for you to make up your mind
Could you please be so kind
When you know what to do I’ll be in the next room
But if you make it to late I may be in the next day (Hmm) (George Michael – Fantasy)

Cari Compagni, care Compagne,

vorrei cominciare con un richiamo d’attenzione questa lettera, che scrivo dal profondo del cuore. Quello che ancora batte dietro alla nostalgia di un atmosfera di sinistra, la stessa che ci ostiniamo a chiamare “quella vera”.

Diciamocelo francamente, siamo orfani di tutto; di politiche, di dibattiti, di programmi e perché no, anche di quella terminologia che ci rendeva gruppo, anzi, compagni.

Diario 5 G5. Cari Compagni, care CompagneMa una cosa non è necessaria a quel clima; la sensazione di proporci stereotipati. Legati ad una serie di “concetti chiave”, di forte impatto visivo, di riconoscimento quasi.  Elementi che, oltre a non farci guadagnare un centesimo di voto, pure dal punto di vista della percezione collettiva, non conquistano centimetri di pubblico.

Sempre francamente, ammettiamolo, almeno tra noi, che l’uomo “De Michelis”, sudaticcio, affaticato dal peso e dall’età, non tira più. Ma già dai tempi del Psi placcato oro. Così come non affascina più la donna col pantalone di velluto e le infradito a novembre.

L’immagine del compagno con la coppola che nasconde una fronte spaziosa che termina però su delle basette incolte intrecciate alla rinfusa con la corona discendente che fa più peluria che capelli, possiamo evitarcela. E non perché  io voglia propormi quale uomo immagine della sinistra moderna, ma giusto perché non voglio che si rida più di voi, di noi.

Così come non vorrei più che alle nostre riunioni siano presenti e soprattutto che non prendano più la parola, soltanto i soliti 4 della compagnia di amici del liceo; l’artista sfigato, il sindacalista emarginato, l’ambientalista squattrinato e la madre modello, ora avvocato, ma con la borsetta “Prada”.

Insomma, è venuto il momento di evolverci. A partire da questi piccoli aspetti che possono sembrare di folklore, quasi necessari, per proporci agli elettori o come li chiamiamo noi: “la nostra gente”.

La nostra gente infatti, è la stessa degli altri; C’ha le utilitarie ma anche dei Suv iperuranici. La bicicletta certamente, ma pure quella elettrica. Guarda la tv impegnata ma il sabato sera capita che sta sul divano con Maria De Filippi. Insomma, lo sapete meglio di me: siamo di sinistra, non attori del teatro di strada.

Ecco, smettiamola di apparire dei “bohemien” del pensiero all’interno delle nostre città! Siamo dei “ma anche” (quando lo scrivo mi eccito ancora, grazie Walter n.d.r.). Di sinistra sì, sicuramente anzi, inghiottiti però dalla contemporaneità. Come poi è giusto che sia.

E quindi se facciamo una festa, non c’è bisogno del tavernello, della salsiccia o di parlare al microfono dopo 5 birre per poi dirci che siamo pochi buoni e intellettualmente onesti.

L’ essere stereotipati non ci qualifica quale onesti e di sinistra. Ci rende soltanto marginali e decontestualizzati.

mio cugino sborro

I piedi che camminano mi portano nel mondo
per strade e per le scale in discesa ed in salita
dentro le mie scarpe li infilo e li nascondo
ma se li tiro fuori… (I Piedi – Canzone della Melevisione)

il cugino sborroDiciamocelo amaramente: ognuno di noi, in famiglia, ha un parente di cui si vergogna tremendamente.

Ce l’abbiamo proprio tutti: un fratello, uno zio, un nipote, un cognato o come me, un cugino.

Nel mio caso, aggiungerei ad onor del vero, che i parenti per cui provo imbarazzo sono tanti, ma uno, proprio questo, merita un capitolo a sè.

Per facilitare la lettura lo chiameremo “Sborro”, il cugino erotico di Zorro.

Che poi diciamocelo, nei racconti mitologici palermitani, il cugino, è sempre quello forte e che ti difende nelle situazioni pericolose, tipo quando ti aspettano all’uscita della scuola o ti tamponano nella notte. Il mio, invece, fa il cantante. Neomelodico.

Di sette anni più piccolo di me, Sborro, infatti, è il cugino neomelodico di famiglia. Ha proprio la canzone nel sangue, ma ancor di più il neomelodico nel lettore cd.

Questa passione negli ultimi tempi, lo ha portato alla convinzione di immaginare quale sua professione del futuro, essendo anche un disoccupato cronico, quella dell’artista.

A fomentarlo nel progetto, una famiglia assolutamente disinteressata e una serie di frequentazioni poco raccomandabili che negli anni ha opportunamente selezionato. Attenzione, questo un è lavoro che sta alla base di ogni “artista”.

Tra queste, quella con “Ginodangelo”, che pare faccia alcune serate di piazza nei peggiori locali della provincia di Palermo (non è ancora pronto per i peggiori quartieri n.d.r.).

Ginodangelo è talmente convinto della bravura di mio cugino, che durante le prove casalinghe, lo riprende con il cellulare, ovviamente in posizione verticale (non sia mai metterlo orizzontale) con pazienza e dedizione. Successivamente gli consegna i video, che in seguito vengono pubblicati sul profilo social di Sborro, diventando immediatamente dei tormentoni per me e la mia famiglia (quella tradizionale, cioè i miei fratelli).

Una volta, distrutto dalle risate e dall’inedito brano sentito, ebbi l’ardire di chiedere di chi fosse il pezzo. La risposta fu lapidaria: “malanno scritta” mi disse…

Vabbè, immaginate da soli come sia finita quella assurda conversazione…

Ma Sborro, come vuole la tradizione di un qualsiasi neomelodico che si rispetti, è anche un inguaribile romantico. Per questo e grazie anche una incredibile sfacciataggine, ma solo sui social, è riuscito ad “accoppiarsi” con un particolare tipo di donna adescata sul web (non solo facebook, anche badoo).

La considerazione che sto per fare potrebbe sembrare politicamente scorretta ed in effetti lo è, ma la vorrei circoscrivere al solo racconto, giusto per capirci meglio. Non riesco a descrivere questa situazione in modo diverso.

La lei di lui infatti, deve avere principalmente due caratteristiche: deve essere chiatta, ma di un chiatto proprio a forma di palloni montati ad arte e poi dev’essere spropositatamente poco erudita. E attenzione, non ne faccio una questione di classe, ma proprio di “ciaca”. “Cioè sunnu pietre!”

Hanno una sola modalità femminile: “Madre di BaNbini”. Cioè l’unico argomento di cui parlano, immagino anche nel privato, è legata al quel giorno in cui riusciranno ad avere tanti “baNbini” di cui “non occuparsi”.

Lo si capisce sempre, ad ogni riferimento di una qualsiasi discussione: non è puramente casuale; è sempre rivolto a mio cugino e al suo non decidersi a “fuggirsene”.

La penultima di queste, per dire, dopo mesi e mesi di amori sgrammaticati e dichiarati su facebook, all’ennesimo rifiuto di Sborro, dovuto anche al taglio dei viveri che avrebbe subito dal padre, interruppe la relazione. Un mese dopo fuggì con un altro, che somigliava a mio cugino, ma che ebbe la forza di portarla via dalla casa natale senza pensarci due volte.

Tradito e ferito, per almeno 10 minuti dalla notizia, Sborro l’erotico, si fiondò immediatamente a frugare nel bacino delle chiattone di Badoo, trovando, pochi mesi dopo, una sostituta all’altezza, ma soprattutto in grassezza.

Già, l’erotico. Perché se di un’altra cosa dovrei parlare è proprio l’insistenza sessuale di cui è dotato. Sborro infatti è un patonza dipendente, principalmente però è un sognatore. Cioè uno che sogna situazioni sessuali che puntualmente poi non si realizzano.

Ne sognò una anche con una ragazza, che dopo pochi messaggi gli consegnò alacramente il proprio numero di telefono. Non capì mai che dall’altro lato della cornetta c’eravamo io e due mie amiche pronte a reggermi il gioco.

Fu lì che scoprii/mmo questa sua intimità immaginaria, fatta di poche allusioni e tanti sospiri. Chiudemmo la telefonata quando ci disse di apprezzare i “nostri” piedi, che però in nessuna foto pubblica poteva aver visto.

Poi partirono dei sospiri e dei “ti piace” a cui non seguirono risposte, se non delle risate nascoste e un click, quello della cornetta che veniva posata nel suo alloggiamento.

Finì così, con un colpo di mano.

La storia della residenza in Sicilia di Claudio Fava, più o meno la sapete tutti.  

Se non la sapete. qui, trovate un articolo del 2012. Oggi è di nuovo candidato, stavolta, dice, con la residenza già in tasca.

Dunque, buon divertimento

buongiorno chef

Red, red wine, stay close to me
Don’t let me be alone
It’s tearing apart
My blue, blue heart (UB40 – Red,red wine)

buongiorno chefLeggendomi sicuramente penserete che io sia un tipo polemico. In effetti lo sono. Ma devo esserlo per necessità. Lo dico sul serio. È un meccanismo di autodifesa, di rifiuto al conformismo, soprattutto televisivo.

In questi giorni di ferie dalla disoccupazione, mi sono accorto di quanto il ruolo dello chef sia stato sputtanato da centinaia e centinaia di apparizioni insensate, di show dove non si spiega sostanzialmente nulla e con un italiano assai improbabile, di ricette che solo a pensarle servite nella mia tavola i conati bussano alle tonsille.

La nuova frontiera moderna dei disoccupati è ormai il cuoco in differita tv.

Praticamente un’invasione delle nostre case in stile pubblicità batteria di pentole o materassi accarezzati da succinte vallette.

Un po’ come successe per i dj per le feste private degli anni ’90, dove chiunque possedesse due piatti, una cassa e un 33 giri di Gloria Gaynor diveniva automaticamente un “disk jokey”.

Oggi invece, bastano un grembiule, un’assistente vestita da prima serata e pronta con le sue battute fuoritema, una telecamera coi filtri da telenovela argentina degli anni ’70, recuperate in qualche mercatino locale ed il gioco è fatto.

Se sai chiamare un brociolone “strudel” automaticamente vieni identificato quale sopraffino Chef.

E quindi: “Buongiorno Chef”.

“Salve a tutti. La porcheria che cucineremo oggi non fatela mai. Fa cagare. Persino a questa deficiente al mio fianco che sorride ad ogni mia stronzata e che insiste nel dire straordinario ai miei piatti che poi puntualmente rigurgita nel tovagliolo di stoffa”. “Non vi nego che poco fa ho sganciato una loffa spacciandola per l’odore dei fagioli e lei ha sorriso apprezzandone persino il retrogusto odoroso”. “Io la schifo.”

Ecco, tante volte ho sognato che le puntate di queste trasmissioni costruite attorno a banalità e luoghi comuni sulle Regioni si aprissero così, con tanta sincerità verso gli spettatori. E invece no, molto spesso, restano un’insieme di superficialità culinarie che si configurano quasi in un vero saccheggio dell’arte della cucina di tradizione.

Sono delle vere accademie dello stereotipo, persino nei personaggi. La valletta ex diva oggi”scoffata” dagli assaggini, lo chef “fru fru”, la single un po’ lesbica e un po’ trasandata madre di famiglia, il napoletano che parla veneto ed il veneto che si finge napoletano. Insomma tutti interpretano un ruolo per essere più “televisivi”. Più comuni dei comuni che stanno ai fornelli.

Coglioni! Perché non andate al ristorante!!! Pensano loro, mentre impastocchiano tutto con con l’olio di “fenicottero rosé”, fa più chic, della foresta degli uccelli che cagano bianco, ma solo di martedì.

Per carità, adesso permettetemi di ripetere la più tradizionale delle frasi di rito: non sono tutti così! Alcuni sono programmi sul serio interessanti e competenti!

Nella massa però, sul serio, si scade nel ridicolo, nella cialtroneria più elementare.

Buon pranzo.

La storia di Meti, anzi, capitombolometi. La leggenda dei mirtilli, delle chiavi, del terrazzo. Tutta la verità di un’amicizia.

Pezzi di scambio, pezzi sotto scacco
Pezzi di gente che si tiene il pacco
Ognuno è figlio del suo tempo
Ognuno è complice del suo destino
Chiudi la porta e vai in Africa, Celestino! (Francesco De Gregori – Vai in Africa, Celestino!)

mirtilliLe avete mai viste le immagini di quelle case che sorgono proprio sopra il costone di una montagna dove una una frana violenta sta per portarsi via le fondamenta? Ecco, vi presento Meti. Anzi, CapitomboloMeti.

Lei è un po’ così, al limite dello spaventoso rischio di rotolarsi giù dal precipizio, ma tipo ogni giorno. Un pò come il coyote che insegue beep beep; se prende l’ombrello per ripararsi dalla pioggia, le cade in testa un masso. Se qualcuno fuma, lei inala le emissioni e si intossica. E se c’è una cagata sul marciapiede chi volete che la pesti? Lei.

Meti, che a Napoli professa e raccoglie calamità, è un’amica. La conosco relativamente da poco tempo, il giusto. Da allora partecipo alle sue disgrazie quotidiane che sono da far invidia al capitolo uno di un libro di Fantozzi.

Escansibar, escansibur…

Meti è un essere umano vessato, fin dalla tenera età, dalla sfiga. Lei non è vittima del bullismo, è il manifesto naturale del bullismo. Percorso che si scontra fortemente con la sua personalità amorevole e sincera.

Cominciai ad incuriosirmi delle sue vicissitudini per caso.

Erano infatti passati pochi mesi da quando, in visita nella nostra città, si fece la discesa della statua di Santa Rosalia a Montepellegrino, senza scarpe, poiché rischiava seriamente di scivolare, bruciandosi però i piedi. Ma lei è così: naturalmente dolorante.

Nel breve periodo, tutto cominciò quando uno sconosciuto le tirò una sigaretta sul volto, senza ragione, facendole un buco sul viso, a pochi centimetri dalle labbra. Amen.

Pochi giorni dopo, passeggiando per i vicoli del centro, qualcosa la colpì sulla testa. Si rammaricò per quell’uccello che proprio in quel momento aveva voluto centrarla nel bel mezzo di una camminata. Immaginatevi la faccia quando scoprì che sulla testa dolcemente sostava un preservativo.

Amen.

Ma lei è così: il bersaglio accanto della fortuna. Se ci fosse un campionato mondiale, le avrebbero dedicato direttamente la competizione. Non ha rivali.

Un po’ come quando rimase “bloccata” all’interno della sua auto per 30 minuti, perché il telecomando non le sbloccava le portiere. Una scena che sapeva tanto di Peter Griffin, ma che stava accadendo sul serio. La salvarono un colpo di clacson e una maniglia. Sdeng.

mirtilliSuccesse la stessa cosa qualche tempo fa, quando in vacanza a casa mia, mi inviò un messaggio via sms dalla terrazza: “William, scusa sono rimasta chiusa fuori al terrazzo.” Ovviamente non si accorse che bastava girare la maniglia per entrare. Ma niente, è così.

La stessa che scambiò entusiasta la cacca di pecora per mirtilli, pestandola ripetutamente, pensando forse di poter arrivare ad un estratto immediato di “Zedda Piras”.

Potrei continuare così all’infinito, perché tra cadute dalle scale, scivoloni e figure di merda da olimpionica, Meti è in grado di scalare qualsiasi classifica di sfiga conosciuta.

Ma sempre a testa alta. Come quando le hanno fottuto la borsa o l’auto. Sempre a testa alta, perché sennò si sarebbe accorta del ladro.

La stessa che le auguro di mantenere sempre, per tutte le qualità che le riconosco. Una su tutte l’amicizia.

La metafora per ripartire. Nasce la quinta stagione del diario di un disoccupato di William Galt

Perché chi cerca verità
la ordina nei bar
cos’è che turba già da un po’
i figli dello smog
niente esiste tutto appare
c’è quello che non c’è
niente esiste tutto appare
e nulla è come è (Mario Venuti – Tutto appare)

Riprendere in mano il diario è una sfida complessa; da un lato l’idea è quella di rinnovare, di innovarsi, di conoscere nuovi aspetti di te. Il desiderio è forte. Quanto poi ti metti alla ricerca di uno spunto, scopri che sei la solita brutta persona di sempre. La stessa capace di guardare il mondo con l’apatia dei cani in estate; il tempo scorre, ma l’unica cosa che a te interessa è stare sdraiato sulla mattonella fresca per non sudare.

E quindi stai un po’ così, sdraiato, ad ascoltare parole che poi tanto tanto male non sono, mentre vuoi solo cercare di non squagliare, di far finire il tempo senza dovertene seriamente occupare.

Poi d’un tratto le cose cambiano, succede che decidi di dare una svolta alla tua esistenza. Ti metti persino a pensare: “cazzo, ci vorrebbe un gelato!”

Ma chi me lo porta il gelato qui, su questa che è l’unica mattonella fresca della casa?  Mannaggia a me. Devo alzarmi!

E allora piano piano ti muovi, prima a destra, poi a sinistra, poi piano piano tenti di sollevare il busto, ti dai uno slancio e oplà. Stai in piedi. Le gambe non dimenticano mai il passo e allora un poco alla volta, magari trascinandoti lungo la parete, arrivi fino al frigo.

Lo apri. E’ vuoto.

Se nessuno ti fa la spesa, che ci vuoi trovare dentro a quel frigo?

E allora, lentamente, ti sposti verso la sedia armadio. Fai fatica. Metti su le calze, poi il pantalone meno lurido, una maglietta che puzza di fritto, ma ancora potenzialmente pulita e manca ancora qualcosa. E’ il momento delle scarpe. Non riesci mai ad indossarle senza doverle slacciare, una sta pure girata, che poi chi la gira di notte quella maledetta scarpa non l’ho ancora capito.

Sono pronto. Scendo.

p.s.

Ho dimenticato le chiavi!

I Pensierosi Democratici si riuniscono per affermare, a pochi mesi dal voto, la possibilità di continuare ad esistere

Il carrozzone va avanti da sé,
con le regine, i suoi fanti, i suoi re…
Ridi buffone, per scaramanzia,
così la morte va via (Renato Zero – Il carrozzone)

Pensierosi DemocraticiC’erano tutti e c’avevano il dito sulle labbra, come a far intendere “siamo pensierosi, mica cojoni”. Il Pd palermitano però, “pensieroso e cojone”, lo è sul serio. Non si arrende all’evidenza di essere un partito senza base, oltre che senza presupposti. Dopo aver infatti disintegrato il consenso, in 20 anni di inutili lotte e divisioni, dopo aver consegnato di fatto la città, ancora una volta, a Leoluca Orlando, ha deciso di far sentire la sua voce.

Certo, hanno prima dovuto accorgersi di avere più persone che pretendono di candidarsi, che possibilità di farli eleggere. Ma non è una novità.

Ecco quindi che, una pseudo base di amici e parenti, adunata nei locali di via Bentivegna, qualche giorno fa, ha supplicato il partito nazionale di far partecipare, alla prossima competizione elettorale, il contenitore brandizzato democratico, per farvi confluire i candidati senza spazio.

Già, perché nel Partito Democratico si decide all’antica: chi parla per primo vince. Ed è così che ci si trova alleati e inclusi in coalizioni che non si condividono con nessuno. Manco tra chi le ha proposte, sponsorizzate e sussurrate ai giornali (vero Cracolici, vero Crocetta?).

Stantii come non mai, oggi ribelli, poi giovani, poi insicuri, un po’ Pretty Woman, un po’ pesce di nome Wanda, i ragazzi del Pd, come in una canzone di Morandi, col sorriso a sessantaduemilioni di denti e quelle mani grandi appuntate sul mento, non ci stanno. Non ci stanno ad essere fatti fuori dai carbonari a viso scoperto, quei maggiorenti, maggiorenni, che oggi, legittimati dal non voto, conducono la linea del partito.

E allora, accalorati come non mai, in una giornata appiccicosa di febbraio, di quelle che la fiatella non perdona, si pronunciano contro tutti e tutto per legittimare, non si capisce con chi, l’esigenza di continuare ad esistere.

Esistere, unica esigenza emersa sui giornali, unico dato che si legge a caratteri cubitali. Non un programma, non un’idea. Soltanto la possibilità di continuare ad essere “qualcosa”.